L’ Argolide

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La prima volta che convinsi mia moglie ad utilizzare l’aereo fu nel 2009 per un viaggio in Grecia, più precisamente ad Atene e nell’Argolide.

Dora aveva paura di andare in aereo, ma in verità fu il viaggio ad essere piuttosto movimentato. Partivamo da Olona al Serio, ma alcuni giorni di improvviso maltempo e il conseguente blocco dei treni, ci obbligarono ad anticipare la partenza da Foggia al pomeriggio in pullman, trasbordo in treno da Pescara a Milano, alcune ore di sonno in un alberghetto a Milano e alle prime luci ci imbarcammo all’aeroporto di Bergamo e quindi Atene. Un frenetico giro di oltre 24 ore per raggiungere un posto distante 2 ore in linea d’aria !

Comunque arrivammo ad Atene e con mia sorella come guida visitammo il centro, l’Agorà, l’Acropoli; ma di questo vi racconterò in un’altra occasione. Questa volta voglio parlarvi del nostro giro in Argolide, una delle zone del Peloponneso più interessanti, per capirci quella che corrisponde al pollice se figurativamente vogliamo paragonare il Peloponneso alla nostra mano sinistra.

Sempre per restare nel campo delle similitudini, l’Argolide ha una struttura morfologica molto simile a quella del Gargano; mare, rupi, piccole spiagge dal difficile accesso, mare limpido e pulito, (soprattutto fuori stagione,e fuori dai periodi tradizionalmente frequentati dalle torme di turisti). Una zona quindi fatta di siti facilmente difendibili, ma con rapido e facile accesso al mare, con approdi facili e sicuri. Probabilmente è per questa ragione che l’Argolide, oltre ad essere abitata fin dall’antichità, divenne una zona particolarmente interessante per la crescita e lo sviluppo delle prime “polis” greche, prima ancora dell’affermazione di centri urbani di maggiore valore storico e strategico.

Terre del mito, a cominciare da quello di Eracle, (trasformato poi nel romano Ercole), figlio di Zeus ed Alcmena, moglie di Anfitrione, re di Corinto. Eracle (o Ercole che dir si voglia), è arcinoto per le sue mirabolanti “fatiche”, a cominciare da quella che da infante lo vide strozzare due velenosi serpenti entrati nella sua culla. Un degno inizio di una vita fatta di mitiche “fatiche”. Ora, al di là della complessa genealogia è comunque da Corinto che abbiamo cominciato il nostro giro.

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Tradizionale foto sull’istmo e poi avanti ancora.

Un bell’alberghetto sul mare fu la nostra prima piacevole sosta. A parte le camere (ampie e spaziose) fu la colazione al mattino la occasione più gradita del soggiorno. Praticamente sulla spiaggia consumammo la nostra colazione composta, oltre che dalle tradizionali portate di varie marmellate “fatte in casa”, da una spremuta di arance appena colte dagli alberi  del giardino dell’albergo e consumata all’ombra di cresciute e grandi  tamerici.

Nàuplia fu la successiva meta. Un paese posto in posizione strategica, tanto che le vestigia precedenti sono ampiamente coperte dalle costruzioni della dominazione veneziana (l’antica rocca, le strutture difensive) e poi ancora di quella turca, che permane in tanti piccoli dettagli: cupole, moschee, minareti e quant’altro. Una serata splendida a passeggio nelle stradine della città vecchia, una cena a base di tipici e sostanziosi piatti greci, un piacevole giro tra stradine e piazzette rumorose ed affollate da turisti, intorno a fontane di memoria araba.

Subito dopo Epidauro. Tutti sanno che esiste il grande teatro di Epidauro. Il punto è che se prima non l’avete visto, non potete avere l’idea di cosa vuol dire “grande”. Ne ho visti tanti di teatri in grecia, in Sicilia, nella Magna grecia, ma non ci sono paragoni con la magnifica eleganza di quello di Epidauro. Dodona, Atene, Siracusa, Taormina e tanti altri, pure interessanti per molteplici aspetti, non possono eguagliare la spettacolare visione di questo luogo: una cavea con 55 ordini di posti, 14.000 persone di capienza, una delle “sette” meraviglie della grecia.

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Eppure Epidauro non era conosciuta per il suo magnifico teatro, ma per essere la sede di Asclepio, il dio taumaturgo. In altre parole era un luogo di cura le cui origini risultano vaghe e confuse, e comunque assai lontane nel tempo. Asclepio, probabile figlio di Apollo, allevato dal centauro Chirone, sembra avesse una tale fama da attirare l’invidia (e l’ira) di Zeus che lo folgorò. Eppure ciò non fu sufficiente ad ucciderne il mito e rinforzò addirittura la conoscenza e la fama del luogo. Ippocrate e i suoi seguaci se ne consideravano discendenti diretti; comunque un luogo di meravigliose vestigia e di ricchi monumenti disseminati per chilometri intorno: templi, costruzioni per ricevere ed accudire gli ammalati, luoghi di incontro e di divertimento. Tutto ciò rimane ancora visibile e mirabile di Epidauro.

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Tutt’altro scenario a Tirinto. Città dalle mura ciclopiche, enormi, persino rozze se paragonate con i templi e le vestigia di Epidauro, fini, snelle, eleganti. A Tirinto il triplo cerchio di mura, parla solo di forza, di energia, di smisurata ciclopica dimensione. Pietre appena sbozzate, blocchi di grosse dimensioni e poste l’una sull’altra. La forza risiede nelle dimensioni e nella struttura (del resto il mito racconta che furono i ciclopi ad edificarla), più che nella fattezza architettonica e nella articolazione della fortificazione. Peraltro l’origine sembra risalire al terzo millennio avanti cristo e quindi non è certo il disegno architettonico la sua qualità migliore. Eppure, dopo tremila anni, su quel pianoro spianato dal vento ero seduto a leggere la storia e la leggenda di quei luoghi che hanno segnato la nostra cultura.

E ancora Micene. Quando la vistate è impressionante considerare che tutto ciò che è costruito su una collina alta meno di 400 metri e risalente alla metà del quarto secolo avanti cristo ha dominato il mondo “civile” circostante per oltre cinquecento anni.  La Porta dei Leoni, l’Agorà, la cosiddetta Tomba di Agamennone, il circolo delle Tombe Reali, sono indubbiamente vestigia che colpiscono e dettano ammirazione nello sguardo e nell’attenzione del flusso dei turisti che giunge fin quaggiù per vedere i tesori dell’antichità. E si tratta certamente di splendide opere e di reperti meravigliosi nella loro dimensione e nella loro fattura.

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Ma ciò che mi ha colpito è che la gente che abitava quella collinetta è riuscita, ripeto, per oltre 500 anni a governare e dominare le terre circostanti, i mari limitrofi e le terre oltre quel mare, raggiungendo le sponde dell’Italia, dell’ Adriatico, del mar Egeo, di Creta, delle innumerevoli isole, fino alle terre d’Egitto e dell’Anatolia dove il poema omerico  narra della lunga guerra contro Troia, guidata proprio da un duce miceneo:  Agamennone. Un simile risultato non può dipendere unicamente dalla forza fisica e delle milizie di un paese, anzi di una cittadella; deve basarsi su una forza ed una egemonia che deve essere morale, politica, etica, culturale prima ancora che militare.

Il giro dell’Argolide si conclude ad Eleusi. I resti di questo luogo (ancorchè assai esteso) restano meno imponenti e mirabili di quelli degli altri siti, tuttavia è qui che il mito resta più evanescente, vago, misterioso, intrigante. Così misterioso che gli stessi riti restano confusi, oscuri e, appunto misteriosi. Legati al ciclo della vegetazione (le messi, la crescita, la raccolta), ma anche la morte e il passaggio nell’Ade. I “misteri” eleusini restano, nonostante le fonti e le testimonianze, ancora nascoste e assai poco conosciute.

Questa è la cronaca, breve, di un viaggio attraverso luoghi, terre, abitati che hanno segnato e segnano ancora oggi, a distanza di alcuni millenni,  tanto della cultura occidentale che oggi viviamo.

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