Agit Prop

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Io non so se la definizione che mi hanno fornito di questa espressione sia quella giusta, né se realmente sia mai esistita questa funzione o se questa attività sia mai stata effettivamente organizzata in maniera strutturale..

So solo che per circa sei mesi ho fatto l’ “agit prop”. Agitatore propagandista dovrebbe essere la sua definizione corretta. Avevo appena vent’anni, avevo preso da poco la patente. Ero entrato fa far parte del gruppo dirigente dei giovani comunisti di foggia, quando mi proposero di fare l’agit prop.

Mi diedero una cinquecento scassata, aveva due luci che funzionavano: una avanti e una dietro, alternativamente quella avanti di sinistra e quella dietro di destra. Non che avesse grande importanza. I posti dove andavo, erano raggiungibili attraverso strade così poco frequentate e così disperse e lontane che il rischio che altri autoveicoli ti venissero addosso risultava assai remoto. Le strade così piene di curve, sconnesse e rovinate che la velocità della cinquecento, ma anche quella degli altri autoveicoli circolanti risultava assai limitata e quindi la unica luce a disposizione era sufficiente ad evitare grosse catastrofi.

La zona che mi era stata affidata era infatti il subappennino. Una lunga striscia tra la collina e la montagna che si dilunga lungo l’intera provincia di Foggia, da nord a sud, non appena si abbandonano le ampie pianure del tavoliere, a cavallo con le provincie di campobasso, avellino,e più a sud confinanti con la Basilicata. Comuni e comunelli di poche migliaia di abitanti ciascuno, sempre più disabitati dalla pesante emigrazione che negli anni precedenti li avevano prosciugati,  portando decine di persone verso le terre del tavoliere, verso i territori del nord italia, verso i paesi esteri come la svizzera, la francia, la germania. Paesini abitati soprattutto da anziani, donne, ragazzini. La stagione dell’emigrazione era ormai passata, trascorsa. Gli uomini, i disoccupati, a volte intere famiglie, erano da tempo andati via, erano diventati operai, su al nord (i più fortunati), operai dell’edilizia e nel settore delle costruzioni, lavoranti di vario genere e di varie attività. Avevano lasciato dietro ciò che non potevano portare con loro e fra questi, appunto, i genitori anziani, i figli o addirittura le mogli.

Erano costoro che continuavano ad abitare queste decine di paesi distribuiti lungo le propaggini semi montagnose del sub appennino. Paesi arroccati e distribuiti  in cima a colline poste una di fronte all’altra, che si guardavano negli occhi delle finestre, ma lontani chilometri l’uno dall’altro. I pochi contadini rimasti a coltivare i terreni limitrofi, pochi professionisti ed artigiani a tenere in piedi un debole tessuto produttivo e commerciale sopravvissuto nella zona.

Avevo dunque una cinquecento. La mia dotazione era completata da un proiettore, una coppia di altoparlanti, una batteria di riserva e , una pizza di film. Io giravo quei comuni, cercavo un muro abbastanza chiaro e grande, proiettavo il film ( a volte cambiava, a volte mi sorbivo per giorni lo stesso filmato). Al termine del filmato sostituivo il proiettore con gli altoparlanti sul tettuccio della macchina e tenevo un breve comizio.

Un po’ di informazione, qualche battuta, qualche polemica politica. A volte mi faceva compagnia il segretario o i pochi compagni della locale sezione del pci, preavvertiti del mio arrivo dalle telefonate mattutine che facevamo dalla federazione provinciale.

La prima difficoltà era trovare un muro, un luogo sufficientemente ampio dove poter fare la proiezione. Non poteva essere un luogo troppo periferico, perché non sarebbe venuto nessuno. Non poteva essere troppo centrale perché ci sarebbe stata eccessiva confusione: auto di passaggio; carretti e muli che tornavano dal lavoro, condotti dai contadini; sfaccendati che gironzolavano nei dintorni. Non potevano essere le strette viuzze intorno al centro, troppo strette per permettere una corretta proiezione e una visione almeno “decennte” del filmato. Raccontato così sembra una cosa da niente, ma provate a fare un giro in paesi come S.Agata di Puglia, Deliceto, Pietra Montecorvino, Casalnuovo Monterotaro, Alberona, Casalvecchio di Puglia, Castenuovo della Daunia, e vedrete che non è cosa da poco. Sono comuni a poche decine di chilometri da Foggia, dolci, carini, puliti (alcuni hanno ricevuto anche la Bandiera Arancione), dove potrete trascorrere una piacevole giornata; in quegli anni non era proprio così e comunque vi assicuro che trovare il luogo adatto per la mia proiezione non era cosa semplice e facile. Dunque, aiutato da qualche volenteroso, si cercava il posto più adatto, al zona più comoda e “migliore”.

Montato il proiettore bisognava fare i collegamenti alla batteria per poterlo far funzionare. Già, quando la batteria era carica e tutto andava bene. Perché se qualcuno aveva dimenticato di caricare la batteria di scorta, o si verificavano problemi di malfunzionamento, si cominciava a “tirare giù il calendario”, e tra maledizione e bestemmie, bisognava trovare la soluzione al problema. Cercare una batteria, un compagno che portasse la sua auto e collegasse i fili, e così via.

Se il filmato era di qualche interesse, un gruppetto di persone circondava l’auto e la piccola zona circostante, mentre la solita folla di ragazzini correva in su e in giù, provocando urla e maledizioni. Se il film era noioso, l’andirivieni di persone che si avvicinavano, sostavano brevemente e andavano via, risultava piuttosto seccante.

Altra operazione: finito il film, “sbaraccare” il proiettore e montare l’altoparlante. Se c’era qualcuno ad aiutare,  bene, altrimenti fare tutto da solo era una gran bella fatica, ma soprattutto un fastidio. Riavvolgi le “pizze”, stacca i fili, togli il proiettore, monta l’altoparlante, metti il proiettore in auto, riattacca i fili, attacca il microfono. E poi magari il microfono non funzionava o funzionava male, e lì altro tempo per sistemare l’ amplificatore.

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E comincia a parlare.

Già. Ma a chi ? Quelli cui il film era piaciuto erano andati via, quelli a cui non era piaciuto lo avevano fatto ancor prima, i ragazzini, dopo la curiosità iniziale erano ormai andati a cercare qualche altro gioco o erano tornati a casa per la cena. Insomma in genere restavo a parlare con i pochi compagni rimasti, una sorta di assemblea di sezione all’aperto. Come potete capire anche l’ora si era fatta tarda e in questi paesini del subappennino, la sera l’aria è pungente.

Dunque il tutto si riduceva a dieci, quindici minuti di “comizio”, di saluti e di ringraziamenti, prima di rismontare il tutto, caricare in auto gli amplificatori e avviarsi verso casa.

Per farla breve, tra partenza, ricerca del posto, mettere in piedi il tutto, tornare a casa, saltava via una mezza giornata piena.

Sulla strada del ritorno, la discesa che mi riportava in pianura. In lontananza,  le luci della città.

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