Il Senso civico (seconda parte)

“O tempora, o mores”, così Cicerone scrive nella prima orazione contro Catilina. Letteralmente si traduce in “che tempi, che costumi”; in realtà l’utilizzo della espressione “mores” è molto più complesso.

Infatti è un riferimento al concetto di “Mos Maiorum” (che letteralmente significa “il costume degli antenati”). Con questo concetto i Romani volevano indicare un complesso di valori (e di tradizioni) collettivi e di modelli di comportamento. Il punto su cui si incentrava questo concetto è l’assoluta preminenza dello Stato (della collettività) sul singolo cittadino; in altre parole la singola azione del cittadino deve essere incanalata ed orientata al bene comune.

Ed infatti Cicerone, che interveniva a come uomo politico e non come un Savonarola fustigatore di costumi, prosegue nella sua allocuzione additando le istituzioni come ormai incapaci di fare politica, ma al contrario di essere vittime di “giochi” di parte; denunciando che la politica non perseguiva il bene del cittadino, ma era piena di arrivismo e di lotte di fazione; che il senso civico nei rappresentanti della politica era disperso e invertito in ambizione.

E quindi siamo tornati al punto: il senso civico è la base fondamentale della vita politica che sappia governare e non semplicemente comandare.

Ovviamente la cosa  funziona nei due sensi: il cattivo comportamento del cittadino che non rispetta le elementari leggi del vivere (e convivere sociale), influenza la politica; viceversa la corruzione delle maggiori istituzioni statuali (complessivamente intese sia a livello centrale, che regionale e locale) ispira una serie di comportamenti diffusi contrari al bene sociale. Se il presidente del consiglio evade le tasse, perché non dovrebbe farlo un piccolo commercialista di provincia, anzi, l’opera del vertice delle istituzioni ispira e spinge verso un comportamento scorretto da parte del cittadino comune.

Cosa può sostenere un concetto complesso come il Mos maiorum nella società moderna e contemporanea. L’ideologia ha costituito il collante (positivo o negativo) del comportamento di forze, gruppi sociali, movimenti e stati. La definizione di ideologia (vedi voce specifica del Vocabolario Treccani) “ può essere applicata a qualsiasi dottrina politica, a movimenti sociali caratterizzati da una elaborazione teorica, a orientamenti ideali-culturali e di politica economica e sociale. (….) Viene utilizzato per indicare dottrine e movimenti politici precisi (…) accomunati da alcune caratteristiche: la presenza di un retroterra teorico più o meno elaborato, che pretende di fornire una spiegazione esaustiva (e definitiva) dei processi storici e sociali; il tentativo di trasformare totalmente la società e l’uomo, secondo un preciso modello”.

La decretazione del superamento delle ideologie, oggi, ha significato l’affermarsi di una ideologia dominante e soffocante a livello mondiale: quella del capitalismo finanziario, che pretende di dettare regole e comportamenti sia all’economia che alla politica, che agli stati nazionali nella definizione anche delle scelte interne di politica economica e sociale: il comportamento della troika (Wto, Banca Mondiale, Fmi) nel caso greco ne è un esempio lampante.

Il superamento delle ideologie è stato contrabbandato come elemento di superamento delle divisioni e delle diversità tra comportamenti statuali, economici, culturali e sociali, con la pretesa che una forma di governo mondiale dell’economia, avrebbe introdotto situazioni di “egualitarismo”, da intendere qui come unicità nei comportamenti dei medesimi soggetti statuali, riportandoli nella applicazione obbligatoria di comportamenti e di decisioni in campo economico e sociale.

In questo senso (cito sempre la voce specifica del Vocabolario Treccani), “Marx intese l’ideologia come il complesso delle rappresentazioni, delle dottrine filosofiche, etiche, politiche, religiose, espressione (e giustificazione) di un determinato modo del porsi dei rapporti di produzione e quindi imposte dalla classe che questi rapporti rendono dominante. Come tale l’ideologia diviene elemento essenziale così dello studio sociologico come della polemica politica”.

E’ questa ideologia, aggressiva e dominante che oggi determina il livello dei rapporti di produzione e dei comportamenti sociali. Orientati più alla supremazia di gruppi sociali ristretti ed omogenei, compatti e segnati da una volontà di supremazia oligarchica che segna la via principale del vivere sociale. Non più orientata al bene della collettività, cui sacrificare interessi ed ambizioni personali e individuali, ma protratti ad inseguire la massima efficienza e il massimo profitto per se stessi.

La conseguenza è l’esasperato individualismo, la pretesa che solo il perseguimento del proprio individuale successo posso determinare la propria sopravvivenza; di conseguenza vengono meno progressivamente gli elementi di solidarietà e di solidarismo sociale, si impongono modelli di comportamento che prevedono il predominio personale e individuale anche nei rapporti interpersonali. E torniamo così ai comportamenti interpersonale, di cui ho già parlato nella tabella riportata nella prima parte di questo scritto.

Il prevalere di un atteggiamento “scettico e rinunciatario”, l’abbandonarsi al “capriccio mutevole della fortuna”, la perdita, in un ultima istanza dei “valori” fondamentali del vivere civile, del venir meno, ripeto ancora uan volta del senso civico quale collante ed modello di comportamento virtuoso. (E questi ultimi sono concetti riportati e riassunti dalla visione di Machiavelli del 500).

Non deve sembrare paradossale che a 500 anni di distanza Ilvo Diamanti usi praticamente gli stessi concetti per descrivere la realtà contemporanea del nostro paese: “(…) la difficile transizione cominciata in quegli anni (la crisi della prima repubblica) – e ancora non conclusa – ha estremizzato anche l’altro aspetto che definisce il teorema (o il pregiudizio) della capacità adattativa della società italiana: il distacco dalla politica e dalle istituzioni pubbliche; la riluttanza verso le regole e i vincoli imposti dallo Stato; un orientamento tattico ed opportunistico verso il bene pubblico; un senso civico quanto meno carente”.

Ribadisco quindi il mio giudizio e la mia valutazione: il senso civico (presenza o assenza di esso, compreso la sua “variazione” graduale) costituisce un elemento fondante e pervasivo della nostra società e quindi anche della politica, intesa come massima espansione dell’aggregazione sociale di una comunità. Può superare, almeno nel concetto che cerco di esprimere, anche un ambito strettamente statuale e nazionale: ad esempio fa “scandalo” la relazione di Clinton con una stagista, così come le “cene” nella villa di Arcore, accomuna la vicenda dell’appartamento di 700 metri quadri del cardinal Bertone, come gli stipendi dei grandi boiardi di stato (che spesso non sono neppure in grado di rendere efficienti le strutture loro affidate); le discariche abusive del napoletano, così come gli scandali che coinvolgono le varie “expo” di Torino, Milano; l’omicidio di un tassista che ha investito un cane e l’assassinio di tre figli da parte di una madre inglese.

Sicuramente è un principio ampiamente strutturato nella cultura eurocentrica ed occidentale, ma rilanciare un concetto di questo genere non credo sia riduttivistico, né un ritorno ai fasti ciceroniani. Credo sia il fondamento di una reale possibilità di rilancio e di ripresa di una società civile diversamente strutturata; essa è, a mio parere, una urgente e profonda necessità politica, ma vive ancora in una remota prospettiva storica.

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