Barcellona (prima parte)

Che strana città. L’ho conosciuta attraverso i libri di Manuel Vasques Montalban, noto romanziere giallista barcellonese, che ha fatto della sua città fonte di ispirazione della sua letteratura e dei suoi libri, e al contempo ne ha saputo  fare cartina di tornasole, confronto, “contraddittorio”, contraltare anche per tutti gli altri racconti ambientati fuori di essa.

Una città cresciuta davanti al mare, sulle basse rive sabbiose di un mare che non prometteva neppure la possibilità di un approdo, di un porto come quello di altre città del Mediterraneo, dall’adriatico all’Ellesponto, da Marsiglia, a Palermo, a Napoli, a Venezia, ad Atene. Città circondate da monti, con approdi profondi e facili, posti all’interno di ampi golfi, facilmente difendibili da attacchi provenienti dal mare, da aggressioni di altre genti e di altri popoli.

Ma nonostante questo Barcellona è stata una città di mare, anzi una delle “città marinare” che condividevano la ricerca di una supremazia sui mari concentrati tra l ‘Italia, la Francia, la Spagna e l’Africa del nord; impegnata a contendersi le coste, le isole, le “ricchezze” delle terre che si affacciano su quelle sponde.

Barcellona, cresciuta intorno ad un nucleo storico, proprio lì davanti al mare, tra il mare e il Palau Real e l’antica Cattedrale; un reticolo di vicoli , strade, piccole piazze, monumenti; l’antica Chiesa di Santa Maria del Mar, meno “nobile” dell’antica Cattedrale, ma il monumento forse più significativo della Ciutat Vella, costruita con l’apporto delle diverse corporazioni cittadine e il suo sincretismo architettonico. Nei vicoli e nelle strade che la circondano si leggono visivamente “le viscere della nostalgia” vissute da Pepe Carvaho (il personaggio protagonista dei romanzi di Montalban), che disegnano con forza gli ambienti descritti ed oramai perduti di una Barcellona ampliata dal cemento, prolungatasi nel mare con gli interventi dell’Expo, estesa in tutte le direzioni dalla spinta dello “sviluppo economico” dei periodi migliori della crescita e dell’ambizione autonomista della regione Catalana.

La Catalogna, che è stata una delle ultime propaggini resistenti all’espansione araba nella penisola iberica, l’area che maggiormente ha mantenuto la sua “integrità” cattolica, ereditata direttamente dalle rimanenze dell’impero romano, che più ha tenuto rispetto alle onde barbariche prima e a quelle islamiche poi, e che viceversa è rimasta la più laica delle provincie e dei territori ispanici. La più refrattaria alle spinte integraliste della riconquista e della ripresa del cattolicesimo più intransigente e asfissiante e integralista.

E’ in questa parte di Barcellona che si sentono ancora, gli odori antichi, i fumi dei cibi cercati descritti e cucinati da Pepe e dal suo fido assistente Biscuiter, si sentono e in alcuni casi si possono anche assaggiare in alcuni ristoranti, sopravvissuti o ricostruiti oggi più modernamente per conservare le vecchie tradizioni culinarie. Ma l’ambiente è totalmente mutato rispetto a quello descritto nei libri di Montalban. Non ho ritrovato intorno alla piccola, decorosa ed affollata Plaza Major quella moltitudine umana che si ritrova nella descrizione di una Barcellona ormai perduta.

“Strade del quartiere, quartiere di passaggio, dalle Rondas fino alle Ramblas, un’umanità residua di operai neri o africani con barbe da intellettuali, e intellettuali locali o latinoamericani travestiti da operai, bambini che approfittano dei provvisori spazi liberi per giocare, coppie di vecchi che avanzano lenti verso la morte e macchine parcheggiate che murano i marciapiedi (….) Carvaho sale la tetra scala di un palazzo, raggiunge il terrazzo, il terrazzo della sua infanzia, vi gira qua e là, si arrampica lungo un sentiero di mattoni diseguali e salta sul terrazzo della casa accanto: un orizzonte di altane, stenditoi, antenne televisive, Montjuic, il porto. Continua lungo il percorso e dalla sua statura di padrone dei tetti contempla scene di vita attraverso le finestre aperte sul cortile.” (Padri e Figli, Einaudi 2001).

Questa descritta da Montalban è una realtà che ha già registrato una sua trasformazione. La Barcellona visitata da me nell’ottobre del 2010, è ancora diversa, fatta di fiumi di giovani (turisti e non), coinvolti in una frenetica ed informale movida che attraversa vie strada e piazze, in una sorta di moto perenne e senza fine, dove l’incontro è solo l’occasione per riprendere il movimento, continuo, incessante, senza fine, ma anche, forse, senza scopo, senza la finalità ultima del completamento delle scelte della propria vita della propria esistenza. Una realtà fatta di “erasmus” in continuo movimento, che si susseguono gli uni agli altri, il cui unico scopo sembra solo e unicamente quello di esserci e non quello di essere.

Forse mi sono fatto prendere troppo dal pessimismo di Carvaho, che continua a bruciare un libro della sua biblioteca ogni sera, in una città in cui ormai “ha solo senso la distanza più breve tra vendersi e comprarsi” (Il Labirinto Greco, Einaudi,  2004).

Ma plasticamente ho visto nel mio peregrinare di turista, i cambiamenti , la dolorosa e profonda trasformazione di una città, avvenuta a cavallo degli anni 2000 descritti con maestria, affetto ed amore dalla penna di Montalban : “(…) cercò un tassì nel Paseo Martimo, arenato nel tempo e nello spazio, in attesa del prolungamento che lo avrebbe collegato alla Villa Olimpica. Da lontano, le case demolite per costruirvi la città degli atleti fingevano una scenografia da film sul bombardamento di Dresda o di qualsiasi altra città sufficientemente bombardata. Quella nuova città non sarebbe stata quasi più la sua, racchiusa in una coordinata elementare che aveva il Tibidabo come unico nord e, come unico sud, il mare e Barceloneta.” (Il Centravanti è stato assassinato verso sera, Feltrinelli, 1998).

Queste “coordinate elementari” costruiscono indubbiamente l’oggetto interessante del turismo tradizionale, puntato a conoscere i monumenti, la struttura, la storia, l’architettura di una città importante e significativa della “cultura storica” dell’europa. Sono questi i luoghi che i turisti normalmente visitano e io stesso l’ho definito come tour del primo giorno della visita a Barcellona. Come ho già detto il Palau Real, la cattedrale, Santa Maria del Mar, Plaza Major, le Ramblas e per finire la Bouqueria, l’antico mercato con le bancarelle allineate e i banchi curatissimi, le verdure, la frutta esposta con maestria e gusto “artistico”, abbinamenti di colore e di forme intrecciate in maniera organica e funzionale alle tipologie di prodotti.

E poi l’esposizione un po’ tradizionalista, un po’ mercantilista dei salumi, dei formaggi e dei prosciutti; insieme i banchi riforniti di pesce, compreso quello dell’ottimo bacalao (che piace tanto a mia moglie), e delle carni con il cordero (l’agnello) e il cochinillo (maialino) in versioni diverse e disponibile sia crudo che cotto.

E di nuovo le Ramblas, trasformate da immagine della comunità, “defilè” dell’abitato, luogo per eccellenza di esposizione, vetrina della città, progressivamente modificatesi in lungo luogo di passaggio tra bancarelle di ogni tipo, cineserie di dubbio gusto, negozietti di souvenir, dove i turisti passano per effettuare gli acquisti disordinati di ricordini da riportare a casa, agli amici ai familiari.

Forse è per tutto questo che il mio primo impatto con la città attraverso gli scritti di Montalban mi ha lasciato così colpito, l’aver visto mura, strade, vicoli, piazze e piazzette che normalmente avrei considerato gradevoli luoghi di visita in amarezza del ricordo, tristezza della memoria.

Così dunque è cominciata la mia visita a Barcellona, con gli occhi della memoria, della malinconia e del disincanto di Vasques Montalban.

(continua)

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