Ferrara (seconda parte)

Ferrara è stata davvero indimenticabile. L’ipermercato il Castello, un luogo in cui sono cresciuto professionalmente e culturalmente, aggiungendo alle mie nozioni di filosofia e di economia, la capacità di praticare attività lavorative semplici, umili, ma determinanti per il raggiungimento degli obbiettivi economici di una azienda di successo.

Vi ho già parlato di salumi e formaggi; ma ho anche lavorato al reparto ortofrutta: fare gli ordini, organizzare gli allestimenti e i riallestimenti durante la giornata, allestire frutta e verdura organizzando gli spazi più adeguati. Avevo una simpatica collega, con la quale la sfida continua era di riuscire ad allestire la maggiore quantità di prodotto. La sfida era a farlo con cose come le patate, le melanzane, le arance, e comunque prodotti sfusi, sfuggenti, tondeggianti, “rotolanti”. Così l’abilità maggiore era riempire prima i bordi degli spazi assegnati, e poi, mano mano salire nella parte centrale, cercando di andare il più in alto possibile. Era un gran rompimento di ossa, soprattutto quando si dovevamo alzare ed aprire sacchette o cassette di 20 chili. Ma era una gran soddisfazione vedere i risultati e sentire i commenti dei colleghi o dei consumatori.

Ho lavorato in pescheria: che spasso ! Un gruppo di bravi ragazzi, che si aiutavano a vicenda, soprattutto quando si trattava di fare attività più complicate che eviscerare e desquamare il pesce. Scambi di informazioni, notizie su come meglio cucinare i prodotti, suggerimenti e consigli ai clienti. E quei benedettissimi pesci ragno, che si trovano solo da quelle parti: viscidi come anguille , ma con quei tre aculei, duri ed appuntiti, che rischiavano di conficcarsi continuamente nelle mani se non riuscivi a prenderli bene e ad afferrarli cercando di non farli muovere. Io lavoravo con il capo reparto in ufficio, ma appena il reparto si affollava, camice, stivali e giù dietro il banco a servire. La cosa che mi divertiva era chiamare i numeri dell’elimina code come se fosse una tombolata: uno, l’Italia; tre, io, “mammete” e tu; ventidue, i pazzi; ottantotto, i provoloni e così via. Si divertivano tutti e si allentava la tensione dell’attesa tra i clienti!

Anche in panetteria ho passato un po’ di tempo. In realtà lì non facevo molto: ho imparato alcune tecniche di produzione, il confezionamento dei pasticcini, ma più che altro mi dedicavo a calcolare le rese delle materie prime, i tempi di produzione, le quantità della produzione e di invenduto alla sera. La cosa più interessante erano le coppiette, il conosciuto e poco diffuso pane ferrarese, un pane ritorto con i “crostini” simili a cornetti. A Pasqua facemmo un esperimento: la produzione di una colomba artigianale; non ebbe molto successo di vendite, per cui mi venne una idea, presi un carrello di colombe e me ne andai in giro per il negozio facendo assaggiare il prodotto e cercando di vendere le colombe. Urlavo uno slogan “La colomba dell’Ipercoop piace anche a Robocop”!. Vidi il direttore dell’ipermercato, dietro una colonna, sbellicarsi dalle risate. A parte questo l’iniziativa non ricevette riscontri efficaci.

E la macelleria. Ho imparato a riconoscere i principali tagli di carne, a distinguere la carne di vitello da quella del vitellone, le parti più tenere e i tagli meno nobili, ma più saporiti, la produzione (però non ho mai fatto tagli) e il confezionamento, la prezzatura, l’allestimento migliore. Tra gli allestitori c’erano alcune ragazze. Al mio primo giorno in macelleria, una di loro mi prese per mano e mi portò davanti alla porta di due celle frigo. Mi chiese: “Preferisci le bionde o le brune ?”  E al mio sguardo stranito, aprì le due porte sulle quali campeggiavano due gigantografie, l’una di una fantastica bionda, completamente nuda e l’altra di una altrettanto nuda e formosa bruna. La ragazza diventò una delle frequentatrici del nostro gruppo.

E infine il Libero Servizio, il reparto dei prodotti in frigo e surgelati. Lì c’era una ragazza che veniva a lavorare con la gonna e le calze a rete e si muoveva con agilità e noncuranza nel reparto, mentre tutti gli altri indossavano più comodi pantaloni e camici da lavoro. Lì ho anche imparato a conoscere il complesso mondo delle promoter, le ragazze o i ragazzi assunti da agenzie esterne che vengono al mattino ad allestire prodotti di differenti ditte ed aziende produttrici. Fra loro c’era una certa Mary. Il suo soprannome era Mary non so niente. Ma sapeva tutto quanto accadeva dentro il negozio, ma soprattutto fuori di esso, tra i dipendenti del negozio. Vite, trame, intrecci, incontri più o meno segreti o riservati, incontri nascosti, tradimenti. Dove, in che posto, a che ora. Insomma sapeva tutto di tutti, peggio dell’agente di un servizio segreto. Ma mentre raccontava ognuno di questi episodi, ripeteva continuamente “Io non so niente!”.

Vestimmo un maiale. Vestire un maiale significa macellarlo, tagliarlo, lavorarlo e produrre i diversi pezzi: prosciutti, salami, capocollo, e infine i ciccioli, proprio l’ultimo pezzo di prodotto, fatto con ciò che è avanzato e non si può usare diversamente. Dicevo che vestimmo un maiale. Un amico mi invitò nella sua casa di campagna una domenica. Era mattino, ma gli uomini e le donne avevano già cominciato a lavorare da alcune ore a tagliare, dividere e sezionare. Noi arrivammo e ci unimmo al gruppo, si preparavano i tagli, si tritava la carne, chi assaggiava e si beveva. Sempre quel clinto di cui vi parlavo, un vino doppio, saporito, forte, molto forte (non so la vera gradazione alcolica). A mezzogiorno a pranzo. Cappelletti (ovviamente fatti in casa) in brodo. E che brodo; non quelle cosucce fatte con i dadi o con le verdure o al massimo col petto di pollo. Ben altro: gallina (ovviamente razzolante e punta di petto con osso di vitello): insomma una cosa che è ben lontana dal brodo che normalmente definiamo tale. Ed anche lì, clinto. I pezzi di maiale non destinabili a salumi o a prosciutti di vario tipo erano il secondo piatto, ovviamente con il clinto.

Poi di nuovo, subito al lavoro: gli ultimi tagli, le ultime cotture, fino alla produzione appunto dei ciccioli, ben spremuti e ancora umidi da mangiare al momento o da mettere da parte per farli essiccare e mangiare in seguito.

Il clinto, non vorrei ossessionarvi, era sempre lì a portata di mano e di bocca.

Non ricordo chi mi abbia riaccompagnato a casa, né come sia riuscito ad entrare. So che al mattino, dopo una prolungata doccia ero di nuovo al lavoro. La pancia pesante e qualche giramento di testa durante il giorno e la sera subito a letto. Una sensazione di piena soddisfazione.

Il lavoro continuava come al solito. Riunioni, incontri, discussioni, attività lavorativa continua. La cosa interessante è però che collettivamente avevamo, anche nei momenti più concitati e intensi di attività manuale, il tempo giusto per pensare, per ragionare. Che è il modo più proficuo per produrre. Se sei stressato, oppresso dal lavoro e dalla quantità ossessionante di esso, se sei premuto dalle scadenze, dalle riunioni, dalle mail da leggere e a cui rispondere, dai file da compilare e riempire, dalle troppe risposte da dare alle troppe cose da fare e mancano i momenti di rilassatezza, di semplice e tranquilla attività lavorativa, non di ozio, ma di critica contemplazione di ciò che ti circonda, credo sia difficile riuscire ad essere produttivi, o meglio si diventa assai meno produttivi.

Credo, temo,  che l’ossessione della “produttività” moderna abbia eroso pesantemente e tremendamente questa meravigliosa e straordinaria fonte del pensiero umano, riducendo tutto alla esigenza elementare di produrre, guadagnare “margini”, realizzare utili, che però saranno sempre minori, più ridotti e meno utili di quelli raggiungibili con il recupero del pensiero, del pensare, del ricercare. Ma per ottenere questo c’è bisogno del tempo, di tempo, di diminuire l’ossessione del fare, la ineluttabile necessità di raggiungere il risultato, ora e subito.

(continua)

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