La regata Storica

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Nel corso degli anni, abbiamo visitato più volte Venezia. Con mia moglie, i miei figli, mia zia, mia sorella, i miei genitori. Insomma, con diverse combinazioni e in occasioni diverse siamo stati accolti ed affascinati  da questa fantastica città. Forse l’unica occasione, volutamente mancata, è stata quella del Carnevale: una città che è sempre affollata e piena di gente che va e viene in quei momenti mi sembra proprio eccessivamente caotica.

Ma per il resto abbiamo visitato Venezia  d’estate con le “ragno” ai piedi, in inverno con i giacconi addosso, in primavera e persino con l’acqua alta (due volte). Una di queste due volte siamo entrati nella Basilica di San Marco a piedi nudi. Provoca piacere ed anche emozione camminare su quegli antichi marmi a piedi nudi (in verità è anche scivoloso, ma basta stare attenti).

Il racconto di oggi è quello di una visita settembrina, avvenuta in occasione della tradizionale Regata Storica di Venezia. Il nostro alloggio era molto vicino alla stazione di Santa Lucia, prima ancora di Campo San Geremia. Usciti dalla stazione, scese le scale, svolta a sinistra, tre traverse sulla destra, un piccolo vicoletto, un annerito portoncino, una stretta scalinata portava al secondo piano di un edifico le cui cinque camere erano così divise: quattro per gli ospiti, una per la padrona di casa. La sistemazione non era certo lussuosa, anzi, piuttosto spartana. L’appartamento era anche umido, un unico bagno (molto pulito in verità), per tutti gli appartamenti (tranne che per la proprietaria che ne aveva uno suo). Ma presentava numerosi e indubbi vantaggi: vicinissima alla stazione, per cui evitavi quelle interminabili camminate fatte con bagagli al seguito, per mezza città, su e giù per ponti e calli (cosa piacevole quando si passeggia, ma fastidiosa da fare con i babgagli); era dentro la città ed era estremamente conveniente (in 4 persone pagavamo 50.000 lire, che per Venezia è praticamente un regalo). Finchè quell’alloggio è esistito siamo sempre andati lì; la mia famiglia, i miei parenti e non pochi amici. Avevamo un grande letto e, in due lettini più piccoli dormivano i bambini. Lavabo in camera, biancheria pulita, dalla piccola finestra si vedeva persino uno squarcio del Canal Grande. Una volta che c’era l’acqua alta la signora prestò anche gli stivali ai bambini!

Beh ragazzi, mica tutti possono permettersi il Gritti o il Danieli. Ma in posti come quelli prendere un caffè ed un cappuccino equivaleva ad un pranzo completo.

E noi abbiamo apprezzato, conosciuto, amato Venezia utilizzando questa occasione. Ci si può accontentare ed essere felici, godendo delle meraviglie di un posto con prezzi contenuti. Il risparmio lo spendevamo alla stupenda pasticceria che era lì nei pressi e a San Trovaso, buonissimo ristorante ancora aperto vicino all’Accademia che cucina (e cucina per davvero, non roba congelata e conservata) piatti genuini e tradizionali della cucina veneziana e veneta a prezzi onesti.

Quella volta ci recammo a Venezia in occasione della Regata Storica. Volevamo andare a vedere i barchini, le barche da voga con i rematori, le barche storiche, belle, addobbate, da vedere e da ammirare come quelle dei tempi felici della potente Venezia dei Dogi. A bordo i notabili vestiti degli antichi storici abiti, quegli strani berretti sul capo, le mantelline ad evidenziare le differenze di ceto sociale. Poi le navi da carico e infine i barchini che gareggiavano per le regate vere e proprie. Le barche con equipaggi da cinque o da due rematori. Quelle singole, Quelle degli uomini e quelle delle donne. Oltre alla camera avevamo due posti sul Canal Grande a sedere per vedere la regata e ce la godemmo tutta.

E che godimento.

Erano infatti gli anni del grande impero socialista. Craxi e i suoi accoliti impazzavano in Italia, erano i potenti del momento, governavano dappertutto, con le loro risicate minoranze stringevano e condizionavano i loro alleati, a secondo dei casi di destra o di sinistra. Erano loro a comandare, ad imporre scelte, ad intrecciare imbrogli, a sbrigare i loro interessi e i loro affari.

A Venezia il capo indiscusso era un individuo del quale oggi forse solo pochi ricordano il nome: De Michelis. Al tempo la sua mole riempiva i telegiornali e i notiziari, oltre a riempirsi abbondantemente di cibarie quando si sedeva a tavola. Ebbene il buon De Michelis non poteva mancare alla Storica Regata. Così si pavoneggiava anche lui, seppure non in abiti storici, ma più “sobriamente” assiso in una gondola in giacca e cravatta.

Come ho detto, noi avevamo due posti a sedere (in realtà erano due seggiole lunga il Canal Grande, tra una folla di persone assiepate intorno a noi. Gente del posto, in quel piccolo argine in fondo al vicolo non c’erano molti turisti, era gente normale, forse alcuni di quei pochi veneziani rimasti ancora in alcune zone della città, le meno “turistiche”, quelle più popolari. Al passaggio della gondola con De Michelis, io borbottai qualcosa, ma sottovoce, non credo che qualcuno mi abbia udito. Ma subito dietro di me la voce forte di un  giovanotto ben piantato disse una frase in veneziano, a me incomprensibile, ma non certo incomprensibile per la piccola folla che ci circondava. Era sicuramente una battuta nei confronti di quello che all’epoca era il padre-padrone di Venezia, l’uomo di Bettino. Immediatamente dal gruppo partirono risate, fischi ed espressioni di solidarietà nei confronti della battuta che il giovane veneziano aveva pronunciato. Un nugolo di lazzi e di battute che smorzarono il sorriso di De Michelis, accompagnandolo mentre la sua gondola si allontanava da noi.

Ci guardammo tra noi, piccolo pubblico di quel pezzetto di canale, mentre il grand’uomo si avvicinava ad altre rive dove ricevere, al contrario di noi, approvazioni e applausi. Volavano sguardi di simpatia tra di noi in quei brevi momenti, prima che il gruppetto di spettatori si sciogliesse.

Ho rivisto il giovane il giorno dopo, ed anche in alcuni viaggi  successivi. Aveva una piccolo chiosco per la  vendita di frutta e verdura a Canareggio, subito dopo il Ponte delle Guglie. Ci salutammo con simpatia. Poche battute sulla politica, sulla città, sui turisti, sulle condizioni sempre più complicate di chi viveva a Venezia non come turista, ma come abitante, gli spazi sempre più ridotti, e condizioni di vita più difficili, stritolati da un turismo sempre più aggressivo e massificato, fatto di orde di sciamanti che passavano solo per raggiungere i luoghi più conosciuti e tradizionali della città: Piazza San Marco, Rialto. Turisti capaci di girare Venezia in mezza giornata, di scattare centinaia di foto e di ripartire dopo solo poche ore, senza cercare gli angoli più deliziosi e nascosti della città. Le calli e le piazze meno frequentate e le botteghe artigianali lontane dai percorsi più frequentati, dove trovare vecchie stampe e maschere fatte a mano, sicuramente meno pregiate, ma sicuramente più artigianali e interessanti delle produzioni fatte in serie per il turismo di massa.

I nostri ritorni periodici ci hanno fatto conoscere più intensamente questa città, siamo arrivati in posti “mirabile dictu” dove ci siamo ritrovati a passeggiare addirittura da soli, o vicoli nei quali abbiamo incrociato solo qualche raro vecchietto, o piazzette con qualche bimbo che giocava nei giardini sotto lo sguardo dei genitori.  Angoli di puro e assoluto silenzio. A Venezia ! Qualche vecchio negozio di libri, circoli alternativi e localini dove intrattenersi con i sempre più rari abitanti della città.

Poi non l’ho più incontrato. Sarà andato via anche lui da Venezia, avrà trovato un’altra attività, o forse si sarà  integrato nel tessuto vertiginoso di quanti lavorano per le masse mostruose dei turisti. Ma quel ricordo mi è rimasto forte. Quella fase mai capita, mai compresa, mai spiegata. Eppure espressione di un sentimento comune.

De Michelis, chi era costui ?

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