Barcellona (terza parte)

E poi ho conosciuto Barcellona una terza volta, qualche tempo dopo aver visitato la città. Anche questa volta si è trattato di una conoscenza mediata e mediatica, attraverso gli occhi e gli scritti di un altro scrittore (anzi scrittrice) e giallista: Alicia Gimènez Bartlett, anche lei conosciuta soprattutto per il personaggio a cui ha dato vita: l’ispettrice poliziotta Petra Delicado.

Ora io dico che già il nome è una contraddizione meravigliosamente creativa: mettere insieme la durezza della pietra, con la delicatezza del nome è già di per sé geniale. Ma il fatto di scegliere come protagonista una donna, diventa una descrizione di quei cambiamenti complessi, convulsi, che la città ha subito e che ho cercato di raccontarvi nei capitoli precedenti di questa storia.

Una donna, che vive in un ambiente maschilista (la polizia), che “comanda” dei subalterni maschi, (il nome del suo collaboratore/sottoposto è Garcon !), che vive una vita privata fatta di matrimoni, separazioni, convivenze, relazioni affettive e sessuali “irregolari”, è il simbolo di una creatura nuova che abita la città di Barcellona, ne evidenzia le mutazioni, le trasformazioni e il cambiamento genetico, dopo quello fisico, monumentale ed architettonico della città.

La città, il suo epicentro storico, antico, oltre ad essere mutato è abbandonato dallo sviluppo dell’azione, del racconto. La città diventa più evanescente, si arricchisce dei nuovi quartieri, della tumultuosa crescita urbana, delle degradate periferie, dei capannoni industriali abbandonati. L’umanità si fa più scomposta, socialmente sempre più disgregata e disaggregata, la delinquenza diventa fenomeno sociale, l’infiltrazione mafiosa esterna più significativa ed “intrigante”, la malavita sempre più globalizzata e con intrecci internazionali più forti (in due casi/romanzi, Petra arriva ad indagare in Italia e persino in Russia). Barcellona è una città che vive dentro questo complesso articolato ed ampio che non si sviluppa più nei barrios  e nei vicoli, ma negli uffici, nelle aziende, nei rapporti economici interni ed internazionali. Una Barcellona, parte di un mondo più grande, che, a volte dimentica persino le spinte autonomistiche o che utilizza queste come base e strumento per realizzare intrighi, lotte, omicidi, azioni malavitose.

Così  le visioni e le inquadrature delle città diventano slavati acquerelli di ambienti comuni e spesso sembrano prevalere la descrizione degli interni, che magari mantengono alcune caratteristiche fondamentali, tipiche e tipicizzanti.

“La Gabia era un bar colossale, una di quelle trattorie con menu a prezzo fisso aperte un mucchio di anni fa che a mezzogiorno si riempiono di operai. Un bancone proporzionato alle dimensioni del locale si estendeva per tutta la sua lunghezza.” (Un bastimento carico di riso, Mondadori, 2004).

Ambienti che si diversificano sempre più con il diversificarsi delle tipologie sociali tradizionali. (…)“In quale altro modo si poteva identificare il quadretto che mi si parò davanti al caffè dell’Avenida Diagonal dove mi aveva dato appuntamento Mercedes Enàrquez ? Fin dal mio ingresso nel locale mi sentii inebriata da un aroma gradevolissimo: croissant appena sfornati, lieve sentore di sigarette light e un raffinato bouquet di profumi costosi. (…) Anche le sensazioni uditive erano puro relax: mormorii, qualche breve risata a bassa voce e una discreta musica d’ambiente. Niente a che vedere con le bettole che frequentavo con Garcon, sempre piene di fumaccio denso, esalazioni di olio fritto, rumore di macchinette mangiasoldi, strepito di piattini e televisioni a tutto volume”. (Serpenti nel Paradiso, Mondadori, 2002)

 

Negli interni tutto si fa più sfumato, meno tradizionale, più “comune”: “(…)ma certamente mi aspettavo qualcosa di diverso quando entrammo nell’appartamento di Valdes. (…)l’immagine che me ne ero fatta oscillava tra gli ambienti di film noir americano e lo squallore di un condominio di periferia. Grave errore. La tana di quella belva del giornalismo era arredata con la cura di una novella sposa (Morti di carta, Mondadori, 2000).

La descrizione degli ambienti esterni, delle architetture diventano più forti e radicali quando più sono correlate alle contraddizioni sociali e alle differenze economiche sempre più nette e più aspre che si “aprono” in una “moderna” città.

“Quando arrivammo al complesso residenziale “El Paradis”il sole splendeva già più intenso. Garcon fece vari giri all’interno del lussuoso circondario (…).A quell’ora cominciava ad esserci un po’ di movimento. Eppure nessuno usciva a vedere cosa ci facesse tutta quella polizia lì intorno. Se provavano curiosità, la tenevano sotto controllo. Si vedevano luci accese e si sentiva odore di caffè. Quelli erano gli unici segni di vita dietro le pareti delle lussuose villette. In qualche giardino c’erano giocattoli abbandonati dal giorno  prima (…) Aiuole fiorite, alberi ben potati, cespugli uniformemente potati …. era uno scenario idilliaco e irreale. Ogni cosa era stata predisposta fin nei minimi particolari, niente vi cresceva per generazione spontanea. I muretti che separavano le case erano basse, all’americana. Tutte avevano una targa sul cancello con nomi di fiori: i Gerani, I Gigli, Le Violette ….Un inno al cattivo gusto. Immaginai che l’impresario si fosse sentito un genio il giorno che aveva partorito quell’idea. Era scioccante pensare che a pochi chilometri si estendevano le città dormitorio della periferia di Barcellona. Eppure era naturale che chi poteva si concedesse una realtà artificiale del tutto estranea alla bruttezza , al rumore e all’inquinamento imperante. (…)Per me sarebbe stato terribile vivere in un posto simile, senza un negozio, senza un bar, senza un’edicola di giornali o una fermata di autobus.(…) Pensai alle mie uscite mattutine dalla casa di Poblenou per andare al lavoro: le vecchiette che vanno a fare la spesa all’alba come se la loro giornata non bastasse mai, la chiacchierata quotidiana con il giornalaio, (…) i bar affollati, gli operai in tuta. (Serpenti nel Paradiso, Mondadori, 2002).

Ma non basta: “Mi guardai intorno. Ci trovavamo su uno dei viali che delimitano il parco (de la Ciudadela). Lungo l’aiuola laterale c’erano altre panchine parallele alla nostra (…) Alzai gli occhi verso il palazzo di fronte. Erano appena le sette del mattino, ma diversi inquilini , affacciati alle finestre , seguivano ogni nostro movimento. I nostri agenti stavano già concludendo il loro giro di domande in cerca di testimoni. Uno di loro mi disse che sarebbe stato difficile trovarne uno fra gli abitanti dei palazzi vicini. Si trattava di vecchie costruzioni, concepite alla maniera tradizionale, con camere da letto che davano sul cortile.” (Un bastimento carico di riso, Mondadori, 2004).

E come se non bastasse, i contrasti si fanno ancora più forti, duri, amari, dolorosi:  “E poi so a che parte della Diagonal si riferisce. E’ un’area dove costruiranno presto, ma ci sono dei ritardi nei permessi edilizi, e in questi casi capita spesso che i senza fissa dimora occupino il terreno (…) Quando arrivammo al terreno abbandonato lungo l’ Avenida Diagonal era quasi buio. Yolanda ci fece svoltare in una traversa e davanti ai nostri occhi si aprì uno scenario incredibile. Su una spianata erano sparsi vari fuochi accesi. Tutt’intorno uomini e donne avvolti in coperte o cappotti vagavano senza meta.” (Ibidem).

“La caserma San Andreu era un piatto per stomaci forti. L’edificio era stato preso d’assalto da squatter d’ogni genere e risma. Non c’era acqua né luce, ma ognuno di quei diseredati si era dato da fare per trasformare l’angolo di propria competenza in una casa. Vidi stanze dove erano stati disposti perfino dei vasi da fiori.” (Ibidem).

Forse ho un po’ troppo esagerato nelle citazioni, ma volevo rendere evidente il mutamento dello scenario, e in me il mutamento della visione di una città, registrato nel giro di pochi decenni in questi miei tre brevi racconti.

Ma credo che la più lapidaria, sintetica e struggente “chiusura”, sia questa con cui vi lascio. L’impoverimento di un luogo storico, centrale ad una attività effimera, ad un evento straordinario, ma che vive solo un breve momento; una secolare raccolta di vita (la città di Barcellona), ridotta alla semplice quinta di uno scenario.

“All’improvviso mi ricordai che in Plaza de la Catedral erano cominciati i preparativi per la grande messa del Papa. Mi avvicinai a curiosare. Splendeva un sole tenue e gradevole, che inondava tutto di luce autunnale. Migliaia di tavole di legno si ammucchiavano sull’asfalto ….”. (Serpenti in Paradiso, Mondadori, 2002).

Fine

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