Niobe

Fra i tanti miti dell’antichità quello che a me pare più paradossale è quello di Niobe. Esso parte da un atto che potremmo definire  di empietà, per indurre, al termine della storia, a sentimenti e moti di profonda “pietas”.

Mi ha stimolato a scrivere su questo argomento la scoperta di un gruppo statuario consistente, recentemente ritrovato nel comune di Ciampino in una villa dell’età augustea, attribuita a Marco Valerio Messala, console insieme ad Ottaviano e vincitore della battaglia di Azio. Mecenate di Ovidio (e di altri artisti dell’epoca), la sua villa si è dimostrata subito uno scrigno di tesori. Fra questi il gruppo numericamente e artisticamente più completo ispirato al mito di Niobe. Statue alte due metri, emerse dalla grande piscina della villa, alcune praticamente complete, altre frammentate, ma ricostruibili. Capolavori che ricostruiscono il racconto, precipitate nel fondo della piscina a causa (probabilmente) di un terremoto, e, fortunatamente, rimaste e conservatesi lì per secoli, ricoperti dal terreno.

La storia è nota. Niobe, moglie del re di Tebe, generò sette figli maschi e sette figlie femmine. Ella ne era tanto orgogliosa dal vantarsi nei confronti di Latona (venerata a Tebe) che ne aveva generati soltanto due. Intervenne quindi per far sospendere i riti propiziatori che le donne tebane rivolgevano a Latona e con questo atto che potremmo definire quasi blasfemo, suscito l’ira di Latona. Infatti i due figli di quest’ultima erano nientemeno che Apollo e Diana, due figure di spicco nel Parnaso degli dei.

Spinti da Latona, i due decisero una dura vendetta: Apollo uccise i sette figli maschi (che erano a caccia) con le frecce del suo arco e Diana, a fronte dell’atteggiamento provocatorio di Niobe che continuava comunque a vantarsi che le rimanevano le sette figlie femmine, intervenne a sua volta uccidendole tutte. Niobe, per il dolore, si trasformò in roccia che continua a lacrimare per il dolore.

Questa è a sostanza del mito trattato in varie versioni da Omero, Eschilo, Sofocle; Ovidio e finanche Dante. Qui cominciano i dubbi e le ambiguità interpretative. Tralasciando gli scrittori dell’antichità, sulla cui interpretazione tornerò tra poco, Dante colloca Niobe nel Purgatorio (canto XII), tra gli esempi di superbia punita, come ammonimento al comportamento umano. Dunque una colpa, ma espiabile visto che la colloca nel Purgatorio; Feuerbach arriva ad affermare che Niobe rappresenta “la mater dolorosa dell’arte antica”, sottolineando quindi la seconda parte del mito, quello in cui Niobe, addolorata, si trasforma in roccia piangente.

C’è inoltre da interrogarsi sulla diffusione di questo mito nell’arte greca e romana, come testimoniato dalle opere di Fidia, dalle numerose copie di epoca romana (famosa quella degli Uffizi a Firenze), dalle recenti scoperte della villa di Messala a Roma, dalle decine di riproduzioni del mito su anfore e sarcofagi di epoca romana. Anche in questi casi permane l’ambiguità, o forse è meglio dire la diversità di accenti sull’aspetto punitivo avverso il comportamento che prima definivo di empietà, e quello che privilegia l’aspetto doloroso e sofferente verso le vittime della “vendetta” divina.

Con una interpretazione molto poetica Ghiselli afferma che guardando le statue in marmo che traducono questo mito, “impariamo a non inorgoglirci troppo per i successi, e a non inabissarci nello sconforto per gli insuccessi: dobbiamo arrivare a capire quale ritmo regoli la nostra vita di uomini, lunga, cioè breve, come cento vite di foglie messe insieme quando va molto bene”.

In un accurato studio sui miti greci Robert Graves riporta addirittura una versione di questo mito (Partenio), che arriva a descrivere l’evento come il tentativo incestuoso del padre di Niobe ad avere rapporti con lui.  Quest’ultimo respinto, ne uccise i figli, e Niobe, per il dolore, si trasformò in roccia piangente. (Robert Graves, I Miti Greci, Longanesi, 2000). In questo caso rimane, com’è evidente solo l’aspetto della pietas, e scompare totalmente quello dell’empietà (quantomeno nella figura di Niobe), che non solo è vittima, ma è vittima proprio degli dei, in quanto (piccolo particolare), il padre era stato istigato a quel turpe comportamento proprio da Latona.

Nelle varie versioni dell’antichità, il numero dei figli di Niobe varia: in Omero i figli di Niobe erano dodici, secondo Esiodo , venti;  secondo Euripide e Apollodoro, che ho preso come riferimento di questo mio racconto, quattordici (sette maschi e sette femmine appunto), quelle che ritroviamo nelle trasposizioni statuarie greche e romane.

Ognuna di queste diverse “numerazioni” potrebbe corrispondere (cito sempre il testo di Graves), a diverse allusioni e rimanderebbe ad altri miti e a varie interpretazioni. Nel caso di Omero potrebbe corrispondere all’abbandono del vecchio calendario in uso nella grecia pelasgica, in Siria e Palestina; nel caso di Euripide potrebbe fare riferimento alla sconfitta dei Titani (sette titani e sette titanesse) da parte degli dei dell’Olimpo e la loro definitiva affermazione nel Parnaso, unici riferimenti di adorazione da parte degli umani.

Infine non è da sottovalutare il fatto che al termine della storia siano gli stessi dei ad intervenire per organizzare il corteo funebre e decisiva diviene l’azione di Zeus, che per pietà trasforma Niobe in roccia.

Dunque mi pare che la mia affermazione iniziale risulti verificata.

Un ultimo “gossip”sulla famiglia di Niobe. Quest’ultima era la figlia di Tantalo, un dei tanti altri miti greci. Tantalo era benvoluto dagli dei, che lo invitavano spesso ai loro festini. Tuttavia Tantalo ricompensava questo “onore” con azioni non sempre improntate alla gratitudine, anzi: organizzò il ratto di Ganimede, il furto di nettare e ambrosia (sia pure per distribuirlo ai suoi sudditi), partecipò al furto del cane d’oro custode del tempio di Zeus a Creta. Rinnegato dagli dei, Tantalo tentò di recuperarne la benevolenza e organizzò un festino a base di carne umana ed invitò tutti gli dei. Quando Zeus si accorse dell’abominio, furioso per la crudeltà dell’atto e per l’oltraggio subito, fulminò Tantalo e lo scagliò nell’Ade.

Da allora Tantalo vive una dura punizione, affamato e assetato, ogni volta che si avvicina ad una fonte l’acqua si allontana e quando cerca di raggiungere i frutti pendenti da un albero, i suoi rami si alzano verso l’alto, impedendogli di soddisfare la sua fame.

Insomma, anche questa una bella storia “edificante” !

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