Da Ioannina alle Meteore, Grecia

Ma i luoghi che ci circondavano erano veramente fantastici, montagne coperte di boschi, lunghi prati che scendevano a valle, dirupi scoscesi, strapiombi infiniti, le grandiose Gole di Vikòs, alberi dappertutto, un rigoglio di natura veramente inusitato.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAFacemmo qualche rapida e piacevole escursione in quelle zone. Una stretta ma ben tenuta stradina (vietata al traffico automobilistico) si inerpicava dolcemente lungo il fianco della montagna fino a giungere al monastero rupestre di Agyos Paraskevi.

Interamente scavato nella roccia, assolutamente privo di elementi architettonici decorativi se non essenziali alla fruizione del luogo (scalinate, ponti di passaggio, sedili in pietra, nicchie per le immagini sacre, balaustre per i passaggi più delicati. Il luogo, ormai abbandonato, era stato un centro assai attivo ed intenso di attività religiosa, considerando il numero di celle (ed erano veramente tali), che si trovavano scavate nella roccia della montagna. Assolutamente prive, per quello che si poteva vedere di aspetti che ne potessero in qualche modo mitigare la durezza, l’austerità che doveva accompagnare la concentrazione e la preghiera.

E subito dopo l’antico monastero un piccolo sentiero, aggirato l’angolo della montagna, proseguiva in una stretta cengia di un chilometro circa, che coronava uno strapiombo di almeno cinquecento metri e che portava ad un altro ambiente, leggermente più in alto, totalmente disadorno dove alcuni monaci in ancora più assoluto isolamento e ritiro ascetico avevano vissuto e pregato. La cengia, larga meno di un metro, inoltre si interrompeva per circa un metro e mezzo e quel passaggio era coperto da semplici assi di legno!

Posti meravigliosi e stupendi a vederli, di grande asprezza e durezza a viverli quotidianamente!

Visitato questo luogo di ritiro e di preghiera, girammo ancora a lungo attraverso le strade e le montagne della zona scoprendo “monumenti” inaspettati: ponti, decine di ponti a singola, doppia e tripla arcata, costruiti nel corso di centinaia di anni al fine di superare l’asprezza dei luoghi e di rendere più agevoli i passaggi e i trasferimenti di persone e cose in quelle zone dove le asperità naturali costituivano un ostacolo reale per la vita sociale ed economica delle popolazioni locali. Ponti risalenti a mille, millecinquecento anni orsono,  in perfetta efficienza e funzionalità: un miracolo vero della genialità e della capacità dell’uomo di operare sulla materia, modificarla, domarla, migliorarla per beneficio proprio o a fini sociali.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA OLYMPUS DIGITAL CAMERA La bellezza di questa natura ancora per gran parte incontaminata può continuare con la descrizione dei paesini della zona; piccoli, isolati centri urbani di ridottissime dimensioni, arricchiti di monumenti più o meno importanti, di opere di piccolo o grande senso artistico, ma tutte con una identica fondamentale caratteristica di grande valore sociale: un grande, secolare platano posto al centro del paese. Un luogo di aggregazione della comunità, una “agorà” ante litteram che costituiva (o rappresentava) l’unità e il centro della comunità.

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A  Monodendri, a Nègades, a Vradeto e in tutti gli altri sparsi paesini della zona sotto quel grande e frondoso albero posto al centro dell’abitato, c’erano anziani seduti a i tavolini a bere e chiacchierare, e ragazzini intenti a giocare.

Sotto uno di questi alberi abbiamo anche pranzato un giorno, ad una trattoria che inizialmente pensavamo fosse una casa privata e dove ci servirono formaggi, olive, carne e insalata, oltre ad un buon vino locale.

A sera, dopo una lauta cena, ci incontrammo nuovamente con l’amica greca di mia sorella e con suo marito. La serata si era animata. Intere famiglie uscite a godere la fresca serata, giovani ragazzi e ragazze in cerca di svago e divertimento, musica di ogni genere nei locali ricavati nelle piccole piazze o semplicemente negli “slarghi” delle stradine del paese. Chiacchierammo e bevemmo di tutto, quella sera e la sera seguente: furono serate/nottate di allegria e totale spensieratezza, passate tra continui “giri” offerti a turno da ognuno di noi. Una esperienza davvero piacevole ed inaspettata.

Ci trovavamo tra gente “sconosciuta”, che non avevamo mai frequentato e che, probabilmente, non avremmo più rivisto, almeno per molti anni, eppure quei pochi giorni, quelle serate, quelle bevute insieme, ci davano un senso di comunanza inaspettato. La difficoltà di comunicazione, dovuta alle diverse lingue che parlavamo (italiano, greco, inglese tutto mischiato insieme), ma anche al tasso alcolico raggiunto,  sembravano aumentare invece che diminuire il senso di temporaneo cameratismo che si era venuto instaurando.

Non eravamo turisti alla ricerca di emozioni, nè valligiani desiderosi di “presentare” bene il loro prodotto: eravamo amici che cercavano e stabilivano un rapporto unico, diretto, forte, forse perché dettato dalle asperità della natura circostante e dal fatto che quella “vicinanza” interiore potesse aiutarle a superare.

Lasciata con qualche rammarico, quella zona rientrammo in quella segnata dai più tradizionali “itinerari turistici”. Ci avviammo verso la zona delle Meteore e il traffico di “turisti” di ogni genere e nazionalità cominciò a farsi via via più intenso. I paesini che attraversavamo si “arricchivano” di negozi per turisti. Metsòvo, con le sue nuove costruzioni, il traffico caotico, i numerosi ristoranti è la porta ad una diversa dimensione.

La spontaneità degli incontri e la spensierata fraternità dei commensali incontrati nei giorni precedenti, lasciava via via il posto a più tradizionali luoghi di incontro, in ristoranti, alberghi e luoghi di ritrovo. Comparivano le insegne luminose e i frigo della Pepsi e della Coca Cola, piccoli fast-food e tutti gli altri pericolosi segni dell’avvicinarsi della “civiltà turistica”.

Eppure ci trovavamo ancora in una delle zone di maggior valore e senso “ascetico”, quello appunto delle Meteore, santuari posti in cima ad alti ed isolati dirupi, originariamente inaccessibili se non con corde e scale di corda o con rudimentali argani, movimentati dai monaci per “portar su” persone e vettovaglie.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA OLYMPUS DIGITAL CAMERA Adesso gli accessi sono stati resi più facili dalla realizzazione di strade che si inerpicano sui fianchi di queste montagne, da parcheggi che consentono l’arrivo di pullman e auto di turisti  e da gradinate e scalinate che permettono di salire in maniera relativamente più agevole fino ai santuari più importanti: Mègalo Mèteoro, Verlaàm,  Agia Roussànou. Qui, oltre alla bellezza dei posti, alle vedute magnifiche che si prolungano in basso verso le grandi pianure della gecia più meridionale, si ammirano stupendi capolavori della pittura e dell’arte medievale, epoca a cui risale la realizzazione dei primi ed originali nuclei di questi oramai famosi santuari.

Il grande misticismo di questi luoghi è solo parzialmente (almeno per il momento) contaminato dal flusso continuo di turisti, dalla realizzazione di negozietti che vendono foto, collanine, souvenir più o meno “religiosi” ai turisti che arrivano fino in cima ai santuari.

Tutto questo fino a Kalambaka, la porta di uscita da questa zona di misticismo religioso, di impronta fortemente ortodossa, dove le ultime chiese che si stagliano alla base e nella prospettiva delle montagne che “sostengono” le meteore,  cedono il passo alle zone vallive, verso le più tradizionali mete del turismo ellenico, verso la grecia centrale, Atene e le zone costiere.

(estate 2010 continua)

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