Ferrara (prima parte)

Nobile città, ricca di storia e di monumenti. Bellissima città dove ho trascorso alcuni mesi della mia vita, molto intensi e carichi di dolci ricordi.

A Ferrara ho cominciato a lavorare per la CoopEstense, lì ho svolto il mio “noviziato”, lì ho conosciuto simpatiche e belle persone che mi hanno accompagnato nei primi mesi della mia esperienza lavorativa in una cooperativa di consumatori e con molte di quelle persone intrattengo ancora felici rapporti di amicizia.

Nell’Ipermercato “Il Castello”, ho mosso i miei primi passi, mi hanno insegnato a conoscere e valutare un coscio di prosciutto, mi hanno insegnato come è fatto “il grana” e come si può e si deve valutare la sua struttura, la consistenza e gli eventuali difetti. Mi hanno insegnato ad affettare salumi e mortadelle. Al contempo, mi hanno anche fatto conoscere e gustare alcuni dei loro prodotti locali, certo non leggeri, ma assai saporiti. La “zia”, un salame all’aglio, i cappellacci, che poi sono dei tortelli ripieni di zucca e soprattutto la “salama da sugo”.

Su quest’ultimo prodotto è bene spendere qualche parola in più. Si tratta di un salume di gusto assai forte, assolutamente sconsigliabile a chi ha problemi di fegato o comunque di digestione. Per la sua preparazione occorrono ore di paziente lavorazione di parti del maiale, senza tralasciare un ottimo e ormai introvabile vino locale: il “clinto” (clintòn in dialetto veneto); alcuni giorni di “essiccazione” al freddo, e, come se non bastasse, altre ore di cottura in tegame, prima di essere pronto per essere mangiata.

Normalmente una razione, debitamente contornata di purea di patate o di insalata di arance, basta e avanza. Io sono arrivato a mangiarla due volte nella stessa giornata: a pranzo e a cena. Ciò, sono sicuro, ha contribuito a farmi guadagnare l’amicizia e la stima di non pochi ferraresi.

Non che sia stato un rapporto immediatamente facile. Le prime settimane le ho trascorse, oltre che al lavoro, a passeggiare in solitudine tra le tranquille e silenziose stradine del centro di Ferrara, lungo le mura e dentro l’antico castello, intorno al fossato dove trovarono la morte tanti antifascisti, nella piazzetta del Duomo e lungo il suo loggiato, al Palazzo dei Diamanti. La sera, in un piccolo appartamento, a scrivere alla famiglia e ai pochi amici, in attesa della fine della prima quindicina, al termine della quale poter tornare a casa, da mia mogli e dai miei figli per un soggiorno di circa trentasei ore, prima di ripartire nuovamente per tornare a Ferrara. In breve tempo ci organizzammo in modo tale che io scendevo a Foggia ogni quindici giorni, ma mia moglie saliva a Ferrara ogni quindici, (quando non c’erano problemi che riguardassero i bambini), per cui quasi tutte le domeniche eravamo insieme.

Il piccolo appartamento dove vivevo a Ferrara, era esattamente alle spalle della piazza Ariostea, un posto tranquillo e assai delizioso. Una rampa di scale di legno portava ad un ampia sala attrezzata con divano, tavolino e una dormouse; in fondo alla sala un piccolo cucinino e un tavolo di legno. Sull’altro lato una porta dava sulla camera da letto e quindi un bagno ben attrezzato con bagno e doccia.

Ma la mia solitudine è durata poco; la continua frequentazione al lavoro e la simpatia innata della gente di Ferrara, ha portato in breve allo stringere sinceri rapporti di amicizia con i colleghi di lavoro, ma anche con le persone frequentate più raramente nelle strade e nelle notti, nei bar o nei circoli della zona. Insomma, in breve tempo mi trovai coinvolto in un clima di incontri, frequentazioni, cene e momenti conviviali.

Il resto della settimana, dopo il lavoro, un continuo intreccio di incontri, frequentazioni piacevoli passeggiate nelle umide strade della città, a volte nelle prime nebbie della sera. Poi a cena, a volte fuori in qualche piccolo ristorante o trattoria della zona, poi, sempre più frequentemente a casa mia, che diventò presto un naturale e continuo luogo di incontro.

La sera, fatta la spesa, mi avviavo al mio appartamento e cominciavo a cucinare, presto mi raggiungevano amici e compagni che contribuivano al completamento della nostra cena. Presto queste diventarono dunque un misto di cucina foggiana e ferrarese. Anzi, quando rientravo da Foggia, portavo una buona provvista di orecchiette (preparate da mia moglie) e di cime di rapa. Gli amici, a turno venivano a prendermi in stazione a Ferrara alle cinque del mattino, all’arrivo del treno,  e la sera: orecchiette e cime per primo e salama per secondo !

Quando la cerchia degli amici era troppo ampia andavamo fuori: avevamo trovato una serie di localini simpatici dove gustare una buona cucina. A Malborghetto, vicinissimo a Ferrara, c’era un piccolo ristorante che ricordo soprattutto per le tigelle, portate in tavola ancora calde, da farcire con battuto di lardo o di pancetta; chi voleva un piatto più “leggero”, poteva farcirlo con salumi o formaggi. Avevo trovato anche un locale a gestione familiare, disperso nelle campagne della zona, dove una simpatica nonnina serviva ottimi cappellacci fatti a mano e l’onnipresente salama da sugo, oltre a piatti più tradizionali come cappelletti al ragù, tagliatelle e ravioli, tutti rigorosamente fatti a mano.

Ma la cosa più simpatica era il fatto che a qualsiasi ora del giorno e della notte, passeggiando tranquillamente, si potessero incontrare persone con e quali fare quattro chiacchiere, prendere un caffè o bere insieme un bicchiere, parlare e discutere di politica, di arte, o magari solo del tempo e del governo. Tutto senza secondi fini, scopi reconditi e nascosti, solo, giusto per il piacere di farlo.

E, tornando al lavoro, si lavorava molto e intensamente, dal mattino alla sera, dall’alba a ben dopo il tramonto, si lavorava con impegno, discutendo delle scelte piccole e grandi da fare, di come meglio esporre i prodotti, di quali prodotti scegliere, di quali fornitori incontrare e poi dei risultati ottenuti, delle vendite fatte e di come migliorarle. Di come riuscire a migliorare l’organizzazione del lavoro e i risultati economici della cooperativa. Si lavorava in compagnia, non senza discussioni e confronti a volte anche aspri, ma si lavorava in allegria e in grande armonia, tra capi, dirigenti, lavoratori e quanti altri fossero comunque coinvolti nella vita e nell’attività quotidiana del lavoro. In altri termini c’era il tempo per pensare.

E’ stato davvero un bel periodo.

(continua)

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Una risposta a Ferrara (prima parte)

  1. sergio ha detto:

    a parte qualche piccola inesattezza sulla salama , trovo il tuo primo racconto su ferrara veramente struggente !!

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