Il Medico

Il mio primo medico era uno stregone. Non nel senso che facesse riti woo-do, macumbe o cose del genere. Ma per lui le medicine erano una cosa “estranea”, superflua, se non inutile, comunque evitabile e sostituibile con qualsiasi altro rimedio o intervento.

Bambino, una mattina sostenni di non poter più muovere le gambe. Forse un capriccio, un dispetto, una fissazione di bambino. Non so, non lo ricordo. I miei genitori erano ovviamente preoccupatissimi, cercarono di forzarmi, di farmi muovere, di muovere le mie gambe. Io niente, continuavo a non muoverle. Lui, il dottore, Michele era il suo nome, venne a casa, il volto tranquillo, la testa già avviata ad una incipiente calvizie, due baffetti piccoli, ben curati. Mi visitò brevemente, si sedette su una seggiola vicino al lettino della mia cameretta e cominciò a parlare con me. Che classe frequentassi, quanti anni avessi, gli amici con cui facevo i compiti, che giochi facessi.

Ed io a rispondergli, sempre fermo, con le gambe immobili. Poi mi chiese che giochi facessi. Se giocassi al pallone, piuttosto che ad altri giochi da ragazzini. Mi chiese: “E vai in bicicletta ?” E io: “Certamente”. Lui: “E come fai quando vai in bicicletta ?” E io, ovviamente, cominciai a muovere le gambe per fargli vedere come facessi a pedalare in bicicletta. Si alzò, mi salutò e andò via tra i mille ringraziamenti dei miei familiari.

Ricordo che la sua medicina che mi elargiva era Epacortex, un medicinale a base di ormoni ed estratti di ghiandole surrenali (non so se la definizione medica sia corretta, ma grosso modo si trattava di questo), insomma quanto di più blando si potesse trattare nella comune farmacopea.

Un giorno andai da lui, nel suo “studio”, una piccola stanza, spartanamente arredata con un tavolo in legno e ferro, un appendiabito di metallo, un lettino da “medico”, tre sedie. Tutto in freddo e perfetto stile “sanitario”. Mi siedo e con un filo di voce gli dico: “Dottore, mi fa male la gola”. E lui mi guarda e dice, serio: “Vai a casa, fatti una spremuta di limoni e fai dei gargarismi”. Io, seccato e quasi iroso, protesto: “Dottore, mi fa male davvero”. Lui si alza dalla sua sedia, fa il giro del tavolo, viene vicino a me, mi fa aprire la bocca, mi guarda in gola, torna al suo posto mi guarda e dice: “Alla spremuta di limone, aggiungi anche due gocce di aceto”.

Quando mi sono fatto più grande, la sua cura è cominciata a cambiare. Oltre a dispensarmi salutari consigli, mi curava con i funghi. Infatti aveva preso l’abitudine di andare a funghi e ne raccoglieva in quantità. Una parte di questi li dispensava ai suoi assistiti, cui regalava buste, sacchetti, vassoi pieni di funghi. Io aveva preso l’abitudine di andarlo a trovare la sera, dopo il lavoro, a casa sua, dove viveva con la sua compagna, una tenera donna dallo sguardo indulgente (nei suoi confronti e nei confronti dei pazienti più “difficili” come me), che seguiva con comportamento sereno l’operato del suo compagno di vita.

Dicevo che andavo spesso a trovarlo la sera, fuori orario, a raccontargli i miei problemi, le mie frustrazioni, le mie angosce. Insomma ricorrevo a lui più come psicologo che come “medico di famiglia”. Una sera, forse più seccato del solito dalla mia visita, mi dice: “Michele, tu fumi, mangi, bevi, prendi caffè, fai un lavoro stressante, se domani non smetti di fare una di queste cinque cose, non tornare più da me !” E mi mandò via con il suo solito vassoio di funghi raccomandandomi di dire a mia moglie come li dovesse cucinare.

Piccola parentesi. Ha sempre sostenuto che mia moglie si chiami Addolorata perché doveva incontrare me.

Torniamo al racconto. La sera dopo, a sera ormai inoltrata, busso alla sua porta. Lui viene ad aprire, un po’ seccato, un po’ stupito. Mi guarda in maniera interrogativa e mi fa: “Allora ?” E io: “Dottore, ho smesso di prendere caffè !” Lui mi guarda, prima serio e un po’ ombroso, poi sorride, mi fa entrare e anche quella sera mi rimanda a casa con un sacchetto di funghi.

Da allora, sono passati ormai più di trent’anni, non ho preso più caffè; bevo orzo, ristretto tazza piccola o lungo tazza grande, una piccola concessione me la sono offerta con un decaffeinato che occasionalmente consumo. Ma caffè non ne ho più preso. Purtroppo continuo invece a fumare, a mangiare, bere e ad avere un lavoro stressante. Avrei potuto scegliere un’altra delle cinque opzioni, ho scelto forse la più facile; però ho mantenuto la promessa.

Ho frequentato la sua casa (anzi le sue case, che cambiava di continuo costretto dalle sue esigenze e disponibilità familiari, ma anche economiche e finanziarie). Ho frequentato per ragioni diverse i suoi figli, ho seguito il passare del suo tempo, insieme con il mio.

Il mio dottore. Michele. Un uomo dalla grande umanità, amabile, ma altrettanto amato e stimato. Equilibrato, profondamente vicino alle persone, delle quali non comprendeva semplicemente i problemi, ma anzi riusciva a condividere le sofferenze, pervaso da un atteggiamento quasi “empatico”, per cui la cura diventava la ricerca del miglior modo di vivere possibile.

I suoi motteggi, risultavano sempre un modo di sorridere alla vita, piuttosto che fare battute, come accade la maggior parte delle volte ad ognuno di noi. Più che curare i suoi pazienti, li sosteneva nella vita, nelle difficoltà, nelle malattie.

La sua solidarietà, la “vicinanza” alle persone, la sua umanità non è mai stata frutto di un atteggiamento imposto, di un comportamento dettato dalle scelte della sua vita o dalle convinzioni, dalle scelte maturate da uomo. Sono state al contrario il comportamento ovvio, naturale che abbisognava assumere di fronte ai problemi e alle diverse situazioni dettate dalle circostanze, dalle condizioni e dalle contraddizioni della vita reale. Direi quasi un comportamento “istintivo”, non mediato da una riflessione, da una razionale decisione, da una scelta di comportamento.

Il suo senso di “fratellanza” non aveva il senso di essere imposto, e nemmeno di essere conseguenza di una scelta, bensì era la “scelta naturale” del vivere, era la naturalezza del suo vivere.

Nell’ultimo periodo della sua vita ho smesso di frequentarlo, perché, vile come sono, non mi piace partecipare delle sofferenze delle persone, aborro subire il dolore negli altri, mi angoscia partecipare al lento deteriorarsi del fisico e della mente di persone che mi circondano, che conosco, che sono state vicino a me.

Riposa, all’ombra di un grande pino. Non so se sia stata una scelta casuale, o richiesta, o voluta, o ricercata. Non l’ho chiesto ai suoi parenti, non mi interessa saperlo.

So solo che quello è sicuramente il posto migliore dove avrebbe preferito essere.

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3 risposte a Il Medico

  1. sergio ha detto:

    grandissimo Michele !!!

  2. bellaciao Grecia ha detto:

    e chi puó dimenticarlo il nostro Michele!

  3. malosmannaja ha detto:

    ce ne fossero di più di medici capaci di una tale “vicinanza”! probabilmente chi si avvicina alla professione medica, in tempi moderni, è mosso da ben altri “istinti”…

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