Ancora su Arco

Il mio racconto su Arco, ha suscitato molti commenti di segno ed orientamento diverso. Per questo voglio tornare a chiarire quale fu lo spirito e l’intenzione di quel seminario, nonché delle azioni che ne sono state all’origine e che ne sono derivate come conseguenza.

Il lungo viaggio verso Arco (in senso fisico e metaforico), fu il tentativo estremo di costruire una posizione politico e programmatica che saldasse forze,e formazioni politiche e sociali che erano in quegli anni profondamente in fermento nella società italiana e ancora non riuscivano ad trovare un momento di aggregazione organizzativa entro le tradizionali formazioni politiche.

La morte di Berlinguer (e l’assassinio di Moro) aveva interrotto quel progetto di compromesso storico che con pazienza, gradualità e non senza contraddizioni e contrapposizioni dentro e fuori del partito, si era avviato e non trovava una evoluzione politica adeguata. Lo zoccolo duro manteneva la sua forza, il partito appariva sempre forte e monolitico, ma cominciavano ad intravvedersi le crepe e le rotture in un edificio; e sotto la direzione di Natta emergevano sempre più le “sgomitate” della nuova leva di giovani emersi negli anni 70 e 80, i quali tentavano di acquisire maggior peso e potere all’interno delle organizzazione

La DC appariva sempre più frammentata e divisa. Sostanzialmente si reggeva su continui compromessi tra le sue diverse anime, nella direzione sempre più difficile delle sue diverse fazioni, nelle continue lotte fratricide nella spartizione dei posti di potere nei punti nevralgici dello stato e dell’economia pubblica; all’esterno appariva come un carrozzone nel quale le faide e i compromessi vivevano all’ordine del giorno, un deprimente quadro di vacuità politica e interessi materiali, cose che sicuramente attraevano voti, ma al contempo inducevano un atteggiamento di disincanto e di sfiducia nella popolazione.

Craxi, con la sua banda di familiari e di accoliti aveva ormai instaurato un sistema di potere e di controllo sulle e nelle istituzioni che provocava scandalo e sdegno nella ancor viva consapevolezza morale della nazione, ma al contempo, con un sistema di prebende e di distribuzioni coinvolgeva, controllava, condizionava tanta parte della struttura organizzativa delle istituzioni, dello stato, della pubblica amministrazione.

In questo modo, pur restando elettoralmente una forza minore rispetto a DC e PCI, condizionava fortemente la politica e le relative decisioni, manteneva una posizione di centralità, costituiva la forza determinante per la definizione di una compagine di governo. Disposto a compromessi e a soluzioni più o meno edificanti, costruiva un sistema di controlli e di un groviglio di interessi composto e complicato, ma foriero (per i suoi seguaci e per quanti riuscivano ad inserirsi) di numerosi ed fondamentali interessi e benefici economici personali e di gruppo. Le vicende giudiziarie successive ne hanno fatto luce e determinato lo sconvolgimento, originando la fine della prima repubblica. Ma all’epoca era tutto diverso e quello era il livello di ordinaria, quotidiana gestione.

La svolta Occhettiana aveva l’obbiettivo di riaprire i giochi dopo una fase di progressiva perdita di consensi, che risiedevano nell’impoverimento di una linea politica che sempre meno riusciva a rispondere ad ansie ed esigenze nuove che si facevano avanti nella società italiana: la pace, il femminismo, le scelte ecologiche, i problemi energetici. La politica del partito non riusciva ad innovarsi e sempre più si sfrangiavano pezzi di sensibilità e di vivacità sociale che non trovavano nel partito risposte adeguate ed adeguatamente innovative. Il problema fu che la svolta non determinò, come conseguenza, uno scossone al partito e alla sua politica, ma si tradusse tutto al cambio del nome e del simbolo;  invece di aprire una discussione su strategia e politiche, si ridusse e immiserì nella costituzione di un “nuovo” partito del quale non si capiva l’identità, il progetto, l’obbiettivo, la strategia.

Le conseguenze, ciò che accadde realmente, le ho scritte nel precedente racconto (rimanemmo fuori dei giochi e perdemmo ulteriori consensi). Il progetto fallì e portò progressivamente allo sfaldarsi del partito e alle attuali, disarmanti, sconvolgenti e in alcuni casi vergognosi sviluppi.

Ciò su cui invece voglio tornare è la questione di cosa volevamo, o pensavamo, o speravamo di fare noi ad Arco. (Come invidio Vittorio che riesce a passare un po’ del suo tempo in quelle zone).

Certamente alcuni avevano (anche precedentemente a quell’incontro) già deciso di operare una scissione, ma la maggior parte di noi erano spinti dalla seria e decisa volontà di costruire o ricostruire una linea politica ed una strategia, capace di realizzare ed ampliare consensi in una fase nuova, diversa, avanzate della società. Non di rientrare nei meschini e complessi giochi di potere politico, ma costituire una alternativa reale alle scelte di politica economica e di gestione del potere che governavano in quel periodo il nostro paese. Volevamo rispondere alle ansie di una società sempre più complessa e complicata con un disegno nuovo ed originale. Il paradosso era proprio questo, e gli “scissionisti” non erano quelli storici del gruppo del manifesto (Magri, Castellina, ecc.) che al contrario si prodigarono e spesero forze ed energie per costruire questa alternativa. Quest’ultimo gruppo costituito dall’ala “storicamente” di sinistra del partito,  era intenzionata a formalizzare una aggregazione forte e non si poneva prioritariamente il problema di restare dentro o di uscire dal partito, bensì di come stare e di rimanere (anche se in maniera organizzata) dentro il partito, prospettando l’ipotesi di una alternativa possibile alla linea del segretario.  Solo se questa possibilità fosse risultata impercorribile si sarebbe determinata una fuoriuscita, caratterizzata non come scissione, ma che avrebbe goduto, a monte, di una elaborazione politico-strategica matura.

I timori di Ingrao, da sempre caratterizzato dalla esplicita volontà di mantenere e conservare una unità formale del partito, l’indecisione su questo punto non secondario del dibattito, determinarono un rinvio della decisione finale e purtroppo dispersero un patrimonio ricco ed interessante. In questo senso Ingrao sempre vigile e attento alle novità sociali che si determinavano all’esterno, nel corpo vivo della società, non comprese fino in fondo che il monolitismo del PCI costituiva un elemento ormai vetusto e sorpassato.

Ecco dunque che la scissione venne a determinarsi nel modo più deleterio possibile, realizzato dagli “etero diretti”, e non già da quelle forze vive e vitali che della società avevano compreso le modifiche dei processi in atto e ne intuivano i possibili scenari alternativi.

Cito, solo per la realtà pugliese il lavoro intenso e di indiscutibile valore che avevamo messo in campo per determinare un cambiamento strategico nelle lotte bracciantili al fine di passare dal rivendicazionismo delle giornate di lavoro, alla contrattazione aziendale legata alle trasformazione delle produzioni agricole introdotte nelle campagne a seguito dell’arrivo dell’irrigazione.

In questo senso fu una occasione persa, una occasione matura ed irripetibile che perdette gradualmente e inesorabilmente la propria forza, andando ad urtare contro interessi compositi e ormai consolidati. Privando, più a lungo termine, il partito di un soggetto (collettivamente inteso) capace di elaborare, pensare e realizzare una strategia alternativa.

Questo il rammarico, questo il dolore.

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