Il Vallo di Adriano

Dopo il successo del blokadge a Gleanagles, il mio viaggio nel luglio del 2005 continuò con mete meno impegnative politicamente.

Visitai Glasgow da solo. George Square,la grande piazza rettangolare centro di Glasgow, la Art Gallery, le rive del Clyde, la School of Modern Art, la Cattedrale. Ma Glasgow non è una città d’arte in senso stretto, non ha un centro storico da visitare. Una grossa cittadina che tenta di rilanciarsi in un ruolo perduto nel corso della storia, una città pulsante e vivace, meta non di un viaggio da turisti, bensì di una partecipazione ai movimenti sociali e culturali assai vivaci che lì sono in atto. Per cui la mia visita ne è risultata piuttosto povera e priva di particolari menzioni (se non lo scarno elenco di luoghi visitati che vi ho elencato. Una città da vivere piuttosto che da visitare, ma io, purtroppo, non ne avevo il tempo necessario.

Più interessante risultò il seguito del mio viaggio, quando, abbandonate le terre di Scozia, ci avviammo verso il nord dell’Inghilterra.

Lì giungemmo al Vallo di Adriano, o meglio ai che rimangono di una ingegnosa e grande costruzione formata da torri di vedetta, muri, caserme. Quando fu costruita, nella prima metà del secondo secolo dopo cristo, fu una colossale opera di ingegneria miliare: 117 chilometri di fortificazioni dalle coste del Mare d’Irlanda fino a quelle del Mare del Nord. Il segno della grandezza militare dell’Impero romano, che permetteva il controllo di una vastissima area non soggiogata al controllo e al dominio di Roma.

In questo caso forte è stata l’emozione di giungere ai limiti di quello che fu la massima espansione di Roma, Del grandioso Vallo, costruito a baluardo delle barbare popolazioni del nord dell’ Inghilterra, di quella struttura che definiva la grandiosità di un impero spinto (a nord) fino agli estremi confini, restano alcuni pochi e limitati  siti realmente visitabili. I resti delle mura e delle fortificazioni sono ridotte, e visibili con difficoltà, tranne alcuni siti che secondo una logica dell’archeologia che personalmente condivido assai poco, sono stati recuperati (per quel poco che ne rimaneva) e ricostruiti quasi come un set di film hollywoodiano.

Eppure stare in piedi su ciò che rimane di quell’opera grandiosa (spesso un ammasso di pietre che resistendo ai secoli e alle rapine dell’uomo segnano ancora il Vallo) fornisce una emozione veramente forte. Salire sui resti di quel muro e guardarlo estendersi verso est e verso ovest, senza interruzione di continuità, fino a che lo sguardo possa spingersi. Vedere i segni di quelle mura, delle fortificazioni, delle torri e dei fortini che seguono l’ondulato percorso del terreno: prima salendo lentamente sul dorso di una collina, poi nascondendosi nell’avvallamento posteriore, poi ancora risalendo lungo la successiva collina e poi avanti ancora così, tra il verdeggiare dell’erba, produce una emozione fortissima.

Quelle’emozione è ancora vivida nel mio ricordo.

Soggiornammo in un Bed and Breakfast situato nei pressi. Era soprattutto un posto per cacciatori. Ma la differenza rispetto ai B&B nostrani era evidente. Anzitutto i luoghi “comuni” assai più ampi di quelli privati: le stanze erano luoghi assai ridotti, dove alloggiare, ma molto “spartani”. Piccole camere, pulite, con bagno annesso, con uno o due letti o addirittura con letti a castello, ma comunque di dimensioni ridotte. Niente televisione in camera, presente nel grande salone con camino dove invece si svolgeva la serata, prima di andare a letto. Il salone era arredato con ampi divani, vari tavoli e, ovviamente, l’immancabile bancone del bar dove venivano servite pinte di birra a profusione. Quasi un pub.

La colazione del mattino dopo, ricca ed abbondante. Non so cosa poteva mancare a quel tavolo.  Oltre al thè, al latte, ai cerali, cornetti caldi, pane, burro e marmellate di vario tipo, i must della colazione all’inglese egg and bacon a profusione, ed ancora per quelli dallo stomaco più forte, fagioli lessi o a minestra, pezzi di pollo arrosto. Io ressi solo la colazione inglese, ma non andai oltre. Di bere anche la birra che qualche commensale si serviva già a quell’ora del mattina, non me la sentii proprio.

Da lì, discendemmo ancora verso Durham. Questa è una piccola città di antica storia. Il centro è costruito su una sorta di penisola circondata quasi interamente da una ansa del fiume Wear, che in quella zona scorre placidamente fornendo una sicura difesa naturale dell’antico insediamento, ed oggi un luogo di serena osservazione dei resti dell’antico abitato e soprattutto della magnifica Cattedrale che, con due grandi torrioni si staglia verso il cielo, aumentandone l’imponenza architettonica.

Pur non essendo una grande città, è sede di una prestigiosa università. La visita impegna poche ore, i luoghi da “visitare” non sono numerosi e nemmeno particolarmente estesi. La maggior parte del tempo lo trascorremmo invece a passeggiare proprio lungo le rive del Wear, tra i prati e i boschetti che si estendono lungo le due sponde del fiume. Una passeggiata dolce e riposante seguendo l’ampia ansa del fiume. Passato un ponte, dopo un ampio spazio erboso, una piccola zona boschiva; un casone con una grande ruota mossa dall’acqua, in pratica un vecchio mulino, rimasto a testimoniare tempi ormai andati.

Spazi che inducono a sentimenti di serenità e di benessere, di riappacificazione con la natura e con il mondo.

Forse è stato il modo migliore per chiosare una esperienza di viaggio che era cominciata con una iniziativa di lotta contro la guerra, la violenza, il dominio e la sopraffazione. Un luogo di pace visiva ed anche interiore, in netta contrapposizione con i luoghi scelti come basi di armi, di guerra e di distruzione.

(continua)

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