Sisifo

In un racconto precedente ho accennato alla mitica figura di Sisifo. Uomo oggetto di una condanna assai pesante da parte degli dei: fu costretto a spingere continuamente un grande masso sulla cima di un monte, da qui vederlo ricadere dall’altro lato, quindi ricominciare a sospingerlo verso l’alto, dalla cui cima sarebbe nuovamente caduto, e così via, all’infinito.

Su questo mito e sul senso di questa condanna ho una personalissima idea e cercherò di tracciarla nel corso di questo racconto.

Innanzitutto il mito. Sisifo è raccontato a volte come il fondatore della attuale Corinto e a volte come usurpatore del suo trono (secondo Igino Astronomo); ma su questo punto le fonti sono lacunose. Il certo è che il suo destino si incrocia con quello della città della Tessaglia.

Infatti Corinto era una città povera di acqua e Sisifo era impegnato nella ricerca di una sorgente che potesse soddisfare l’esigenza della popolazione. Mentre vagava alla ricerca di una fonte, nei pressi della rocca di Corinto, vide Zeus che si “intratteneva” con una ninfa.

Sisifo non si “intromette”, e continua la sua ricerca della fonte che cercava. Si imbatte  nel dio Asopo, padre della ninfa che Sisifo aveva visto giacere con Zeus, il quale gli chiede se avesse incontrato la propria figlia. Sisifo, furbescamente, gli rispose affermativamente ma, prima di rivelargli dove e con chi, gli chiese  in cambio una fonte di acqua per la sua città. Il dio acconsentì e donò a Corinto una fonte perenne, e solo dopo Sisifo rivelò al dio Asopo dove trovare la figlia.

Di tutto ciò venne a conoscenza Zeus, che, adirato, inviò Tanato (la personificazione della morte), affinchè portasse Sisifo negli inferi. Anche in questo caso, però, Sisifo ebbe la meglio. Accortosi dei progetti di Tanato, invece di opporre una inutile resistenza, lo invitò a cena, lo fece ubriacare e lo incatenò, tanto che per un certo periodo la morte scomparve dalla terra.

Insomma questo Sisifo riesce a farsi beffe anche della morte e del tentativo degli dei di farlo soccombere. Un uomo che resiste anche alla ineluttabile, ultima scadenza della vita terrena. Se permettete una piccola digressione, mi ricorda un po’ la situazione raccontata dal magistrale film di Bergman “Il settimo sigillo”. Lì un cavaliere di ritorno dalle crociate (interpretato dall’ indimenticabile Max von Sydow), perduta la fede, ingaggia con la Morte una lunga partita a scacchi. Senza creare parallelismi assolutamente inesistenti, mi pare in ogni caso, il tentativo disperato, da parte dell’uomo, di evitare l’ineluttabile, mettendo in gioco, utilizzando astuzia ed intelligenza. Vale citare un commento di Merenghetti che sottolinea come si mescolano (nel film) “sacro e profano, tragedia e farsa”. Mi pare che anche nel mito di Sisifo accada questo.

Ma torniamo all’oggetto principale del racconto. Con Tanato in catene, le cose si complicarono assai; nessuno moriva più sulla terra e, soprattutto in guerra, questa situazione generava una gran confusione ! Il dio Ares (che poi era il dio della guerra), accortosi che più nessuno moriva in battaglia, liberò Tanato e portò (finalmente),  Sisifo nell’Ade.

Sisifo si era tuttavia premunito anche per questa eventualità. Si può dire che  le avesse pensate tutte! Infatti aveva fatto precedentemente giurare a sua moglie di non far seppellire il suo corpo, per cui, alla presenza degli dei, accusò la moglie di empietà ed ottenne di tornare sulla terra per procedere ai riti funebri.

Ovviamente Sisifo, tornato in vita, si guardò bene dall’ottemperare a tale promessa. Ma la morte sopraggiunse naturalmente (o secondo altre versioni fu Ermes a riportarlo di nuovo nel mondo degli inferi).

La cosa certa (si fa per dire visto che parliamo di fatti mitologici), fu che l’indignazione degli dei verso un uomo che aveva saputo con sagacia e intelligenza tener testa a tutti loro venne pesantemente colpita. E quindi gli fu imposto, per l’eternità di sospingere il suo masso sulla cima della montagna, vederlo ricadere giù, riportarlo sù e così via.

Una punizione crudele e pesante. Pensate che Dante, “condanna” a questo supplizio gli avari e i prodighi (intesi come gente che sperpera). E’ il canto settimo dell’Inferno, per intenderci quello dove Dante e Virgilio incontrano Pluto e dove i versi recitano “Papè satan, papè satan aleppe”. Il canto è connotato da un forte anticlericalismo deducibile dal fatto che molti dei condannati sono per lo più prelati, chierici, ma anche papi e uomini di chiesa. Questa è la dura e penosa punizione che viene inflitta a siffatti personaggi, i quali in vita si macchiarono di queste colpe: spingere lungo vari cerchi pesanti massi (e incontrando insultarsi). E Dante, nei suoi versi sottolinea la durezza della pena.

Così l’iconografia coglie Sisifo, mai fermo, i muscoli del corpo in tensione, le braccia allungate, le gambe puntate nel terreno per aiutare la spinta delle spalle su cui poggia il poderoso masso che dovrà essere portato fino in cima alla montagna dalla quale, inesorabilmente, dovrà ricadere. Un corpo poderosamente impegnato in una fatica indicibile, in uno sforzo tremendo ed assurdamente inutile.

Ma io mi chiedo: se Sisifo è stato così sagace ed intelligente da beffare per tante volte gli dei, sarà pur vero che non può sottrarsi alla punizione che gli è stata inflitta, e tuttavia gli dei non lo hanno sicuramente potuto privare della sua forza maggiore: l’intelligenza. Così credo di poter affermare che, mentre è costretto a fare quella improba fatica, la sua mente non possa far altro che pensare alla inutilità della azione cui viene costretto e quindi alla assoluta stupidità della punizione divina che ha ricevuto !

Anche in altri casi gli dei sono intervenuti nelle vicende umane con azioni o punizioni dure o malvagie: trasformando uomini e donne in animali o cose, ma quanto meno avevano un minimo di “utilità”: Ifigenia in cervo, Aretusa in fonte di acqua dolce, e via dicendo; in questo caso l’inutilità della pena è paragonabile solo alla stupidità. E questo Sisifo non può non saperlo e nel suo intimo essere pienamente consapevole che il primato dell’intelligenza nei confronti degli dei è il suo.

Questa è la mia interpretazione del mito di Sisifo.

Anche Camus è stato influenzato dal mito di Sisifo e gli ha dedicato un saggio. Tuttavia la sua interpretazione mi sembra più legata al dolore e alla sofferenza, più un “fatto” emotivo, emozionale, che non, come nella mia interpretazione, collegato alla vittoria dell’intelligenza (Sisifo) sulla stupidità (degli dei). Scrive infatti Camus: “Non c’è amore del vivere se non c’è disperazione di vivere”, ed è per questa ragione che parla di un Sisifo felice. Infatti afferma “che anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”.

Io non posso credere Sisifo felice, impegnato in una inutile, stupida fatica. Consapevole sì, della propria sagacia, del proprio ingegno e dell’altrui meschina povertà.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in racconto. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...