Il chierichetto

Ebbene come tanti altri nella loro fanciullezza,  ho “fatto” il chierichetto. Nella chiesa di S. Giuseppe Artigiano, una chiesa “nuova” rispetto a quelle storiche (o vecchie ?) delle zone viciniori.

La chiesa insiste in un’area che all’epoca (parliamo degli anni ’50) congiungeva vecchie zone di sottoproletariato urbano, con le case popolari costruite tra la fine del ventennio fascista e i primi anni del dopoguerra, abitate da operai e lavoratori del proletariato urbano; nelle aree vuote tra le prime e le seconde si facevano spazio nuovi insediamenti abitativi, sospinti dagli interventi della speculazione edilizia,che venivano avanti in quegli anni vivaci e veloci che facevano emergere il nuovo ceto medio urbano.

Benchè dunque realizzata fisicamente in una zona di cerniera tra strati sociali diversi di popolazione, era chiaramente proiettata verso un ceto sociale “più evoluto”, moderno, culturalmente e soprattutto economicamente più ricco. A testimoniarlo una struttura semplice, di stile essenzialista, i muri di robusto tufo bianco, gli interni semplici e lineari; da un lato il campanile, separato dalla chiesa; dall’altro la canonica e gli uffici, nello stesso materiale, un piccolo giardino coltivato ed una ampio parco che circondava l’intera struttura, con campo di calcio, di pallavolo e di pallacanestro.  Una chiesa ampia, grande, anche se non imponente, che ben si distingueva dalle chiese piccole, semplici, raccolte, quasi “intime” che erano distribuite nella zona. Il grande parco non aveva uguali rispetto ai piccoli, piccolissimi o a volte inesistenti giardini delle altre strutture ecclesiali. Il parco costituiva un irresistibile richiamo per i ragazzi della zona e soprattutto per le loro famiglie che così potevano “togliere” i propri figli dalla strada e orientarli verso una struttura chiusa, recintata, “protetta”.

La canonica era sufficientemente ampia per contenere l’abitazione del parroco, gli uffici della chiesa, una ampia sala nella quale si trovavano tre o quattro  biliardini e un paio di tavoli da ping-pong.

Fino ad allora avevamo trascorso le nostre giornate nel cortile di mia nonna, all’epoca uno sterrato che era il nostro parco giochi, dove giocare “a palline” (le biglie), o a cuccitill’ (utilizzando l’acetilene come “esplosivo” per lanciare barattoli di latta verso l’alto, o a mazz’ e bustic; i rientri in casa erano contraddistinti da urla e rimproveri dei parenti, perché, bene che andasse, tornavamo sporchi ed impolverati, se non con qualche danno agli abiti, ai corti pantaloncini da ragazzini, alle scarpe che sbattevano invariabilmente nei sassi o nelle buche del terreno. La canonica si presentava con le sue offerte di spazi organizzati e puliti, di giochi “moderni”, in maniera sicuramente accattivante ed attraente, più pulita e sicuramente catalizzatrice della nostra attenzione e della maggiore disponibilità dei nostri parenti a lasciarci allontanare da casa.

Dunque la maggior parte dei miei coetanei prese a frequentare la parrocchia, interminabili partite a calcio, più raramente (in genere lo facevano i più grandicelli) a pallacanestro; e poi, magari quando faceva più freddo o a sera, il ping pong e il biliardino.

Il mio passaggio alla sacrestia della chiesa fu abbastanza rapido, sia perché mi preparavo per la cresima, che avrei ricevuto da lì a poco, sia perché non è che eccellessi negli altri giochi; mi piaceva il ping pong, ma sia il biliardino che il calcio giocato non mi appassionavano molto.

E così cominciai la mia “carriera”. Cominciai come chierichetto, e presto divenni primo chierichetto. Avevo una voce ben impostata già da allora e sapevo leggere assai bene, relativamente al livello medio degli altri ragazzini. Così, presto divenni anche lettore. Servivo messa con capacità e competenza, ero bravo, mi muovevo con precisione e puntualità intorno e sopra l’altare, spostando i calici e tutte le altre stoviglie necessarie, controllavo il livello dell’acqua e del vino, versavo l’acqua e il vino su indicazione del prete (che divertimento quando qualcuno di loro accennava a versare un po’ di vino in più), suonavo la campanella al momento dell’elevazione; insomma facevo tutto ciò che era necessario. Presto divenni così bravo che servivo anche nelle messe cantate e nelle messe solenni: me la cavavo abbastanza bene con il turibolo, molto meno con il canto, anzi, per dire la verità ero (e sono) piuttosto stonato.

Ricordo una volta che si svolse una specie di concorso tra i vari gruppi delle diverse chiese della diocesi di Foggia. La nostra parrocchia si qualificò positivamente. Ma quando giunse la prova di canto e cominciammo, nonostante il sacerdote mi avesse chiesto di non partecipare attivamente, io mi feci prendere dall’entusiasmo e partecipai al canto. Subito uno dei membri della commissione, mi si avvicinò, mise il suo orecchio vicino alla mia bocca e mi fece segno di tacere. L’occhiataccia che mi diede il parroco bastò per i successivi due mesi !

All’epoca la messa si recitava in latino e così masticavo un po’ di quella lingua che definiscono “morta”; ne comprendevo poco il significato (nel senso che ne apprendevo il significato via via che recitavo risposte alle funzioni), ma ne apprezzavo il ritmo e la cadenza. Ciò mi ha aiutato non poco negli studi successivi, e ancora non mi rassegno al fatto che il latino sia relegato ormai solo in alcuni istituti scolatici. Le messe solenni diventarono la mia specialità, conoscevo tutta la liturgia, parola per parola, le cose che diceva il prete sull’altare e le risposte corrette.

Poi c’erano le funzioni religiose particolari: i battesimi, i matrimoni, i funerali. Per ognuno di questi c’erano rituali particolari, funzioni specifiche da svolgere. Creava qualche variante nel monotono ripetersi dei riti eucaristici. Qualche volta ho servito messa persino tre volte di seguito nella stessa giornata.

Periodicamente c’erano anche occasioni assai speciali, come le visite pastorali del vescovo e in alcuni di questi casi fui ammesso a svolgere attività assai particolari, ad esempio in una di queste occasioni fui incaricato di portare il pastorale del vescovo: quel grosso bastone con una estremità ricurva e spesso decorata che viene utilizzato nelle cerimonie più solenni.

E ricordo quando fui scelto nel gruppo di persone cui il Vescovo in persona fece la lavanda dei piedi il Giovedì Santo, prima di Pasqua. Fu una giornata indimenticabile: noi prescelti seduti agli scranni, mentre il vescovo lavava ed asciugava i nostri piedi. In preparazione della funzione, mia madre mi fece lavare quattro volte i piedi quel giorno e mi comprò dei calzini e delle scarpe nuove. Non che vivessimo nell’indigenza, ma la ricordo comunque come una occasione speciale.

Non ricordo quei tempi con particolare nostalgia, non ho vissuto un esperienza che potrei definire mistica o comunque intensamente religiosa. Era una attività che avevo scelto di svolgere con diligenza e cercavo di farlo con il necessario impegno. Non rinnego (non lo faccio mai per abitudine) le cose fatte in quel periodo, tuttavia non posso dire che abbiano aggiunto qualcosa di particolarmente significativo alla mia esistenza. Non mi sentivo parte di un gruppo, non svolgevo una azione “collettiva”, cosa che in momenti successivi mi avrebbe fornito ben altri stimoli e contributi.

Tuttavia è un periodo della mia fanciullezza che è stato abbastanza sereno ed è questa serenità che mi piace ricordare come elemento caratterizzante di quella esperienza.

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Una risposta a Il chierichetto

  1. carmela ha detto:

    allora non sei sempre stato ateo!!!!!
    cosa è che ti ha spinto a diventare tale?
    La serenità che ci riempie il cuore quando siamo vicini al Signore da nulla può essere sostituita.
    Credere in qualcosa/qualcuno non può che farci bene. Forse da questo punto di vista sarò egoista ma a me piace sapere che le persone a cui sono legata mi guardano ancora da lassù e mi guidano nel percorso della vita. Il sentirsi soli al mondo, essere madre ma voler essere ancora figlia (purtroppo non poterlo essere) è una condanna troppo grande. La preghiera allontana la solitudine….

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