Il Gelso

Uno dei miei più vividi ricordi d’infanzia è relativo ad un albero di gelso che cresceva sullo spiazzo antistante una abitazione a San Menaio, davanti alla casa dove ho trascorso tanti mesi di villeggiatura.

Gelso+Monte+Urpinu+particolare+frutti+neri004

I miei genitori, entrambi insegnanti, fittavano in quegli anni una modesta abitazione situata su una collinetta di San Manaio, frazione di Vico Garganico, sulla strada tra Rodi Garganico e Peschici. Un luogo tranquillo, all’epoca frequentato da pochissimi turisti, ma sede di due “colonie”: una  utilizzata  dai comuni della provincia (il capoluogo in primis), che d’estate inviavano lì i bambini delle famiglie più bisognose, l’altro riservato ai figli dei ferrovieri. La zona era solitaria, addirittura una piccola contrada della frazione. Stabilmente abitata da due, tre famiglie nel corso dell’anno, che fittavano parte delle loro abitazioni durante il periodo estivo prima ancora che il boom del turismo, la speculazione edilizia, l’aggressione all’ambiente naturale determinassero lo scempio e la distruzione di una consistente parte del patrimonio naturale e naturalistico della zona, danneggiando e deteriorando gravemente il micro-ambiente circostante. Erano i mitici anni ’60. Il boom economico lanciava i suoi primi vagiti, noi arrivavamo lì con un mitico trenino che impiegava mezza giornata per compiere il suo tragitto, oppure con una automobile che prendevamo in affitto per il viaggio di andata e per quello di ritorno.

Il soggiorno durava due mesi, a volte anche qualche settimana in più (all’epoca gli insegnanti potevano sfruttare appieno tutto il periodo di chiusura delle scuole); in quei mesi io e i miei coetanei vivevamo una vita salubre, quasi tutta la giornata all’aria aperta, su è giù lungo i cento scalini che dalla casetta ci portava alla lunga spiaggia sabbiosa, oppure in lunghe passeggiate nella grande pineta che circondava il piccolo abitato, arrivando nelle zone di boschi più alti, facendo lunghe nuotate in mare e trascorrendo al sole la maggior parte della giornata (gli ombrelloni erano radi, nella zona dove vivevamo noi c’era un unico stabilimento balneare).  Si usciva presto al mattino, si tornava ad ora di pranzo e  per un breve “riposino” pomeridiano, poi di nuovo fuori, fino  a sera e dopo cena poche chiacchiere e poi “a nanna”. Niente televisione (non l’avevano neppure gli abitanti della zona), qualche notizia via radio. Per il resto la giornata era scandita dal sorgere del sole e dal buio della sera (all’epoca anche da qualche lucciola).

A volte mancava l’acqua potabile, che andavamo a prendere con bottiglie, secchi, bidoni di vario genere alle autobotti che il comune periodicamente faceva transitare. Andreotti non aveva ancora inventato l’acqua minerale, era una cosa che si vendeva in farmacia per le esigenze dei più piccini. Niente fogne, nella maggioranza dei casi fosse biologiche.

Al rientro in città il colore della pelle era scuro, ben abbronzato dai raggi del sole intenso, i capelli più chiari slavati dal mare.

Amici erano i figli e i nipoti delle famiglie della zona ed alcuni coetanei, figli di una famiglia romagnola, i Bazzocchi, trasferitisi a Foggia per ragioni di lavoro, che avevano in affitto una piccola abitazione vicina alla nostra. Giochi di bambini erano i nostri, giornate prive di pensieri e di preoccupazioni, tempi nei quali a malapena si cominciavano ad affacciare i pensieri e le preoccupazioni di piccole angosce adolescenziali.

Il gelso. Sul piazzale antistante le abitazioni in affitto cresceva, come ho detto, un gelso, un grande albero di gelsi rossi. Non so giudicare l’età di una pianta, ma quell’albero doveva avere davvero tanti anni. Grande, magnifico, con dei grandi e comodi rami sui quali arrampicarsi e sui quali comodamente sedersi.

Al mattino, con il fresco, ci mettevamo nudi, con un costume da bagno (io ne avevo uno rosso che così nascondeva meglio le macchie), e sotto gli occhi attenti dei nostri genitori salivamo sull’albero con dei piccoli secchielli, ben puliti e cominciavamo a raccogliere i gelsi. Uno raccolto, uno mangiato, uno raccolto uno mangiato. L’uso di pesticidi e diserbanti erano assai poco utilizzato nelle coltivazioni, figuriamoci per piante come quelle che venivano tenute nei giardini, nei piazzali, a mò di contorno e di abbellimento.  Gelsi, carrube, piante di fichi d’india (questi ultimi con un po’ di fatica in più, bisognava organizzarsi con carte di giornale e coltelli) costituivano spuntini quotidiani, senza troppe preoccupazioni per l’inquinamento.

E quindi raccoglievamo e mangiavamo gelsi, ovviamente erano così tanti che, a volte, si passava dalla raccolta al gioco, con lanci di quei piccoli frutti l’uno verso l’altro.

Il risultato finale era costituito da grandi scorpacciate di gelsi, rimbrotti dei genitori e della padrona di casa, (non perché li avessimo raccolti e mangiati, ma perché avevamo imbrattato lo spazio sotto il frondoso albero), a volte, quando esageravamo, un po’ di mal di pancia, e soprattutto un corpo pieno di coloratissimi punti e macchie rosse, dove ci erano caduti addosso i saporiti frutti.

Lavarsi ? Nemmeno per sogno ! Una bella corsa giù in spiaggia e un tuffo in acqua, a mare. Magari una strofinata di sabbia sulle macchie più persistenti.

Da cinquant’anni frequento quei luoghi. Per molti anni abbiamo continuato a raccogliere i gelsi, anche quando non era più un gioco da ragazzi, ma l’occasione per ricordare momenti e sapori del passato. Poi, un anno,  l’albero non c’era più, tagliato per far posto alla costruzione di un piccolo condominio, o forse solo perché si era fatto troppo vecchio, o solo perché era venuto a noia a qualcuno. Non lo so e non ho mai voluto saperlo.

Non l’ho chiesto agli amici del posto, che sicuramente mi avrebbero dato la giusta informazione. Ma per me quella spiegazione, nobile o banale che fosse stata, mi avrebbe soltanto separato dal ricordo. Il ricordo di una istantanea che ancora conservo. Quella di un ragazzino smilzo, con un costumino rosso sotto le fronde del grande albero che si accingeva a scalare, con in bocca già il gusto dei gelsi rossi.

Non mangio più gelsi.

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