Il maestro elementare

Penso che uno dei ricordi più incisivi per una persona, sia quella del proprio maestro (o sempre più maestra) elementare. Soprattutto per quanti non hanno frequentato asili nido o scuole materne, la figura del maestro elementare è quella che rimane maggiormente impressa nella mente del fanciullo. In genere è la prima figura “estranea” che si conosce, appena abbandonata la stretta cerchia familiare.

Il mio maestro elementare era una persona che rientrava nella più assoluta normalità per quanto riguarda l’aspetto fisico: altezza media, intorno al metro e sessanta, età matura, quaranta anni passati, senza essere ancora vecchio, calvo. Educato, cortese, formalmente “all’antica” , si potrebbe dire “d’antàn”, salutava sempre togliendosi il cappello dal capo con tre dita, calando leggermente il capo, cedeva il passo alle signore (insegnanti o no che fossero), dava sempre del “lei”, anche ai bidelli e al personale di servizio della scuola.

Uomo di provata esperienza e apprezzato nell’ambiente scolastico (i miei genitori lo avevano preferito ad altri loro colleghi); metteva insieme una impostazione deamicisiana, con significative vene di autoritarismo.

Io ed altri due ragazzi eravamo i “privilegiati” della classe, perché, vista la nostra estrazione sociale, non dovevamo attendere il suono della campanella per entrare in aula, ma eravamo autorizzati ad entrare prima degli altri scolari. Eravamo io (figlio di insegnanti), il figlio di un avvocato e il figlio di un medico. I nostri genitori avevano scelto di farci frequentare la scuola pubblica, ma potevamo godere di questo piccolo privilegio. Così evitavamo la confusione dell’attesa davanti alla scuola, sia nelle fredde giornate invernali che in quelle più tiepide dell’estate e dell’autunno, evitavamo la ressa e la confusione di passare qualche tempo con i nostri coetanei, misconoscendo aspetti della vita fanciullesca, belli o brutti che fossero.

Evitavamo così i giochi di ragazzini: le corse, le partite con le biglie, ma anche le piccole risse, le spinte, le “cartellate” o i colpi di libri intesta. In classe noi tre ci sedevamo ai nostri posti ed aspettavamo l’arrivo dei nostri compagni e del maestro. Al suo ingresso, tutti in piedi, poi la preghiera del mattino e cominciava la lezione.

Ho parlato di formazione deamicisiana del mio maestro. Infatti, a parte il fatto di entrare per primi in classe, i privilegi finivano lì. Il comportamento del nostro maestro era assolutamente equanime, puntava a mettere insieme il figlio  del bottegaio, con il figlio dell’avvocato, me con il figlio del muratore, il figlio del dottore, con il figlio della portinaia. Il suo rapporto con noi era una versione novecentesca dei principi fondamentali che avevano ispirato la scrittura di “Cuore”, ovviamente alla luce dei cambiamenti e dei tempi che vivevamo nell’Italia degli anni ’50, alla vigilia del grande “boom” economico.

Questo “egualitarismo” è stato per me una fatto importante; infatti avevo frequentato per pochi mesi una scuola privata, dalle suore del Conventino, ed avevo vissuto una esperienza da definire se non tragica, veramente traumatizzante. Non so per quale principio “didattico”, infatti, venivamo spinti ad una esasperata competizione. Ricordo perfettamente che venivamo chiamati alla lavagna a coppie di due; quando venivamo chiamati, dovevamo correre in fondo all’aula, andare alla lavagna, risolvere una operazione che ci veniva dettata e tornare ognuno al proprio posto. “Vinceva” chi tornava a sedersi per primo. A parte l’assurdità di questa ridicola attività ginnico-intellettuale, la cosa che proprio mi faceva soffrire è che io dovevo gareggiare con un bambino molto più piccolo che (mentre io correvo fino in fondo all’aula e tornavo alla lavagna), veniva preso in braccio dalla suora/maestra, portato alla lavagna, dove la medesima suora risolveva per lui l’operazione e tornava al banco (ovviamente), prima ancora che io potessi prendere il pezzo di gesso in mano ! Un esperienza frustrante (oltre che diseducativa).

Resistetti assai poco in quella scuola privata, poi, a furia di pianti e di strepiti, i miei si convinsero che era meglio farmi frequentare una scuola pubblica.

Dicevo della “venatura” autoritaria del mio maestro. Si evidenziava soprattutto nel permanere di elementi punitivi come lo stare in piedi dietro la lavagna, nel caso di mancanza nell’aver fatto i compiti o di carenza nello studio e nelle “bacchettate” sulle mani nel caso di comportamenti diseducati o poco corretti durante il corso delle lezioni.

La “bacchetta”, un pezzo di legno lungo una sessantina di centimetri, largo dieci, era quasi sempre nelle sue mani, veniva usato per indicare qualcosa scritto sulla lavagna, o uno dei tanti cartelli appesi ai muri dell’aula o per indicare una posizione sulla ampia cartina geografica. Battuta sulla cattedra quando il brusio o la disattenzione della scolaresca aumentava, al fine di richiamare all’attenzione e all’ordine, calava implacabile sulle palme delle mani dei più indisciplinati o di quanti erano eccessivamente turbolenti. Il maestro chiamava l’alunno vicino a sé, gli faceva aprire il palmo della mano, e la bacchetta calava inesorabile; se per caso la mano veniva ritirata prima del colpo, era peggio, le “bacchettate” diventavano due. Le “bacchettate”, utile dirlo, erano di uso frequente durante la giornata.

Un giorno, spinti forse da qualche consiglio dei più “furbi” della classe, io e i miei due compagni con cui entravamo per primi in classe, mettemmo in atto uno stratagemma. Frequentavamo la quarta o la quinta classe, non ricordo bene. Portammo in classe un seghetto e segammo leggermente una parte della bacchetta di legno. Al primo utilizzo quel giorno non accadde nulla, ma al secondo utilizzo, la bacchetta si spezzò. Ricordo ancora lo sguardo incredulo e stupito del maestro. Il suo volto divenne paonazzo. Il timore di essere stato eccessivamente violento e di aver dato una punizione troppo forte era evidente dalla sua espressione. Rimase qualche secondo perplesso, nel silenzio assoluto che si era creato in classe, mandò subito a posto il ragazzo e tornò con la fronte imperlata di sudore verso la cattedra.

Furono pochi secondi, poi riprese la lezione; ma era evidente che era rimasto colpito da quanto era accaduto. Non so se mai si rese conto del fatto che la bacchetta fosse stata “sabotata” da un intervento estraneo, ma ricordo che l’utilizzo diminuì fortemente e rimase da allora limitato solo ai casi più gravi.

Insomma il mio maestro era una brava persona, cercava di capire ed adeguarsi alle mutate condizioni sociali e formative, alle “nuove” direttive che riceveva dalla direzione scolastica, anche se risentiva ancora dei segni lasciati dalla sua formazione ricevuta durante gli anni del ventennio.

I suoi limiti non erano dettati da stupidità (quello delle suore mi pareva davvero stupido), solo che non comprendeva fino in fondo quello che stava succedendo intorno, la rapida evoluzione, i cambiamenti che si avvicinavano con la turbolenza di un temporale improvviso.

Terminata la scuola elementare l’ho incontrato più volte, sia quando frequentavo le medie e poi, più raramente anche quando frequentavo le superiori. Un paio di volte sono andato a trovarlo a casa, ormai anziano, ciabattante nel corridoio, il passo incerto nel venire incontro a salutarmi.

Ascoltava con piacere le brevi notizie che gli davo su di me e sui miei vecchi compagni di classe, ma continuava a scuotere il capo a fronte delle cose che gli raccontavo, di quello che facevamo, di come, fuori, stessero cambiando le cose. Scuoteva il capo, ma a me non è mai parsa una espressione di dissenso, semplicemente la incapacità di adeguarsi ad una realtà che era ormai fuori dalla sua comprensione.

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