Festa de l’Unità, Roma, 1972

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Roma, 1972.

Berlinguer tenne qui il suo primo discorso da segretario del Partito ad una Festa de l’Unità. Descrivere il clima di quella Festa, costituisce la rappresentazione di ciò che eravamo e anche di quello che era il progetto da perseguire: una grande forte, organizzazione di massa (non più una “avanguardia”), che sapesse coagulare forze, energie, esigenze, uomini e donne in movimento per la costruzione di una società e di un mondo “diversi”.

Festival PCI 1972

Festival PCI 1972

Era la “diversità” il tema fondamentale, una diversità ancora amorfa e indefinita, ma capace di cambiare, rispetto alla tradizione; per dire meglio, che partisse dalle radici profonde e radicate che il partito aveva nel paese, arricchirlo di forze, vivacità, spinte nuove ed originali che emergevano in quegli anni tumultuosi, orientarli su un progetto di trasformazione della realtà stessa.

Festival PCI 1972

Festival PCI 1972

Io fui uno di quelli che partirono per partecipare a quella Festa, con un vecchio sacco a pelo (una “mummia”, quelli che si chiudevano fin sopra al capo, foderato di stoffa e lanetta che lasciavano libero solo il volto), comprato a poche lire al mercato settimanale del venerdì.

Il viaggio pagato con i pochi risparmi che avevo, pochi soldi in tasca per soggiornare e per il viaggio di ritorno. Trovai subito dove trascorrere quella settimana di Festa: una posto di ristoro dove vendevamo panini e bibite. I panini arrivavano verso le dieci, le undici del mattino, li tagliavamo e li farcivamo con fette di salame e di formaggio; le bibite erano conservate in un vecchio frigo a “pozzetto”, senza elettricità, nel quale mettevamo blocchi di ghiaccio che ci venivano consegnati nel primo pomeriggio, perché durassero almeno fino a sera.

Gestivano quello stand, alcuni compagni della sezione del quartiere Trionfale, che mi accolsero con loro senza problemi, appena dichiarai la mia disponibilità. I primi giorni furono piuttosto duri: preparavamo i panini, li vendevamo dal pomeriggio alla sera; quando terminavano le manifestazioni serali, cenavamo con i panini avanzati e al mattino con quelli ulteriormente rimasti. Finalmente, il terzo giorno, la moglie di uno dei compagni della sezione ci portò un pentolone di minestrone e potemmo mangiare qualcosa di caldo e cucinato. Una delizia !

Festival PCI 1972

Festival PCI 1972

Era una Festa de l’Unità ancora artigianale, lontana dalle sempre meglio organizzate Feste che si sarebbero succedute negli anni, da Firenze, a Bologna, a Modena, a Napoli, a Genova, a Roma stessa. Non c’era ancora quella struttura organizzativa, quella macchina perfettamente oliata, che costruiva un quartiere, una cittadella ben organizzata, con strutture e servizi di prima qualità: ristoranti della cucina locale, ristoranti etnici, mostre, sale per le riunioni e ambienti ludici per tutti i gusti. Era ancora una organizzazione quasi artigianale, in grande parte sostenuta dallo sforzo di volontà e dall’impegno, e dalla fantasia dei compagni che vi partecipavano. Prevalevano i piccoli stand di ristoro

Ovviamente io facevo anche il turno di notte e la vigilanza allo stand.

Festival PCI 1972

Festival PCI 1972

Dormivo nel sacco a pelo disteso sull’asfalto, duro, ma la stanchezza e la giovinezza avevano la supremazia sula durezza del giaciglio. Il primo mattino mi svegliai e mi accorsi che tutto era bagnato intorno a me: il ghiaccio si era sciolto ed era fuoriuscito dal vecchio frigo, allagando la zona circostante e anche il posto dove dormivo. Feci asciugare il sacco a pelo al sole, e per la notte successiva mi organizzai con un rudimentale ed originale “letto”. Stesi a terra, chiuse, le sedie di legno pieghevoli di cui eravamo forniti e ottenni un adeguato rialzo che mi teneva al riparo dalla fuoriuscita dell’acqua dal frigo. Una specie di futon artigianale !

Il clima era davvero cameratesco. Il tempo libero lo trascorrevamo in lunghe chiacchierate su come sarebbe stata l’Italia una volta che il PCI avesse vinto le elezioni e avessimo potuto governare con una solida maggioranza, ovvero con quali alleanze avremmo potuto guidare il paese, ovvero fino a che punto potevamo “compromettere” (e non si parlava certo all’epoca di compromesso storico) le nostre posizioni e le nostre rivendicazioni con le forze politiche che avrebbero dovuto allearsi con noi. Giravamo per le mostre e gli stand; c’è da dire che i più vistati erano quelli dell’Unione Sovietica (dove mi feci praticamente regalare una splendida balalaika) e quello della RDT (la germania dell’Est), tutto dedicato ai successi in campo sportivo e alle ricerche scientifiche.

Poi c’erano i turni di vigilanza notturna, che duravano circa metà notte per turno. Erano anni duri, le aggressioni e gli scontri erano praticamente quotidiani con i fascisti, e certo non mancavano tafferugli con le “forze dell’ordine”. Eravamo organizzati per gruppi, con un responsabile, ad ogni gruppo era affidato un pezzo della grande area e noi dovevamo vigilare su di essa. Stare pronti a fronte di provocazioni, assalti o aggressioni. Giravamo in gruppetti di due o tre, mai da soli; piccoli giri “di ronda”, per tornare alla postazione “fissa” dove facevamo il punto della situazione, segnalavamo movimenti sospetti, riorganizzavamo il giro successivo.

Ognuno era attrezzato con qualche strumento di difesa. Io avevo alla cintola un martello da carpentiere, solido, che usavo durante il giorno per rimettere a posto le pareti di legno dello stand dove lavoravo, o per rinforzare qualche asse, o aggiungere un chiodo. Bello quel martello, lo ricordo ancora, aveva una impugnatura liscia e perfetta ( e mi dava una grande sicurezza).

Festival PCI 1972

Festival PCI 1972

 Ricordo assai poco del discorso conclusivo di Berlinguer (ma se volete di testi e di raccolte sull’argomento ne trovate nei siti dedicati); ricordo invece una stupenda serata di musiche popolari cui partecipai, prendendomi un pomeriggio “di permesso” dall’attività di venditore di panini.

C’era il Coro delle mondine, i gruppi folk, i “cori” di cantanti dilettanti di diverse sezioni di partito. Le canzoni popolari, le canzoni della Guerra di resistenza, ma lo spettacolo vero era che tutta la gente, i compagni, “il pubblico”, cantavano con “gli artisti” che si esibivano sul palco. Non era uno spettacolo in senso stretto, era una spettacolare manifestazione di partecipazione, nella quale “i cantanti” erano i direttori di una orchestra di massa che si raccoglieva incontro a loro.

Scattai centinaia di foto che al mio ritorno sviluppai artigianalmente in bianco e nero nello scantinato di un amico attrezzato a laboratorio fotografico; non so dove siano andate a finire, probabilmente perdute in qualche trasloco, o abbandonate in qualche scatolone che è andato perduto. Ma tutte contenevano soggetti corali, questo lo ricordo bene, non c’erano singoli, c’erano gruppi, masse, aggregati, gente che si muoveva, ballava, cantava, che si divertiva e condivideva canzoni e passioni.

Festival PCI 1972

Festival PCI 1972

Non voglio mitizzare quelle giornate, ma sicuramente aleggiava un sentimento, una visione positiva di ciò che potevamo diventare, di ciò che potevamo essere, a partire dal quel luogo temporaneo ed effimero che eravamo riusciti a costruire nel cuore della città, nel centro della capitale. Una dimensione piccola di ciò che avremmo potuto fare “in grande”. Della capacità di saper organizzare qualcosa che poteva funzionare al di là ed oltre gli angusti limiti del villaggio della Festa.

Forse infantile, eccessivamente “sognante”, come i tempi e le contraddizioni della società e della politica ci avrebbero insegnato successivamente. Ma spesso, se non si è capaci di sognare, di pensare a qualcosa che non c’è, e che invece potrebbe essere realizzato, se non si è capaci di sognare un avvenire diverso, si rischia di rimanere abbandonati a quello che c’è, alla miseria umana e culturale che ci circonda.

Senza sogni, non c’è futuro.

(foto archivio l’Unitá http://www.unita.it/)

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Una risposta a Festa de l’Unità, Roma, 1972

  1. Lucia ha detto:

    “Ma spesso, se non si è capaci di sognare, di pensare a qualcosa che non c’è, e che invece potrebbe essere realizzato, se non si è capaci di sognare un avvenire diverso, si rischia di rimanere abbandonati a quello che c’è, alla miseria umana e culturale che ci circonda” Tristemente attuale… Sei proprio bravo Michele, mi piace molto leggere i tuoi racconti!

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