Il SFE di Atene (seconda parte)

mani SF Grecia esf ateneDell’odore di cipolle vi ho già parlato; qui vi racconto di quello dei lacrimogeni.

Le giornate del Social Forum Europeo di Atene erano scivolate via dolcemente e proficuamente in quei primi giorni del maggio 2006. Le discussioni e i dibattiti avevano messo in luce le numerose contraddizioni e le diverse posizioni tra gruppi nazionali e internazionali; avevamo scavato a fondo sugli elementi di unità e di possibile convergenza, avevamo deciso una serie di impegni e manifestazioni unitarie, ma rimanevano anche decisioni di iniziative prese da singoli gruppi o aggregati.

Il tutto confluiva però in una idea di movimento convergente nel tentativo di arrestare o ritardare il pesante attacco del “liberismo” dominante e determinante che stringeva l’europa e determinava condizioni sempre peggiori per la gran parte dei suoi abitanti e dei suoi cittadini. Le sempre più scellerate scelte monetaristiche avrebbero determinato, di lì a poco ancora il crollo di intere economie e l’impoverimento di masse popolari sempre più ampie, privandole di diritti acquisiti, spingendoli ai margini di condizioni di vita sempre più miserevoli, indebolendone il potere di acquisto, minando le basi di una società civile e spingendo sempre più verso quella che io continuo a definire uno stato di guerra.

Una guerra combattuta non con le armi ed i cannoni, ma con la forza della moneta e dell’economia più forte, che emargina ed esaspera i più deboli, lasciandoli tuttavia incapaci di proiettare un disegno di riorganizzazione e di riaggregazione sociale capace di controbattere con forza a queste spinte distruttive dei poteri economici forti e dal dominio incontrastato della grande finanza.

Una realtà nella quale gruppi sempre più ristretti godono di privilegi e di condizioni di vita agiate e masse sempre più ampie sono costrette a vivere e a sopravvivere, ricorrendo ai pochi e risicati elementi di solidarietà sociale che però non vengono dall’azione di uno stato sociale capace di recuperare e ridistribuire ricchezze, ma da elementi solidaristici tutti interni a gruppi sociali sempre più ristretti e solidalmente uniti, sempre più ridotti ad ambiti quasi, se non esclusivamente familiari.

Questo oggi sempre più accade nelle nostre società e nelle nostre economie, questo sempre più, non ancora tragicamente, ma sempre più preoccupantemente, accade nella nostra vita quotidiana, nell’agire di ogni giorno.

Gruppi solidali, ma sempre più ristretti, che tentano di resistere alle sempre maggiori difficoltà rinchiudendosi in se stessi, recuperando forza dalla sola possibilità di sopravvivenza rimasta; nuclei ristretti che si aiutano reciprocamente, come possono, nel miglior modo possibile, ma, purtroppo con sempre minori possibilità di miglioramento, anzi con la prospettiva di un ulteriore progressivo peggioramento.

Il tutto avviene con gruppi sociali che si “scambiano” il ruolo di forze dominanti all’interno delle economie locali nazionali, ma che sono incapaci di proiettare un destino meno aspro, duro e difficile per la maggior parte dei governati, dei cittadini, delle masse ampie di persone, di giovani, di disoccupati che aumentano a dismisura e in progressione sempre maggiore. Fino ad ipotizzare un futuro per “i creativi” che saranno capaci di inventarsi “nuove” attività economiche e produttive. Se fosse un film di Henry Potter si potrebbe chiosare con “Ridiculus” !

social forum atene maniE dunque organizziamo la grande manifestazione finale di Atene. Ai gruppi già presenti al Forum Sociale si aggiungono gli ultimi arrivi: pullman dalla vicina turchia, treni speciali, aerei e voli charter dai paesi di tutta europa. Una grande massa di persone arrivò quel giorno. Le stazioni della metropolitana piene di bandiere, gruppi di persone più o meno organizzate sciamavano per le strade e le piazze centrali di una città dove il traffico era ormai bloccato dalle prime luci dell’alba, non perché vietato, ma perché era semplicemente impossibile percorrere, se non a piedi quella zona del centro.

social forum atene mani3Il corteo partì quasi subito, festoso, allegro; canti e slogan si susseguivano in lingue diverse, bandiere di tanti colori punteggiavano la manifestazione, striscioni in tante lingue diverse: francesi, inglesi, italiane, alcune lingue incomprensibili. C’erano gruppi ben organizzati che marciavano inquadrati con servizio d’ordine ai lati, gruppi meno formali si aggregavano lungo il percorso, la delegazione turca compatta, separata dai gruppi greci da un folto numero di lavoratori dei sindacati francesi, i boy scout in file ordinate.

All’inizio, lungo l’ampio circolo previsto dal percorso, tutto filò liscio.

La polizia, in tenuta antisommossa si teneva a debita distanza, i blindati occhieggiavano da lontano nelle strade laterali; più da presso file di poliziotti affiancavano il corteo. In alcuni punti, dei gruppi “speciali” in divise scure erano fermi ed inquadrati a proteggere  alcuni punti “sensibili”: l’ambasciata americana, il ministero degli interni, alcune caserme.

Poi cominciarono ad arrivare alcune molotov. Individui isolati, che si infiltravano nel corteo, percorrevano alcune centinaia di metri, all’improvviso lasciavano il corteo e lanciavano le bottiglie incendiarie. I primi casi furono del tutto sporadici: le molotov cadevano sull’asfalto senza procurare danni particolari, gruppi di poliziotti si avvicinavano senza intervenire nel corteo, cercavano di individuare gli autori dei gesti e si allontanavano. Poi la situazione cominciò a peggiorare.

Gli obbiettivi divennero mirati: una concessionaria di auto tedesche, la sede di una banca. Gli attacchi non erano più di individui isolati, ma di gruppetti che si distaccavano dal corteo, lanciavano una serie di molotov e si disperdevano tra la gran massa di persone.

Il corteo cominciò a sfilacciarsi in alcuni punti. Dove gli attacchi si facevano più intensi, la polizia antisommossa, cominciò a lanciarsi all’inseguimento degli autori degli attacchi in maniera sempre più determinata. Con un gruppo di francesi e di italiani, ci riparammo brevemente dentro i locali si una pizzeria. Ma il corteo era numeroso, sicchè, poco dopo, riprese a scorrere lungo i viali segnati del percorso.

I gruppi di manifestanti marciavano ormai in maniera assai compatta,i servizi d’ordine diventarono più serrati (c’era un gruppo nutrito di napoletani che aveva stretto i cordoni e impediva a chiunque di entrare o uscire dal gruppo), marciava come una testuggine romana.

Superammo l’Ambasciata americana ed eravamo ormai sul largo viale che porta, lateralmente al Parlamento, a Piazza Sintagma, ormai verso la fine del corteo, che avvenne il peggio.

Le molotov si moltiplicarono e, parallelamente il lancio dei lacrimogeni e le cariche della polizia, intense e frenetiche. Gli scontri erano ormai ravvicinati, il fumo denso dei lacrimogeni, che riempivano l’aria ormai immota della fine della mattinata non lasciava scampo. Eravamo intabarrati con sciarpe di ogni genere, le maglie alzate a coprire bocca e naso, le kèfie annodate intorno al capo e strette sugli occhi, spruzzavamo tutto di limone e di maalox, fino ad inzupparle, per diminuire l’intensità del fumo. Ormai il corteo era scompaginato. Non c’era via di fuga: la lunga fila di palazzi sulla destra, le inferriate del giardino del Parlamento sulla sinistra: bisognava andare avanti. Ricordo vagamente di essermi afferrato con la mano sinistra ad un furgone di non so quale delegazione, mentre con la destra sfregavo la kèfia sul volto e di essere arrivato con i polmoni affossati dalla fatica fino alla piazza Sintagma; da lì seguendo le indicazioni di alcuni compagni del servizio d’ordine, di corsa verso l’Olempeion, dove il fumo si diradava lentamente e si poteva riprendere a respirare con calma. Alcune bottiglie di acqua svuotate in testa, la kèfia intinta di maalox, l’odore dei lacrimogeni nel naso, nel respiro, la rabbia nel cuore.

(fine)

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Una risposta a Il SFE di Atene (seconda parte)

  1. Marita ha detto:

    Io che mi sono poi fatta quattro anni di queste manifestazioni ad Atene dal 2006 al 2010 devo dire che la tecnica é stata sempre assolutamente la stessa. Da Genova in poi i cosiddetti “black block” entrano, usano i cortei, tirano. La polizia non interviene ma quando questi lasciano lo spazio la polizia attacca tutto il corteo in maniera violenta e indiscriminata, scaricando lacrimogeni, cannoni di acua con agenti chimici, proiettili di gomma o veri a seconda dei vari paesi e delle varie latitudini. Cosí a me sempre ritorna in mente una domanda “A chi giova?”

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