Barcellona (seconda parte)

E’ stato forse per questa visione “strana”, per questa sorta di tristezza, che mi sono dedicato ad un approccio diverso, non mediato da precedenti correlazioni letterarie, ma da mediazioni culturali forse anche più dirette e coinvolgenti dal punto di vista emotivo: Gaudi, Miro, Picasso, la collina di Montjuic.

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Siamo arrivati (io, mia moglie e i miei amici), su a Montjuic con la cabinovia che sale il colle su una sferragliante cremagliera fin quasi al primo dei molti luoghi di cultura che punteggiano questo ampio colle. Infatti il primo impatto è con la Fondaciò Joan Mirò, edificio modernista sede della Fondazione culturale  voluta proprio dal famoso artista catalano. E’ una mostra, una galleria ricca di opere d’arte, dipinti, installazioni, ma nata come spazio aperto di sperimentazioni e di ricerca, uno spazio museale aperto uno spazio interattivo, dinamico. Molte delle opere esposte sono frutto proprio di sperimentazioni e installazioni realizzate nel lungo periodo di tempo a cavallo dell’ultimo ‘800 e dei primi, formidabili, accesi, entusiasmanti, contraddittori primi anni del secolo scorso. Mirò è stato il cultore per eccellenza del surrealismo, Andrè Breton lo aveva chiamato “il padre del surrealismo”, un artista, forse l’unico che durante la sua intera, intensa vita artistica non si è mai scostato dal suo modello ispirativo. Catalano, tanto da aver voluto che la Fondazione si costituisse proprio a Barcellona, ma assai lontana, nella sua ispirazione, da essere forse quello meno legato ad una appartenenza, provinciale, territoriale, statuale; a differenza di tanti suoi contemporanei, dove l’elemento nazionale rimaneva fortemente presente (un esempio per tutti il Futurismo in Italia).

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Qualche centinaia di metri più in sù e lo scenari cambia profondamente. Il surrealismo di Mirò, meglio la struttura cui ha voluto dar vita con la sua Fondazione puntata fortemente alla ricerca, alla sperimentazione, alla “creazione” di forme nuove e originali, lasciano il posto al MNAC (il Museo Nazionale dell’arte Catalana) nel quale, seppure Gae Aulenti ha saputo trovare  soluzioni e adattamenti architettonici mirabili ed estremamente interessanti, vengono riproposte forme ed espressioni artistiche secondo una articolazioni e un metodo espositivo museale più tradizionale. Si parte dall’arte medievale per arrivare fino alle opere pittoriche contemporanee esposte con criteri cronologici e tipologici maggiormente fruibili dal cultore e dal turista “tradizionale”. Qui si parte dalla raccolta (che ha veramente del mirabile e irripetibile) di affreschi medievali, “staccati” dalle loro sedi originali, e riproposti ricostruendo le strutture originali che le contenevano. Non ho visto niente del genere in altre sedi museali. L’operazione realizzata è veramente unica nel suo genere !  E poi si prosegue con le opere pittoriche di artisti dell’arte romanica, medievali, gotica, rinascimentali, fino ai più moderni e contemporanei: da Frà Angelico, a El Greco, da Velasquez a Gaudì, a Dalì, a Picasso.

Lungo i fianchi della grande collina ancora Musei, da citare quello archeologico della Catalogna, con reperti romani di grande valore ed interesse.

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Da Montjuic la vista si allunga su tutta Barcellona, quella “storica” e quella moderna che deborda dai suoi antichi confini per allargarsi, estendersi ed espandersi lungo tutta la grande ampia piana, fino alle propaggini delle prime alture circostanti e dei rilievi collinari e montuosi più lontani. Una espansione grande, prolungatasi negli ultimi anni fin dove lo sguardo possa estendersi.

Ma una vista ed una visita culturale e artistica di Barcellona non potrebbe essere completa senza soffermarsi sul personaggio più rappresentativo ed al contempo più contradditorio e complesso di questa città. Mi riferisco a Gaudì e alle sue opere che segnano la struttura architettonica, civile e religiosa della Barcellona moderna. Da Casa Batlò, alla Pedrera, a Parc Gueil, fino alla Sagrada Familia, tutte lasciano un segno forte nella struttura urbana e anche in chi le visita e le guarda.

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Perdonatemi l’annotazione. A me Gaudì continua a non piacere nella sua forma artistica complessiva, nel suo messaggio complesso e a tratti fortemente contraddittorio. Ma non può che suscitare interesse la lettura delle sue opere e delle sue realizzazioni. Gaudì era un esponente del modernismo catalano, ma pur condividendo i presupposti ideologici e tematici di questo, non ne è stato un rappresentante “organico”.

Muovono al fascino le sue creazioni. Casa Batlò, lungo il Paseig de Gracia, attira e affascina lo spettatore in maniera eccezionale. Una struttura la cui funzionalità emerge non solo dalla struttura complessiva, ma da ogni singolo ed anche minuto aspetto della sua organizzazione: la forma dei balconi che si affacciano sulla strada principale, fatti per attirare, ma anche per essere usati nella maniera più funzionale, le finestre nelle forme più opportune per catturare ed utilizzare sia la luce che il calore naturali del sole, gli intagli nelle porte per favorire il mantenimento di temperature costanti ed adeguate, le scalinate interne organizzate per sfruttare al meglio le prese di luce naturali, l’organizzazione degli spazi interni, camere e stanze, organizzate secondo i criteri più funzionali possibili relativi all’uso cui sono destinati, persino le strutture dei servizi comuni (lavatoi, stenditoi, magazzini) organizzati secondo una logica ed una sequenza funzionale in cui l’arte recuperasse però appieno la sua espressione migliore; i camini disposti ed organizzati in maniera tale da farne risaltare la forma artistica piuttosto che il loro banale utilizzo. La forma e l’intaglio dei legni delle porte e delle finestre, il gusto mirabile dei mobili, degli scorrimano, dei lampadari, persino le decorazioni della facciata e delle fontane interne; nulla , proprio nulla sfugge al genio artistico di Gaudì nel realizzare questa opera.

E poi ancora la Pedrera, una magnifica costruzione concepita come una mastodontica scultura nella quale la curva diventa l’elemento predominante, essenziale.

Senza una visita a Parc Guell l’orizzonte su Gaudì non può essere completo: una città giardino, realizzata su più livelli, estesa in tutte le direzioni, completata da padiglioni e abitazioni, una grande scalinata che porta ad una sorta di mitico/mistico tempio dorico, il tutto “animato” da figure fantastiche, sedili, sculture diverse, e nel tutto si legge l’antico stile “mudejar” e la commistione, oserei dire la mescolanza, l’ibridazione tra il mattone e l’azulejo, che quindi ci riporta alle migliori eredità dell’arte araba. (In verità devo confessare che questo concetto l’ho compreso appieno solo dopo aver visitato Siviglia e Granada).

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E infine la Sagrada Famiglia, l’opera mai compiuta, l’opera più ascetica e mistica di Gaudì, che sembrò persino perdere il senno per e nella realizzazione delle sue mirabili e irraggiungibili guglie e nei suoi interni e nelle sue ibridazioni neo gotiche fino a farla sembrare “una costruzione fatta con la sabbia”. Qui emerge tutto il misticismo dell’autore, dell’architetto, dell’artista, che arriva a perdersi dentro la sua stessa opera; qualcuno ha detto che è la ricerca di un equilibrio tra “statica e plastica”.

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Per me rappresenta un altro degli elementi che mi fa dire che Barcellona è una “strana città”.

(continua)

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