Bocca di Rosa

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Episodi paradossali e situazioni piuttosto strane mi hanno coinvolto più volte nel corso dei miei “primi” sessant’anni.  Quello che voglio raccontarvi è accaduto una trentina di anni fa, all’inizio di una afosa e calda estate, in un comune della provincia foggiana.

Per certi aspetti l’inizio potrebbe essere, ma molto più modestamente, simile a quello dell’impareggiabile incipit del grande romanzo di Truman Capote, “A sangue freddo”.

“Il villaggio di Holcomb si trova sulle alte pianure di grano del Kansas occidentale, una zona desolata che nel resto dello stato viene definito “laggiù”.”

Non siamo nel Kansas, ma in Puglia, non sulle alte pianure di grano, ma nella ampia pianura assolata del tavoliere foggiano, non siamo ad Holcomb, ma in uno di quei paesini della zona, che, con altrettanta felice definizione letteraria, potrebbero essere altrettanto bene definiti, semplicemente, ma con assoluta completezza descrittiva “laggiù”.

All’epoca erano in corso le complesse ed estenuanti trattative per il rinnovo del contratto provinciale dei braccianti agricoli, io ero un giovane dirigente della organizzazione sindacale dei lavoratori agricoli, le trattative si trascinavano da settimane tra incontri inconcludenti, scioperi, blocchi stradali, pressioni sulle aziende degli agricoltori della zona, manifestazioni, attestati di solidarietà dei municipi e della cittadinanza dei comuni della zona. Questo praticamente dappertutto, nei comuni della pianura, in quelli della fascia costiera, nelle zone garganiche e del subappennino. Nelle zone interne e montuose, dove le distinzioni tra bracciante agricolo e piccolo contadino risultavano socialmente assai labili,  il movimento riusciva a mettere quotidianamente in moto manifestazioni che incidevano poco sulle controparti padronali, ma costituivano momenti importanti  di rappresentanza e di pressione sociale e politica, unificando forze sociali diverse ma socialmente e politicamente influenti. Nella zona a nord di Foggia, dove prevalente era il movimento contadino, la partecipazione era socialmente poco sentita, ma politicamente sostenuta dalle rappresentanze politiche delle forze di sinistra e riuscivano a determinare anche in questo caso, momenti di aggregazione e di pressione assai significativi.

Ma era nella zona sud, dove il confronto tra i lavoratori della terra e la controparte padronale terriera, arretrata e conservatrice era direttamente riconducibile al conflitto classico tra capitale e lavoro, che lo scontro diventava decisivo, la lotta serrata, la contrapposizione decisiva, il conflitto diretto e duro. Uno scontro fatto di manifestazioni e scioperi, ma anche di picchetti stradali, di posti di blocco volanti, di appostamenti, di tentativi di crumiraggio, di uso forsennato di caporali che tentavano di portare nella notte nuclei di lavoratori nelle aziende, di tentativi di bloccare queste iniziative. Le notti erano punteggiate dai fuochi di cassettame, ramaglie, o anche di copertoni bruciati sulle statali, sulle provinciali, sulle strade intercomunali, a volte anche lungo i tratturi che segnalavano posti di blocco, presenza di picchetti di lavoratori, blocchi di scioperanti.

Lo scontro era duro, diffuso, presente ovunque, tranne “laggiù”.

In quel comune non si riusciva a fare uno sciopero con successo, ad organizzare picchetti, a fare un comizio; e così solo gruppetti di lavoratori maggiormente sensibilizzati si ritrovavano nella strada principale del paese nelle ore antelucane e serali, discutendo in animate e defaticanti incontri il perché, il percome e soprattutto il che fare.

Era con me Carmela, una conosciuta dirigente del movimento sindacale, persona matura, sagace ed assai modesta che, con grande intelligenza e senza quelle idiote fandonie  sulla rottamazione che oggi vanno così di moda, aveva lasciato spazio a me e ad altri giovani per far dirigere a noi il movimento, ma continuava a seguirci e a partecipare alle iniziative e alle lotte, contribuendo con la sua esperienza e le sue conoscenze alla gestione delle iniziative.

La sera precedente ci recammo in quel paese “laggiù”, facemmo i nostri incontri e le tradizionali assemblee con gli attivisti; prendemmo accordi, organizzammo i picchetti, i posti di blocco, distribuimmo i diversi compiti da realizzare. Vidi Carmela parlare con alcuni, pochi, selezionati dei presenti e alla mia domanda rispose semplicemente: “Gli ho dato qualche consiglio”. Cenammo con focaccia e birra sui tavoli della Camera del lavoro e dopo un breve spazio di tempo diviso tra un po’ di sonno sulle legnose sedie e la preparazione degli appunti per il comizio che avrei dovuto tenere, ci avviammo ai punti di incontro prestabiliti.

Poca gente, poche persone, quasi nessuno che si avvicinasse, ma neppure segnali di luci accese nelle case, tentativi furtivi di superare i posti di blocco, poche auto in giro. Ero piuttosto deluso e preoccupato sugli esiti di quell’ennesimo tentativo di sciopero.

Alle prime luci di una estiva e premurosa alba, cominciammo a muoverci verso il centro cittadino, preparammo il palco e aspettammo di organizzare il corteo. Di primo mattino, insieme ai primi gruppi di scioperanti, di braccianti uomini e donne che avevano partecipato alle riunioni della sera precedente, arrivò anche una signora che non avevo visto precedentemente. Sobriamente vestita, poco appariscente, ma sicuramente non era una lavoratrice della terra; pensai a qualche insegnante, professionista, o altro che intendesse partecipare in forma solidale alla giornata di sciopero. Avviammo il corteo e, con le bandiere rosse della lega, affiancate da quelle delle altre organizzazioni sindacali, vedo questa signora seguire subito dopo l’inizio del corteo. Ci avviamo lungo le vie del paese e, una dopo l’altro, vedo aprire gli usci dei pianterreni, aprire i portoni delle case e uomini, spesso accompagnati, o poco dopo seguiti, dalle proprie mogli, uscire e aggiungersi al corteo, strada dopo strada, via dopo via. Il corteo si snodava lungo, gremito, massiccio, affollato.

Attraversammo tutto il paese, da un lato all’altro, da una estremità all’altra: una partecipazione incredibile, mai vista prima, un successo strepitoso. Ricordo che mi sentivo persino inadeguato, con i miei brevi fogli di appunti in mano ad arringare quella incredibile, per la dimensione del paese, presenza di persone. Oltre alle presenze istituzionali, mai assenti in queste occasioni, uomini, donne, giovani, studenti; volti sorridenti, soddisfatti, soprattutto degli attivisti più impegnati che con Carmela e me avevano condiviso le lunghe ore della giornata e della nottata precedente.

La nostra soddisfazione fu presto condivisa dagli altri dirigenti del movimento che avevano organizzato lo sciopero in tutti gli altri comuni della zona. Telefonate piene di soddisfazione (tutto con telefoni fissi, i cellulari ancora non esistevano), espressioni di apprezzamento mano mano che la notizia del buon successo dell’iniziativa si spargeva nel resto del territorio e della intera provincia.

Non fu certo quella giornata che determino l’esito e la positiva conclusione dello sciopero né il risultato finale della trattativa, ma sicuramente fu una giornata importante per la gestione complessiva della nostra azione sindacale. E’ rimasta in me una grande soddisfazione per quella giornata, il suo svolgimento e sue conclusioni.

Seppi, in seguito, che quella signora era la Bocca di Rosa del paese.

Foggia, 9 gennaio 2014

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in racconto. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...