Blockade a Gleneagles

Una delle cose più divertenti che abbia fatto negli anni di impegno e di azione politica nel Social Forum Europeo, è stato quello di partecipare all’azione di blockade a Gleneagles nel luglio del 2005.

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Riuscivo a coniugare positivamente l’azione politica militante con la conoscenza di alcuni luoghi dell’Europa che mi hanno sempre affascinato per la loro forza, per il loro significato, per il  segno forte che hanno lasciato nella cultura e nella società in cui oggi viviamo.

E siccome io facevo parte del “rainbow block”, il “blocco” arcobaleno, decisi con entusiasmo di partecipare all’iniziativa di bloccare (simbolicamente) la base nucleare di stanza a Gleneagles, un posto sperduto al confine tra l’Inghilterra e la Scozia.

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Sbarcammo a Glasgow, ospiti di una amica di mia sorella, la quale ci accolse nella sua casa, un bell’appartamento al piano rialzato con un piccolo giardino sul davanti ed un piccolo cortile nella parte posteriore. L’ospitalità veniva compensata con il mio impegno culinario: mi cimentai un paio di volte con piatti della cucina italiana, amabilmente apprezzati dai commensali.

La prima annotazione di colore è ovviamente quella relativa alla luminosità di quelle terre: c’era quasi sempre luce in quel periodo. Andavamo a dormire a notte inoltrata con la luce “naturale” e ci alzavamo alle tre, quattro del mattino per partecipare alle manifestazioni organizzate, sempre con la luce “naturale” (parlare di sole è un po’ fuori luogo).

Nel frattempo trovavamo il tempo per visitare la zona: andammo ad Edimburgo, cittadina affascinante, non grandissima, molto piacevole. In pratica una lunga strada (la High Street, detta anche Royal Mile), che procede dal Castello, posto in cima alla rupe con tre dei lati a strapiombo alti oltre cento metri, e si conclude alla Holyroodhouse, un palazzo destinato per secoli ad essere la residenza dei sovrani ad Edimburgo.

Città oggetto di sanguinosi e lunghi conflitti tra l’Inghilterra e la Scozia, tratto di confine tra due aree della Gran Bretagna, oggi luogo di una rappresentanza autonoma (scozzese), ma fortemente integrata alla “corona”.

Il castello, reso ancora più imponente dal fatto di essere costruito proprio in cima alla rupe, sembra quasi raddoppiare  la sua possanza. Lungo la strada (la High Street), i palazzi e gli edifici signorili si alternano alle costruzioni commerciali, grosse botteghe, rimaste quasi intatte nelle loro dimensioni e strutture; chiese ed altri edifici pubblici che si susseguono nella dolce e lenta discesa verso la residenza reale. Ad un terzo circa della strada si incontra la bellissima chiesa gotica di St.Giles (attualmente di culto presbiteriano), danneggiata nel ‘500, dalle lotte tra le avverse fazioni religiose. Sui due lati della strada principale si dipanano strade e cortili che si fanno via via più stretti, risicati, ridotti, fino a diventare luoghi che in passato erano il regno di grassatori e puttane, aperture in locali malfamati e puzzolenti che si definivano locande, ma in realtà erano maggiormente luoghi di malaffare. Oggi gli ambienti si presentano puliti e ben curati, con ridotte ma decorose abitazioni (alcune anche di prestigio).

La discesa, lenta e piacevole, offre il modo di osservare il progressivo ampliamento urbano (grande, ma non esteso), i nuovi luoghi e punti di incontro dello sviluppo cittadino; piazze, parchi, strade e giardini  assai gradevoli. Scegliemmo di visitare la National Gallery (una pinacoteca abbastanza ricca ed interessante che insieme ad artisti di fama europea, raccoglie molto del panorama artistico scozzese). E così, ignari, evitammo il primo conflitto con la polizia. Infatti alla nostra uscita venimmo a sapere che durante quelle ore c’era stato un corteo, immediatamente circondato, caricato e disperso dalla polizia. Ciò non faceva presagire nulla di buono per la manifestazione del giorno seguente presso la base navale.

Infatti, quando il mattino successivo ci incontrammo per prendere il pullman, circolavano le notizie più disparate: erano in corso scontri notturni con la polizia, non si poteva passare, dovevamo tornare a casa, la manifestazione era rinviata. Invece riuscimmo a partire e, seguendo un tortuoso percorso che attraversava strade secondarie e di campagna (quelle principali erano appunto oggetto degli scontri in atto), ben scortati dalla polizia che aveva comunque l’obbligo di portarci dove eravamo autorizzati ad andare per tenere la manifestazione, arrivammo nei pressi di Gleneagles. I posti che attraversammo erano veramente belli: una natura incontaminata (forse), comunque splendidamente piena di verde che ricopriva le basse e tondeggiandi colline della zona , una vegetazione lussureggiante, le piante di alto fusto concentrate in grosse macchie punteggiavano estesi spazi erbosi. In lontananza le acque del mare brillavano di un tenue grigio-azzurro. Lo spettacolo era veramente piacevole. Pensare che la miserabile razza umana, potesse insediare in simili posti strumenti paurosi di guerra e di morte, era una contraddizione manifesta ed una ennesima prova della stupidità umana, quella capace di distruggere se stessa (non la stupidità, ma l’umanità) e tutto ciò che di meraviglioso la circonda.

Al’arrivo trovammo una massa di manifestanti delle condizioni e delle provenienze più diverse ed originali: colori e bandiere dappertutto, ma ciò che risultava più simpatico era la moltitudine diversa di persone presenti.

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Distinti uomini in kilt e calzettoni passeggiavano lungo i viottoli, preti in tonaca o in vestito scuro e di religioni diverse vagavano tra un gruppo e l’altro; c’era gente dal pelo rossiccio che teneva a mettere bene in evidenza coccarde, fasce e sciarpe verdi di evidente provenienza irlandese; c’erano persone con baffi e pelle olivastra provenienti dalla turchia e dalla grecia; seduti sui prati gruppi di persone intenti a fare uno spuntino a quell’ora antelucana con pane, formaggio e salumi (scoprimmo che, ovviamente, la maggior parte di questi ultimi erano italiani), ragazzi dai costumi colorati che vivevano in un “villaggio”

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vicino fatto di roulotte e baracche di legno, qualcuno aveva addirittura acceso qualche fuoco per cucinare qualche piccolo pasto caldo, qualche minestra o roba simile;  c’era la “clown army”,

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una sorta di strampalata e divertentissima compagnia che vestiva utilizzando abbigliamento clawnesco (parrucche colorate, nasoni tondi rossi, magliette a strisce, bretelle colorate), frammisto e ibridato con  giacche militari e persino con qualche elmetto. I tedeschi si notavano subito perché organizzati in gruppi compatti e tendevano a “integrarsi” poco meno degli altri con buone scorte di birra al seguito. E poi francesi, ungheresi, estoni, qualche (raro) russo. Insomma un clima assai festoso avvolgeva l’intera zona.

A ricordare l’obbiettivo della nostra azione, una lunga fila di polizia che sbarrava con fermezza tutta inglese, ogni accesso, ogni strada, ogni viottolo, ogni passaggio della zona.

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File di poliziotti, organizzati in maniera assai professionale in lunghe linee ordinate, un lungo cordone scuro di divise scure che si dipanava a delimitare la creativa, festosa, variegata, fantasiosa, divertente accozzaglia di manifestanti che era lì convenuta.

Sembrava una “scampagnata”, più che una “azione politica”. Bandiere dappertutto: quelle arcobaleno della pace, con la scritta “pace” declinata nelle lingue di tutta europa, quelle rosse con la falce e martello nelle forme e nei disegni più diversi, quelle verdi (ovviamente sempre irlandesi) con i simboli a noi incomprensibili;  qualche bandiera americana montata alla rovescia. I poliziotti, erano l’oggetto principale del divertimento e del dileggio popolare, le nostre grida, gli slogan che urlavamo, le canzoni, credo che difficilmente arrivassero fin dentro la base navale.

Qualcuno, più per azione dimostrativa che altro, salì sulle recinzioni e si legò agli alberi che in alcuni punti la circondavano, dando vita a lunghe trattative con la polizia per tornare giù da quelle scomode e pericolose posizioni. La soddisfazione che per quella giornata almeno, bloccammo tutti gli accessi e quindi gli ingressi del personale civile e militare della base (almeno via terra).

G8 2005 073C’era gioia e felicità per una manifestazione internazionale così ben riuscita, vivace e partecipata, coinvolgente, tranquilla e festosa, che in un lontano angolo di questa nostra terra era riuscita ad esprimere una volontà e una intenzione pacifista così ampia e diffusa (purtroppo misconosciuta e reietta dai poteri dominanti).

Una manifestazione simbolica, non violenta, determinata, puntata a far sentire, a esprimere una volontà ed un sentimento ben più largo e diffuso.

Il ritorno a casa fu altrettanto gioioso, pieno di soddisfazione, forse anche ingenua, ma consapevole di aver dato un contributo, ancorchè minimo ad un sogno e ad una idea diversa di europa e del mondo.

(continua)

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