Le Frattocchie

Frattocchie è una frazione del Comune di Marino, vicino Roma lungo la via Appia, quando questa, abbandonata la città, si prolunga fino a raggiungere Castel Gandolfo, Albano e Genzano; appena fuori Roma, oltre il Grande Raccordo Anulare, alle prime propaggini dei Colli Romani.

Le Frattocchie erano la Scuola di Partito del PCI. Una famosa citazione di “Uccellacci e uccellini”, di Pier Paolo Pasolini, la definiva come il luogo dove si tramuta il vino in acqua. Al di là della definizione paradossale ed antitetica rispetto al tradizionale e antico miracolo delle nozze di Cana, debbo dire che l’affermazione non aveva molto di veritiero in senso stretto.

Nel senso che di vino ce n’era e ne scorreva in abbondanza sulle tavole della scuola e nelle trattorie che noi giovinastri figgicciotti frequentavamo nei comuni limitrofi.

Erano gli anni ’70. Non avevo ancora vent’anni quando ci sono andato la prima volta. Venivo dalle marginali  esperienze del ’68, che avevo vissuto ancora nel passaggio dai calzoni corti a quelli lunghi, dalla scuola media a quella superiore, dai discorsi di ragazzini alle prime pulsioni adolescenziali. Il tutto vissuto in una città, Foggia, che è “una provincia dell’impero”, un luogo assolutamente “trascurabile” rispetto alle infuocate esperienze di Torino, Roma, Milano ed anche Bari.

Mi affacciavo ad un mondo nuovo ed un mondo nuovo si apriva intorno a me. I primi scioperi, i collettivi scolastici, le riunioni in fumosi pianterreni pieni di giovani, ragazze e ragazzi che spesso non sapevano di cosa parlavano, ma volevano parlare, avevano voglia di parlare, discutere, partecipare. Perché la convinzione era che tutti stavamo partecipando ad un cambiamento, anzi al cambiamento, al cambiamento epocale del mondo, del nostro mondo, di quello che avevamo conosciuto fino ad allora, quello che avevamo vissuto all’interno delle nostre famiglie, dei circoli parrocchiali, delle piccole cerchie di amici delle scuole elementari.

In verità quando andai alle Frattocchie la prima volta era già stato pubblicato il grande manifesto francese della sconfitta: “Rentreè a la normalitè”. I caproni tornavano all’ovile, o agli stazzi. Ma per noi c’era ancora l’illusione di poter cambiare ed il PCI aveva aperto le proprie stanze, le sezioni, i gruppi dirigenti a questa massa di giovani, a queste forze nuove che si affacciavano alla ribalta.

Una mossa intelligente, astuta, “togliattiana”, voluta da un vecchio uomo di apparato (Longo), che però aveva inteso la grande opportunità che si apriva per il partito per riprendere forza, vigore, linfa, rilanciare una iniziativa che aveva vissuto cocenti sconfitte, la delusione dopo la resistenza e la guerra di liberazione, la perdita nelle elezioni a favore di una Democrazia Cristiana caparbia, silente, sotterranea che era riuscita a riprendere forza, vigore e la maggioranza dei voti nel paese.

La scuola di partito era stata fino ad allora una “classica” scuola di partito: ideologicamente didattica. Si insegnava ciò che bisognava dire e fare, si insegnava come tenere i comizi, le cose da dire e da non dire. A volte si insegnava, lo dico letteralmente a leggere e a scrivere a decine di persone braccianti, operai disoccupati che non avevano nessuna formazione, nessuna conoscenza, nessuna  “istruzione” scolastica, sorretti solo dalla “fede nel sole dell’avvenire”.

Era stata una grande esperienza di vita, se avete visto il film di Bàaaria, potete capire il senso, l’utilità, l’importanza storica e sociale di una struttura di quel genere.

Quando arrivammo noi, quando arrivò la mia generazione qualcosa di profondo stava cambiando. Non erano le masse oppresse, i disoccupati, i braccianti e contadini senza istruzione che arrivavano in quella scuola; erano gruppi di studenti, di giovani che studiavano, che conoscevano la storia, la scienza e la filosofia. Spesso arrivavamo insieme agli stessi docenti delle scuole e delle Università che frequentavamo. Non erano masse da “indottrinare” e formare, eravamo persone che conoscevano, avevano cultura e conoscenza, avevano bisogno di capire dove e in che direzione andare, come si potesse cambiare il mondo e in che modo si potesse partecipare quel cambiamento.

E la scuola, il partito sembrò capace di adattarsi rapidamente a questa nuova situazione, a questa nuova esigenza, a queste nuove domande.

A me raccontavano di riunioni dove si faceva “la critica e l’autocritica”, si discuteva soprattutto di cosa era stato fatto e di quali errori erano stati commessi, si cercava la spiegazione alle sconfitte subite. Io ricordo, invece,  riunioni appassionate, lunghe, confronti serrati, tra posizioni sempre diverse, dove si confrontavano, idee, concetti, espressioni fino nei particolari più minuziosi. E tutto con grande libertà.

L’intelligenza fu trasformare una struttura che formava ideologicamente in una che insegnava pragmaticamente non il cosa, ma il come fare. Non ciò che bisognava dire e non dire, ma come bisognava affrontare e come riuscire a confrontarsi con i problemi; insegnava i metodi di approccio ai problemi, i metodi per affrontare i problemi, le situazioni,  i confronti. In altri termini forniva un metodo di lavoro, non la certezza di concetti assoluti.

E poi eravamo giovani e con la voglia di divertirci. C’erano le trattorie che offrivano ottime condizioni per cenare: pappardelle alla lepre, lepre in salmì, alla Trattoria dei Cacciatori sulle scalinate di Genzano; e tanti altri piccoli locali dove mangiare e bere a prezzi buoni. Piccioni ripieni, trippa, code alla vaccinara, maccheroni cacio e pepe e tanti altri piatti buoni e saporiti della cucina romana e di quella, diversa, ma complementare, dei colli romani. C’era la porchetta, dappertutto, nelle strade e nelle vie dei comuni vicini, nelle piazzole lungo la strada. Un mito la porchetta !

C’erano le scorribande notturne nella dispensa della scuola, dove poter rimediare un pò di pane e companatico, del buon vino e fare chiacchiere fino alle ore piccole, nella sala di un vetusto biliardo, aspettando l’occasione per imbarcare una relazione “più” intensa con qualcuna delle compagne. A volte anche l’occasione di far girare un po’ di fumo buono (libanese autentico o pachistano scuro), ricevuto da qualcuno che aveva fatto un viaggio all’estero o l’aveva portato da casa.

C’era lo spazio per giocare: il campetto da calcio, da palla canestro, da pallavolo, insieme ad un più risicato e sempre più misconosciuto campo da bocce. Insomma un luogo bello appassionato e appassionante, dominato dalla grande immagine dipinta da Guttuso con Garibaldi che liberava l’Italia. Mi riferisco al grande dipinto murale della Battaglia di Ponte Ammiraglio. In quella sala, l’Aula Magna, già i colori inducevano alla discussione, al confronto al dibattito e all’azione.

Forse mitizzo troppo, la vecchiaia spesso inganna, ma è stata una gran bella esperienza. Quello che racconta Giuliano Ferrara in un suo lungo articolo, mi sembra più la rancorosa polemica politica di un fuoriuscito, che non il realistico racconto di una complessa e, sicuramente tormentata esperienza.

Io, oggi apatride della politica, la ricordo come una ripetuta e bella esperienza.

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