La svolta

Credo che la maggior parte delle persone (almeno quelle che intelligono), abbiano avuto un momento della loro vita, nel quale si sia determinata “una svolta”. Un momento cioè nel quale sono cambiati, mutati, ribaltati i rapporti tra se stessi e il mondo, la realtà circostante. A volte può essere stato un momento drammatico, la perdita di una persona cara; a volte un momento felice, l’incontro con una persona speciale, la nascita di un figlio. A volte una crisi mistica, una rottura con fanciullesche esperienze, una semplice conversazione.

Ma credo che tutti noi, guardando indietro, possiamo individuare un momento del quale, appunto, poter dire “mi ha cambiato la vita”. Un momento reale di cambiamento, di condizione, di posizionamento del proprio punto di vista rispetto al resto della realtà.

Qualcuno potrà obbiettarmi che nel corso della vita di una persona ci sono molti momenti di questo genere, ma debbo pensare, in questo caso, che si tratti di cambiamenti non radicali, che non riguardano il come vedere la vita, ma semplicemente (non dico banalmente) di cosa fare. Io mi riferisco, forse le parole sono ancora insufficientemente chiare, a quel momento nel quale una persona opera una scelta, quella fondamentale. Le azioni successive determineranno certo ulteriori cambiamenti, ma non riguarderanno più il “punto fondamentale”, saranno cambiamenti di condizioni, di stato, di comportamenti, a partire da quel punto centrale e fondamentale di svolta.

Beh, se voi non lo avete avuto o se voi non pensate che questo esista, o se pensate che stia dicendo delle banalità, poco importa.

Io questo momento di svolta l’ho vissuto e ve lo voglio raccontare.

Eravamo in primo Liceo Scientifico, correva l’anno 1969, insomma parliamo di oltre quarant’anni fa.

Io ero pieno delle certezze (sicuramente ancora fanciullesche) dettate da una solida famiglia borghese: due genitori entrambi insegnanti, di sani e forti principi etici e morali, che partecipavano al più grande e forse unico vero grande progetto di intervento mai realizzato nel nostro paese: alfabetizzare gli italiani, dando loro, con tutti i limiti del caso e della forma scelta, una cultura, una formazione culturale unificante in tutto il paese, da nord a sud, dalle grandi città fino a sperduti borghi di campagna (ricordo ancora la “pluriclasse” dove insegnava mia madre: una cubo di 25-30 mq, sperduto nel mezzo di una campagna tra Foggia e Ascoli Satriano, costruita su un tratturo in località “La Quercia”, dove studiava una banda di ragazzini figli di contadini poveri e braccianti della zona circostante, i quali frequentavano con un’unica maestra, mia madre, dalla prima alla quinta elementare).

Venivo dalla esperienza e dalla frequentazione dell’oratorio parrocchiale, vissuto, diversamente da molti miei coetanei, invece che in lunghe partite di calcio o da estenuanti campionati di calcio balilla, nella esecuzione dei compiti di assistenza ecclesiale (credo si dica così); insomma servivo messa, partecipavo al catechismo, a volte (la domenica) facevo da primo chierichetto, secondo chierichetto, primo lettore, ecc. Insomma giravo parecchio intorno alle tonache dei preti e anche da lì mi veniva fuori una forte “imprimatur” di ordine etico.

Ero infine stato affidato ad un maestro elementare (grazie alle conoscenze e alle relazioni dei miei genitori), i cui principi e il cui comportamento era persino eccessivamente ed istituzionalmente formalmente rigido e di assoluta severità .La sua bacchetta di legno con la quale minacciava di dare (e a volte dava) le “spalmate” sulle mani di quanti non si comportavano bene o non studiavano adeguatamente erano proverbiali. Una brava persona che si portava ancora dietro, tuttavia, una parte della sua formazione “fascista” di educatore di “giovani italiani”.

Bene, erano i primi mesi di Liceo, avevo avuto già modo di “distinguermi” per i miei primi impegni di carattere “politico”. Le prime manifestazioni, i primi scioperi, le prime discussioni. Un giorno ero in classe con due-tre altri compagni che non avevano partecipato ad uno sciopero organizzato dai fascisti (succedeva anche questo nella nostra comunità di provincia) per non ricordo quale motivo e noi, superando i picchetti e le proteste dei nostri compagni di scuola eravamo entrati in classe.

Docente era la professoressa di storia (negli anni successivi anche di filosofia), La Berardi: una istituzione per serietà, conoscenza, cultura e comportamento. All’epoca conviveva, senza essere sposata. Per quei tempi qualcosa di scandaloso, che lei riusciva a gestire con una forza pari alla sua riservatezza.

La lezione divenne presto una discussione su quanto stava accadendo, sul perché fossimo entrati a lezione, mentre la maggior parte degli studenti erano rimasti fuori. Ed in quell’occasione io venni fuori con una lunga (a quei tempi mi piaceva tanto parlare e a lungo), impegnata e infuocata dissertazione, al cui centro erano i principi assoluti, le certezze, l’ obbiettività,  che mi derivavano dalla mia formazione e dalla mia cultura formatasi nella situazione che vi ho prima descritta. Un mondo fatto di certezze apodittiche, fondamentali e indiscutibili.

La professoressa mi ascoltò con calma e serenità, non disse nulla durante il mio sproloquio. Aspettò con pazienza che il mio lungo eloquio terminasse.

Poi mi disse, tranquilla, guardandomi negli occhi. “Ricordati, mio caro, tu oggi non ne sei ancora consapevole e cosciente, ma nella vita, nella realtà, non esistono certezze e verità assolute, esistono le riflessioni, i pensieri e le scelte che gli uomini, che ciascuno di noi compie”.

Credo che abbia detto anche meno delle parole che qui la mia memoria ha trascritto, ma quello (forse il tono, ancor più che i contenuti), è stato il momento di svolta della mia vita.

Una insegnante, una professoressa, in altra parole un “punto di riferimento” come si dice adesso, che invece di controbattere, di rispondere con affermazioni, con un contraddittorio, mi invitava semplicemente a pensare non come mi era stato insegnato, non a tirare fuori dal sacchetto verità e certezze, ma dubbi e insicurezze; che mi diceva di pensare, non cosa pensare, ma di pensare, per poter decidere ciò che dovevo fare.

Una persona che insinuava, radicava il dubbio nella scatola del mio cervello, così pieno di verità assolute, degli insegnamenti certi che avevo ricevuto, dei comportamenti precisi da seguire e da realizzare.

Dietro di me, plasticamente vedevo l’autostrada (la strada, all’epoca le autostrade erano ancora cosa di cui si parlava nei telegiornali) della mia vita precedente: famiglia, scuola, chiesa, istituzioni, gerarchie; davanti uno spazio aperto, vuoto, desolato, che dovevo riempire con il mio pensiero, le mie scelte, le mie azioni.

Una frase. Il mio mondo, il mio vecchio mondo, è crollato con una frase.

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