Il seminario di Arco

Arco di Trento è una amena e simpatica cittadina sulla punta estrema del Lago di Garda, provincia di Trento. Luogo turistico di incontri e occasione di riunioni e meeting di diverso tipo. Sembra di essere sulla riviera romagnola per quanto riguarda l’offerta turistica: piccoli alberghi con ristoranti a conduzione famigliare e buona cucina, luoghi ampi per lo svolgimento di assemblee, riunioni, incontri dibattiti, prezzi contenuti ed accessibili.

Arco è anche un discreta località turistica. La rupe rocciosa che sovrasta la città, conserva un interessante castello di epoca medievale e nella cittadina ci sono alcune simpatiche chiesette di epoca sei-settecentesca; infine, da non dimenticare , l’arboreto di Arco di epoca asburgica.

Fu in questo comune che ci riunimmo, come rappresentanti della seconda mozione, nel settembre del 1990, per discutere sul “che fare”, all’indomani del congresso di Bologna che aveva sancito l’affermarsi della linea occhettiana e alla vigilia di quello di Rimini che doveva sancire la nuova linea e il programma del nuovo partito che avrebbe sostituito il “vecchio” PCI.

Nonostante gli schieramenti degli apparati e la struttura organizzata del partito, la sua stampa, le federazioni sostanzialmente schierate sulle posizioni del segretario, nonostante una tradizione antica di disciplina, nonostante il peso di personaggi che avevano sostanzialmente in mano l’organizzazione del partito (Iotti, Napolitano, Reichlin, Berlinguer, Pecchioli, D’Alema, Macaluso, Chiaromonte, Tedesco, Tatò), come seconda mozione raccogliemmo oltre il 34 % dei consensi.

La nostra mozione metteva insieme nomi di prestigio, convogliava consensi di personalità conosciute ed apprezzate, ma che non avevano sostanzialmente ruoli all’interno dell’organizzazione, persone conosciute ed apprezzate, ma da tempo fuori dall’organizzazione e a volte anche esterni al partiro (Ingrao, Natta, Tortorella, Magri, Chiarante, Garavini, Salvato, Angius, Castellina).

Dopo il Congresso di Bologna del febbraio 1990, gli occhettiani si trovarono di fronte ad una immediata difficoltà: il presupposto che la svolta avrebbe favorito rapidamente l’entrata in gioco della nuova formazione politica si scontrava con l’assoluta mancanza di apertura da parte della DC, e soprattutto del PSI di Craxi, che puntavano a tenere in una posizione subalterna la nuova formazione politica. Inoltre il “nuovo partito”, la “cosa”, come la definivamo con disprezzo ed ironia,  non trovava consenso tra la gente: pochi furono i nuovi iscritti, non si determinarono aggregazioni di nuove forze o formazioni sociali, le elezioni amministrative segnalarono una significativa perdita di consensi.

Ma anche noi avevamo i nostri  problema, che cominciarono ad emergere già dall’ Assemblea che tenemmo ad Ariccia a giugno e cioè se concentrare tutto sulla questione dell’identità (e del nome del partito), oppure se spostare l’attenzione, l’iniziativa, il dibattito il confronto sulla partita dei contenuti poilitico-programmatici, e quindi aprire su questo tema il confronto all’interno della nuova formazione.

La guerra del Golfo fu una pietra miliare significativa in questa direzione. A fronte di una posizione del partito “ufficiale”, formalmente critica, ma sostanzialmente acquiescente e subalterna alle decisioni interventiste del Governo, i parlamentari della seconda mozione decisero di votare una proposta apertamente diversa da quella proposta dal partito, suscitando consensi e convergenze da parte delle forze apertamente e dichiaratamente pacifiste che avevano dato vita ad una ampio, grandioso (e purtroppo inascoltato) movimento popolare e di massa contro la partecipazione all’avventura militare nel Golfo.

Così a settembre partimmo per Arco, dove era stato convocato un seminario cui partecipavano entrambe le mozioni che si erano opposte alla linea occhettiana, ma anche gruppi e organizzazioni esterne come DP e “il manifesto”. Fu un viaggio lunghissimo per arrivare fin là, consapevoli tutti che stavamo vivendo un momento decisivo: se, come e in qual modo continuare una battaglia politica, se restare dentro e a quali condizioni, o se uscire e dar vita ad una nuova formazione politica. Io feci un lungo viaggio in treno, da solo, nessuno volle partire con me; ma facevo parte del Comitato Centrale, non potevo mancare a quell’appuntamento, e soprattutto mi sembrava di partecipare ad una occasione imperdibile e fondamentale per quello che sarebbe potuto accadere, e non volevo mancare.

In verità la battuta che circolava era se stessimo andando a costituire il Partito comunista svizzero o quello austriaco, vista la vicinanza ai confini di quei due stati, lì, in quell’angolo di profondo nord del paese.

In un grande albergo della zona si svolse il seminario, partecipato, dibattuto, sia nelle riunioni plenarie che nei confronti di gruppo e tra i diversi gruppi presenti; a pranzo si mangiava in una grande sala attrezzata per un grande buffet, dove, in pratica, si continuavano le discussioni in corso; a sera, tardi, ci disperdevamo negli alberghetti della zona dove alloggiavamo. Un ricordo particolarmente allegro lo voglio raccontare. Le convenzioni prevedevano la scelta tra tre primi piatti, tre secondi e tre tipi di dolce. Bene, sul primo e sul secondo non ebbi mai difficoltà a scegliere, per il dolce … me li facevo portare tutti e tre !

L’alternativa posta dalla relazione di Magri (ma costruita con un lungo lavoro che si era svolto durante l’estate) era sostanzialmente la seguente. Se, al di là del cambio del nome, non cambiava l’ispirazione socialista del nuovo partito né si trasformava in uno spostamento a destra della sua politica e del suo programma , e il nuovo partito avrebbe avuto una forma organizzativa pluralistica, i comunisti potevano restarvi anche come minoranza; in caso contrario la rottura diventava inevitabile per tutti.

Forse era ormai troppo tardi. Perché subito si vide il delinearsi di due posizioni distinte: la prima che intendeva, a fronte di una vittoria congressuale di Occhetto, costruire un altro partito; la seconda che considerava comunque un errore andare ad una scissione e quindi considerava in ogni caso necessario continuare una battaglia interna al partito, comunque fossero andate le cose.

Insomma le opzioni rimasero aperte, ma sostanzialmente differenziate e soprattutto divise, il che, a mio parere, contribuì non poco al rifiuto di Occhetto a realizzare qualsivoglia tipo di mediazione di accordo con e tra le diverse anime che si andavano delineando.

Il rientro in sede, fu altrettanto lungo, ma più mesto di quello dell’andata. Avevo la impressione di una nuova cocente sconfitta, per grandi masse popolari, per una visione diversa della società e del paese.

Lì, ad Arco, credo che perdemmo una occasione storica. Non tanto quella di mantenere un Partito Comunista in Italia, ma la perdita di una occasione ben più importante. Quella cioè di costruire una aggregazione stabile intorno ad una proposta di carattere politico e programmatico sostanzialmente innovativo e radicale, una contro-svolta, insomma, che guardava fortemente al tipo di esperienza che  avevamo fatto in occasione della discussione e delle decisioni prese sulla guerra del Golfo (aggregando forze nuove e diverse socialmente, ispirazioni collettive e di massa, adesione di figure e personalità di spicco della cultura e della scienza).

La speranza (in una prospettiva storica), è che prima o poi il tema di un reale cambiamento riemerga e si riescano a ricostruire aggregazioni tali da poter rilanciare questo disegno, che costituisce la vera alternativa alle attuali politiche dei principali partiti presenti oggi nell’agone politico nazionale.

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