Stoccolma (prima parte)

Nel settembre 2007 andammo a Stoccolma per una riunione preparatoria del Social Forum Europeo, che si sarebbe tenuto si lì a qualche mese in Svezia.

In quegli anni il Social Forum Europeo era il Must della sinistra. Il Movimento dei Movimenti. Tutte le forze politiche, sociali sindacali di ispirazione di sinistra erano presenti. C’era in verità un po’ di tutto. Dai Cobas italiani ad Attac France, gli SWP inglesi, gli spagnoli di Stes, la Fiom-CGIL, la CGIL, Social Forum locali, Global Justice, Transform Europe,  Globalise resistence, UK rete, BellaCiao in movimento, il NUT (sindacato inglese) i Social Forum di Grecia e Austria, la FSU francia, l’ OLME Grecia, l’ APED belgio; e poi ancora le  Reti movimenti migrazione e antirazziste, la CND (campagna antinucleare inglese), i Movimenti contro la guerra, la  Marcia mondiale delle donne, l’ Union syndicale, la Rete Acqua Pubblica, la CGT Francia, Greenpeace, la CES (confederazione sindacale europea),  Amnesty internazionale, Ya Basta Italia e varie Organizzazioni dell’ europa dell’est.

Io e mia zia avevamo prenotato una camera nell’appartamento di una signora di Stoccolma. Il primo problema fu raggiungerlo. Sbarcammo dall’aereo, prendemmo il pullman (dall’aeroporto alla città oltre un’ora di viaggio), insomma arrivammo alla stazione di Stoccolma, centro di tutti gli interscambi multimodali dell’area,  che era notte inoltrata. Cercare un taxi non fu difficile, ma riuscire a farci capire in un inglese stentato da autisti provenienti tutti da paesi asiatici non fu proprio cosa facile. Trovammo l’indirizzo, ma non riuscivamo a capire quale fosse il portone giusto in un quartiere costituito da  una serie di una trentine di palazzine tutte assolutamente simili ; andò a finire che il tassista, con il suo cellulare, riuscì a contattare la signora e a darci le giuste indicazioni sul portone e l’appartamento da raggiungere. Ci rifuggiammo in quella calda stanza togliendoci finalmente da una pioggia fine ed insistente e facemmo un buon sonno.

La colazione al mattino nella piccola cucina con il tavolino posizionato sotto la finestra, una di quelle finestre svasate all’esterno, assai comuni nelle costruzioni del nord europa, che riescono a ricevere il massimo di luce dall’esterno. Un arredamento assolutamente essenziale, sia in cucina che in camera da letto e perfino nel bagno, dove, insieme all’assoluta assenza di cassetti (tutto posizionato su ripiani e scaffali), anche la vasca da bagno era semplicemente poggiata su piedi di acciaio senza muretti di contenimento e coperture di piastrelle o di ceramica.

L’appartamento (come tutti gli altri di quella serie di palazzine) dava da un lato sulla strada e dall’altro in un piccolo giardino condominiale, con  un piccolo giardino pieno di verde, prati ed alberi ed una zona per i giochi dei più piccoli. Girando nella zona ci accorgemmo che erano tutti molto simili tra loro: tutti ben attrezzati con piccole differenze assai marginali e poco significative. Alla sera piccole lampade illuminavano le finestre (quelle finestre un po’ svasate di cui vi dicevo prima), dove probabilmente qualcuno passava la serata a leggere o a fare quattro chiacchiere in famiglia.

La prima cosa simpatica fu notare, la differenza sostanziale nella reazione alle temperature tra noi e la popolazione locale. Noi giravamo ben coperti con sciarpe e cappotto (io avevo sempre il mio eskimo). Ci scoprivamo solo quando entravamo nella fantastica metropolitana, riscaldata in modo impressionante sin dall’entrata a livello stradale. Gli abitanti di stoccolma giravano tranquillamente con giacche e maglioni, qualcuno, al massimo, con impermeabile. Io cercai disperatamente un berretto; alla fine mia zia trovò un berretto di lana perduto per strada e quella fu la mia salvezza per coprirmi il capo dal freddo che sentivo.

Avevamo prenotato e organizzato il nostro soggiorno per una settimana intera, la riunione del Social Forum durava invece tre giorni, per cui riuscimmo ad integrare gradevolmente il lavoro politico con i giri in città e i nostri programmi culturali.

Il primo giorno lo trascorremmo andando in visita a Uppsala, l’antica capitale. Pochi, ma interessanti i reperti storici, antiche pietre runiche, variamente distribuiti nei giardini e nelle aiuole della città. Qualche antica chiesa, poche vecchie abitazioni e un antico mulino. Il museo Gustaviano con alcuni interessanti documenti e la Sala Anatomica, un ambiente assai interessante, risalente al 1663, con una ottima visibilità (anche dal livello più alto) della zona centrale dove si svolgevano le lezioni di anatomie, le dissezioni. L’aula, aveva una curiosa struttura a forma di teatro.  Sede della storica e antica università, Uppsala è una tranquilla cittadina di provincia senza rumori fastidiosi e confusione eccessiva. Abbiamo pranzato in un locale dal nome impronunciabile (ma trovo che nessun nome svedese sia pronunciabile o solo vagamente comprensibile neppure nella grafica). Abbiamo mangiato una serie di piatti originali (polpette di renna, insalata di ortaggi, carne di bue, buona birra). Alla sera, il rientro a Stoccolma, in una serata fredda e ventosa e assai poco frequentata. Cena rapida e svogliata in un locale similarabo tra un felafel e un Kebab.

Il giorno dopo è stato piacevole invece passeggiare per le strade di Stoccolma, lungo i tantissimi canali che l’attraversano, passando da una isola all’altra, utilizzando la metro, i trenini e gli altri efficienti mezzi pubblici. Una città tranquilla, dove le auto rallentano e si fermano anche se solo tu ti avvicini alle strisce pedonali; dove è più rischioso essere investiti da un ciclista che corre lungo le corsie onnipresenti sui  marciapiedi, che non da un qualsiasi mezzo motorizzato. Il centro, raccolto, dolce, con quelle casette tipiche dei centri del nord, strette ed alte, coloratissime e di colori diversi l’una dalle altre. Ad ora di pranzo affrontiamo il problema di dove consumare il nostro pranzo quotidiano: ci siamo ritrovati davanti a due bei locali: a sinistra un mega Mac Donald, a sinistra un ristorante svedese. Menù e prezzi ben esposti, ovviamente dai nomi incomprensibili. La tentazione di entrare da Mac Donald è stato fortissimo: sono tutti uguali da Roma a Pechino difficile sbagliare. Ma abbiamo resistito e, seppure tra tante difficoltà un bel filetto di bue, innaffiato da due boccali di birra sono stati il giusto premio alla nostra fatica. Tra l’altro a prezzo controllatissimo, poco più di 10 euro a testa (abbiamo scoperto anche che la birra costava più del filetto).

Poi ancora in giro per le strade della città. In centro strette, totalmente ombreggiate, ma dolcemente illuminate dalla chiarezza del cielo. Più in periferia larghe e luminose, con i canali dalle acque calme e scintillanti, le lunghe prospettive di grandi magnifiche e monumentali costruzioni chiare realizzate lungo le sponde dei canali: palazzi gentilizi, magazzini, enormi aree per lo stoccaggio delle merci.

L’inizio dei lavori della riunione interruppero brevemente e parzialmente i nostri giri cittadini. Eravamo in un quartiere semi periferico. I lavori erano tutti in inglese; le diverse delegazioni utilizzavano solo questa lingua negli interventi e quindi non era certo facile seguire i lavori delle commissioni o delle riunioni plenarie, La scarsa conoscenza linguistica era parzialmente sopperita dalla presenza di mia sorelle che praticamente traduceva in contemporanea i diversi interventi.

Avevamo a disposizione un centro sociale, assai ampio e spazioso che raggiungevamo in autobus al mattino e lasciavamo a sera dopo il termine dei lavori. A mezzogiorno si pranzava in un simpatico locale arabo a prezzo fisso: si poteva riempire il piatto con qualsiasi pietanza e condirle a piacimento. Unico limite l’assenza di alcolici. Recuperavamo a sera scegliendo in uno dei ristoranti della zona: bei piatti di salmone fresco, o grossi filetti di bue, ricche insalate e boccali di birra a profusione. L’attività era frenetica ed impegnativa, le riunioni si succedevano costantemente, il dibattito serrato e spesso contrastato, tra le diverse posizioni che erano lì rappresentate e dallo sforzo costante di riportarle ad unità.

Le questioni del lavoro e della mancanza di occupazione, la critica delle strategie capitaliste orientate alla massimizzazione del profitto e la ricerca di una strategia capace di contrastare le politiche dell’austerità e del liberismo, la contestazione dei trattati europei, il sostegno dei diritti civili e sociali, la laicità dello Stato, una nuova politica attiva del  welfare, la scuola e la sanità pubblica, le politiche dei beni comuni, l’ intervento pubblico nell’economia e nei comparti produttivi e finanziari fondamentali, la lotta alla povertà, la moralizzazione della vita pubblica, l’ ambiente, la pace, la guerra senza quartiere a corruzione, mafie, evasione fiscale.

Si organizzavano manifestazioni centralizzate e al contempo si tentava l’articolazione di diffuse e coordinate iniziative nei diversi stati e territori dell’ europa su argomenti e tematiche unificanti; si stabilivano le date delle iniziative centralizzate e delle azioni diffuse sui territori  Dal nord al sud della grande europa.

Credo che quegli anni in cui si è dispiegata l’ organizzazione e l’articolazione del Social Forum Europeo,  siano stati, seppure con tutti i  limiti del caso, una stagione assai intensa, durata una quindicina di anni complessivamente,  nella quale il tentativo di costruire una politica europea di opposizione alle strategie del capitalismo, abbia raggiunto un livello assai alto e qualificato di elaborazione ed anche di mobilitazione e di lotta assai intenso.

Anzi credo che l’azione del Social Forum Europeo sia stato l’unico tentativo vero di costruire una proposta politica per l’europa, avendo gli stati e i governi demandato il tutto alle azioni e alle funzioni di WTO, FMI, ecc., rinunciando al tentativo di costruire (probabilmente non avendola neppure) una qualsivoglia idea “politica” di europa. Ed avendo miserevolmente ridotto l’idea di unificazione europea, qualificato ed elevato elemento di riflessione politica del secondo dopoguerra, alla sola realizzazione di una unificazione monetaria, importante certo, ma assolutamente insufficiente a costruire un mondo di relazioni nuovo e diverso.

(continua)

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