Gli antenati

A me piace fare il “pater familias”. Mi piace che la domenica (quando sono libero dal lavoro) e tutte le feste comandate,  i miei familiari più stretti (figli, generi e nipoti) si radunino alla mia tavola e, nelle occasioni più tradizionali (natale, pasqua, ferragosto, ecc) l’invito venga ampliato anche agli altri parenti più prossimi, sorelle, zie, cognati e cognate, pronipoti ed anche amici. In alcuni casi abbiamo radunato fino a quaranta persone nel soggiorno di casa per festeggiare alcune di queste occasioni. Mia moglie non solo collabora, ma è parte attiva principale: cucina, prepara pietanze, ordina e riordina la cucina, è instancabilmente impegnata in queste azioni e in queste preparazioni.

Certo non svolgo le funzioni del “pater familias”, nel senso che non ordino, non comando, non ne ho l’autorità e comunque non sono riconosciuto come quello che ha l’ultima decisone, che commina le punizioni, che prende le decisioni per gli altri. Quei tempi sono trascorsi, non esistono, anzi, sono maggiormente presenti le esplicite contestazioni, le contrapposizioni vivaci, i rifiuti diretti alle mie opinioni e alle mie posizioni. Tuttavia mi piace conservare questo ruolo almeno dal punto di vista formale e guardo con soddisfazione il radunarsi della famiglia intorno alla mia tavola, in ogni caso provo un senso di auto soddisfacimento.

Questo ruolo era, in parte, anche quello di mio padre. Era infatti intorno alla sua tavola che ci incontravamo nelle medesime occasioni, anche se coinvolgeva (per una serie di ragioni che sarebbe lungo spiegare ed anche perché in parte sconosciute a me) solo una parte delle famiglie sua e di mia madre. E che in ogni caso erano eccessivamente numerose per riunirsi tutte insieme. In genere si riducevano a me e mia sorella (con le relative famiglie), i nonni materni (ex contadini del subappennino, venuti a Foggia con un contratto di lavoro alla Cartiera di Foggia), una o due zii (prevalentemente la sorella di mia madre).

Mia madre aveva infatti tre tra fratelli e sorelle: uno emigrato sin da giovane a Milano, uno, artigiano, persona solitaria che rifuggiva la confusione e a cui non piaceva molto lo “stare insieme”, la più piccola, con la quale la frequenza era quasi giornaliera e alla quale siamo rimasti più legati; ad un certo punto della sua vita ha deciso anche lei di andare a vivere fuori e si è trasferita a Roma (ma viene spesso a trovarci). La famiglia di mio padre era ancora più numerosa: il fratello maggiore emigrato a Torino, dove aveva formato la sua famiglia (credo di averlo visto solo un paio di volte nella mia vita); un fratello ferroviere gioviale e simpatico fino alla tarda età, che era l’anello di congiunzione tra i vari fratelli; un altro fratello artigiano, morto prematuramente con il quale ci frequentavamo perché abbastanza vicini di casa e coetanei delle sue figlie; una sorella, nubile, insegnante con la quale ci vedevamo molto saltuariamente; un altro fratello ferroviere trasferitosi nel napoletano, dove aveva formato la sua famiglia; il più piccolo, partito per studiare a Padova e rimasto lì, dove si è laureato, ha messo su famiglia e con il quale ci siamo rincontrati solo molti anni più tardi. Una pletora di cugini con i quali spesso non ci siamo mai incontrati, dicevo, se non in rare, ma simpatiche occasioni, delle quali vi darò conto nel corso di questo scritto.

Erano due famiglie che rispecchiavano l’Italia di quegli anni: famiglie numerose (l’onda lunga dell’ideologia fascista, una concezione sociale per la quale era “utile” avere molti figli, una morale cattolica pregnante nei comportamenti sessuali, e poi …. non c’era la televisione). L’emigrazione come tentativo di trovare soluzioni alternative a quelle, poche, esistenti in loco; i lavori negli enti pubblici e statali (ferrovia, scuole); il lavoro artigiano come sostitutivo della disoccupazione e subordinato allo sviluppo economico e sociale di quel periodo.

Un paese nel quale prevaleva la “diaspora”, l’allontanamento dalla famiglia di origine, la ricerca di occasioni diverse, varie e, a volte, divergenti; diverso da quello attuale, dove le mutate condizioni sociali ed economiche (ma anche culturali) di molti fra noi discendenti della “seconda generazione”, abbiamo preso a rincontrarci, a stabilire (o ristabilire), relazioni un po’ più intense, a ricercare in qualche modo di riannodare i fili (ancorchè molto esili) della reciproca conoscenza, supportati spesso da strumenti nuovi (telefono, watsapp, facebook, ecc).

Una di queste occasioni che ci ha offerto la possibilità di ricostruire un legame di simpatia e credo anche di amicizia tra noi cugini sparsi per l’Italia, credo sia stato il matrimonio a Padova della mia simpatica e dolce cuginetta Michela. Eravamo presenti tutti quanti i cugini del ramo “paterno” della famiglia (oltre a zii,  consanguinei e amici vari). Ed è stata davvero una gran bella giornata, rivedersi, intrecciare relazioni nuove o rinverdire vecchi ricordi, stabilire livelli nuovi di relazioni tra persone che fino ad allora si erano conosciute solo superficialmente o che addirittura si conoscevano a malapena. Il tutto in una bella giornata soleggiata, ma abbastanza fresca da rendere piacevole il lungo pranzo matrimoniale e da permettere un soddisfacente uso di alcolici. Infatti, oltre quello che ci veniva servito a tavola (sia da mangiare che da bere), ad ogni pietanza noi cuginastri andavamo al bar e ci facevamo uno “spritz”, (prosecco, bitter e selz) che, di origine veneziana è assai popolare nel triveneto. Ce la siamo portata avanti così tutto il pomeriggio, fino a sera, quando siamo andati a concludere la serata, con l’ennesima bevuta di spritz vicino ad un simpatico mulino ad acqua.

Ah, sì, quella notte neppure le zanzare che infestavano le stanze dell’albergo dove dormivamo hanno osato avvicinarsi e pungermi (oppure io non me ne sono accorto, il che fa lo stesso !).

Racconterò in seguito altre di queste occasioni, avvenute in momenti particolarissime e di cui ricordo con precisione le partecipazioni e la felicità che vi si produceva.

Il tutto mi ha spinto a riflettere sulla concetto e la trasformazione della famiglia, e, sommariamente e con modestia, a stendere alcuni brevi racconti su questo argomento. Racconterò della genesi e dello sviluppo; delle modificazioni della famiglia nel corso dei secoli, mi soffermerò sui problemi economici e sociali della famiglia nella società contemporanea, il tutto inframmezzato dalle mie esperienze personali e dai ricordi della mia infanzia. Ripeto quindi: nessuna pretesa di scrivere un trattato, ma un racconto sul tema degli “antenati”.

E qualsiasi inizio non può che originarsi dai Romani e dalle loro istituzioni, così pervasive dell’intera cultura occidentale.

In qualsiasi abitazione dell’antica Roma siate entrati, povera o illustre, misera casa o lussuosa villa, l’ingresso è adornato da un altarino più o meno grande dove venivano onorati i Lari e i Penati. I secondi erano spiriti tutelari (una specie di angeli custodi), i primi costituivano qualcosa di più importante, erano infatti gli spiriti protettori degli antenati della famiglia che vegliavano sul buon andamento della loro famiglia. Questi erano una istituzione tipicamente romana (di origine etrusca), uno dei pochi miti non derivati dalla tradizione greca.

Infatti, nella Grecia antica il matrimonio era un mero contratto nel quale si stabilivano automaticamente diritti e doveri, l’educazione delle figlie femmine era affidata alla madre, quella dei maschi, dopo i sette anni, alle scuole. La famiglia era dunque un nucleo ristretto, un mero e rapido passaggio alla vita pubblica della città.

Con i romani ci troviamo subito di fronte ad una famiglia che si allarga a figli, generi, nuore, nipoti. I figli venivano seguiti ed educati dai propri genitori, fino a che non potessero indossare la toga virile (16 anni) e iniziati a partecipare alla vita pubblica. Una visione assai più ampia, tanto da giungere al concetto di “gens”, cioè un insieme di famiglie che condividevano una comune “origine”, spesso (ma non unicamente), gentilizia, ed una comune, seppur lontana ascendenza.

A Roma la famiglia rappresentava l’asse portante della società. Era un insieme di beni e di persone soggetti alla patria potestà. Tutti i beni e le persone, significa le attività semplici e complesse che vi si svolgevano: quelle produttive, quelle organizzative, quelle ludiche e quelle religiose. Figli, nuore, nipoti, servi, liberti, schiavi, anch’essi (ovviamente con funzioni e ruoli totalmente diversi e distinti tra loro) ne facevano ugualmente parte, sotto l’autorità indiscussa del “pater familias”. L’istituzione della famiglia assumeva un carattere non solo privato, ma pubblico, era un obbligo ed una necessità sociale.

Vi racconto due aspetti del diritto romano che sono illuminanti di quel concetto di famiglia. L’eredità, stabiliva precisi passaggi e suddivisioni delle proprietà e dei ruoli; era però previsto anche che si potesse lasciare indiviso il patrimonio e rimanendo ciascun erede proprietario “in solidum”: una forma che giustificava il mantenimento di un censo, ma al contempo consolidava ulteriormente e fortemente il valore della comunanza familiare.

Un altro aspetto interessante è l’adozione, che era un titolo giuridico, con il quale un estraneo entrava a far parte della famiglia. Egli entrava a pieno titolo a far parte della famiglia dell’adottante; l’istituto dell’adozione equiparava sotto ogni aspetto gli adottati ai discendenti naturali, fino al termine estremo che questo istituto venne adottato per mantenere il patrimonio, o la designazione del proprio successore (ad esempio durante l’epoca del principato).

A proposito di eredità, entrambi i miei genitori non hanno avuto grandi problemi, nel senso che non essendoci patrimoni da spartire non si sono registrate liti o discussioni tra i fratelli quando sono venuti meno i nostri nonni (i loro genitori). Forse è anche per questo che quelle rade volte che ci siamo incontrati in maniera conviviale le frizioni sono sempre state ridotte al minimo. Conservo ancora una foto in bianco e nero, ingiallita dal tempo della festa dei 50 anni di matrimonio dei miei nonni paterni. In quella casa, posta all’ultimo piano di una delle palazzine costruite intorno alla stazione ferroviaria (anche mio nonno era ferroviere, lavorava alla “sottostazione”, attualmente I.E., in altre parole impianti elettrici), ci ritrovammo insieme ed è una delle poche foto in cui compariamo tutti: i nonni (Michele e Michela), il fratello grande di Torino, mio padre, zio Tonino (il compagnone), zio Raffaele (l’altro ferroviere), zio Mario (il falegname), zia Pina, zio Gino (quello di Padova). E poi quasi tutti i nipoti: io e mia sorella, le tre figlie di zio Mario, i figli di zio Tonino Maria, Lucia e Michele (quest’ultimo partito anche lui per Padova e che attualmente lavora in Svizzera con la moglie francese), i figli di zio Gino e di zio Raffaele.

Fu una bella festa, allegra e simpatica che ci rallegrò tantissimo, in un clima di calore familiare intenso e commovente.

Qualche anno dopo furono i miei zii “napoletani”, a voler festeggiare l’anniversario dei loro venticinque anni di matrimonio. Ci riunimmo in un ristorante di Foggia per una cena familiare, ma all’epoca già qualcuno era purtroppo venuto a mancare e il clima non era altrettanto euforico. Tuttavia sento un sentimento di gratitudine profonda per quella occasione nella quale, seppure parzialmente,  “la famiglia” si era riunita di nuovo ed aveva trovato il modo di rinfocolare vincoli di parentela sempre più allentati.

Ma torniamo alla storia evolutiva della famiglia.

Le invasioni barbariche furono portatrici di una visione della famiglia connessa ad una rete di rapporti più ampia, vissute all’interno di un clan, di una tribù. In essa il concetto di famiglia perdeva oggettivamente valore e specificità (oltre che potere), rispetto al ruolo del capo (della tribù).

In epoca medioevale più tarda i nuclei familiari (sia urbani che contadini) divennero in genere di tipo nucleare assai semplice: marito, moglie e figli (tanti figli) che se da un lato costituivano un problema di sopravvivenza, dall’altro offrivano la possibilità di garantire un maggior numero di braccia alle diverse attività produttive cui la famiglia era dedita.

Per meglio comprendere la trasformazione profonda intervenuta rispetto al concetto romano della famiglia, (e anche per rendere più leggero racconto), ho utilizzato qui alcuni brani di uno studio di Arno Brost dal titolo “Forme di vita nel Medioevo”. Viene riportato il testo di un resoconto scritto da un francescano, Giovanni di Winterthur. Il francescano racconta di un sanguinoso fatto accaduto nel 1343. Un padre, rimasto senza mezzi di sostentamento, si recò dal figlio maggiore, chiedendogli aiuto; questi rifiutò di aiutare il proprio genitore e lo allontanò dalla propria casa. Il padre rubò una mucca al figlio, che lo scoprì e lo denunciò. La condanna del giudice fu esemplare: l’impiccagione. Sul luogo dell’esecuzione il boia chiese che fosse il figlio ad eseguire la condanna, cosa che quest’ultimo fece, nonostante il figlio minore l’avesse scongiurato di non farlo. Il figlio minore, chiese quindi aiuto ai suoi amici e a sua volta uccise il fratello maggiore.

Questa sommariamente la vicenda, violenta ed eticamente condannata dal francescano nella sua cronaca. Tuttavia Arno Brost, liberato il racconto dagli elementi moralistici e di esegesi, scava più in profondità, andando a trovare la traduzione sociale di questa vicenda.

“Il padre ha congedato i figli dalla sua casa, li ha “mandati” ed ha consegnato a ciascuno la sua quota di patrimonio. Egli ha perso qualsiasi diritto sui beni dei figli, allorchè questi, abbandonata la casa paterna, hanno formato una propria famiglia. Un figlio adulto non è tenuto a sostenere un padre povero, la legge del tempo non favorisce più il clan familiare e tutto il suo apparato economico comunitario, bensì il piccolo nucleo familiare e la sua proprietà. (…) Il clan familiare si è ormai sgretolato. La famiglia di cui si parla non ha alcun progenitore, non c’è uno zio che intervenga nel conflitto, men che meno una cognata o i parenti di lei; il figlio più giovane non chiama in aiuto i cugini, ma gli amici. Quando implora il fratello non si appella agli antenati, bensì ai discendenti che un giorno dovranno prendere in consegna l’eredità e l’onore della famiglia. Non solo per i contadini, ma anche per i nobili e i borghesi la salvaguardia dell’unità della famiglia, da una generazione all’altra, si fonda più nel patrimonio comune che nell’origine comune”

Siamo alla inversione assoluta rispetto alla famiglia romana.

La chiesa cattolica ebbe un ruolo assai importante in questa trasformazione, rendendo sacro il matrimonio monogamico, osteggiando fortemente la poligamia e il divorzio.

Il concetto di famiglia si lega sempre più a quello di unità produttiva, nei ceti più poveri come in quelli più agiati. Basti pensare al rapporto esistente tra le famiglie contadine e la terra, spesso legate, le prime e la seconda, da contratti vincolanti ed indissolubili (anche se diversificati secondo varie forme contrattuali); e al contempo, alle famiglie gentilizie dei grandi nuclei urbani che dettero vita poi alle corporazioni (della lana, della seta, ecc) che restavano stabilmente e per generazioni legate alla loro specifica attività, accumulando spesso prestigio economico e potere (se non addirittura direttamente) politico

Tuttavia, nel corso del tempo (i processi che descrivo sommariamente hanno percorso secoli di storia), comincia anche una differenziazione “ di censo”. Mentre infatti le famiglie contadine e artigianali conservavano questa caratterizzazione “mononucleare”, nell’aristocrazia si originavano progressivamente forme di aggregazione più complesse, nel senso che più famiglie organizzavano e intrecciavano relazioni molto articolate sia a livello economico e produttivo, che a livello politico e gestionale della cosa pubblica. Le liti tra fazioni avverse a Roma, a Firenze, a Milano sono passate alla storia con violente contrapposizioni e (spesso) anche con fatti di sangue gravi.

La Congiura dei Pazzi, a Firenze, costituisce un esempio storico efficace ed illuminante. Il tentativo di stroncare l’egemonia della famiglia dei Medici, da parte di una altrettanto potente famiglia di banchieri (quella dei Pazzi appunto) nella primavera del 1478 e si concluse con l’uccisione di Giuliano e il ferimento di Lorenzo de’ Medici. In realtà questo fu l’elemento apicale di un conflitto che divise la città di Firenze (per molte generazioni), e coinvolgeva relazioni e contrapposizioni tra le diverse fazioni cittadine, ma anche alleanze con gli stati vicini e i principali regni dell’europa dell’epoca. D’altra parte ciò è comprensibile anche perché all’epoca Firenze era la città dove si concentravano le banche e gli istituti creditizi operanti in tutta europa (potremmo definirla la BCE dell’epoca), e tutti i regnanti europei (dalla Spagna, all’Inghilterra, alla Germania, alla Francia nonchè i numerosi staterelli italiani), erano costretti a passare attraverso crediti, fideiussioni e altre forme di finanziamento gestite appunto da queste due potenti famiglie fiorentine che detenevano appunto il primato in questo campo.

Similitudini con la situazione attuale dell’europa è sicuramente una forzatura, le contraddizioni di fondo non sono le stesse, tuttavia non mancano certo le similitudini !

E’ solo con la cultura illuministica e con la rivoluzione francese che lo scenario cominica a cambiare. Alla chiesa viene tolto il predominio ideologico e religioso, si instaura un carattere più privato e laico del matrimonio e della famiglia, viene recuperato un più forte legame affettivo e paritario tra i coniugi. Nello stesso momento la chiesa perde anche la sua supremazia in campo educativo ed assistenziale; si cominciano ad istituire e diffondere scuole ed ospedali pubblici, sottraendo alla famiglia alcuni di questi compiti tradizionali. Tutto ciò favorì l’evolversi culturale, sociale ed economico del concetto di famiglia.

Nel corso poi degli ultimi due secoli la famiglia ha subito sconvolgimenti profondi e progressivi, tanto da portare qualcuno a ritenere che essa fosse destinata a scomparire completamente. Le mutate condizioni economiche, il processo di emancipazione femminile, la difficoltà a mantenere una famiglia con un unico reddito, i processi sociali e culturali sempre più rapidi e “dinamici” (anche se non sempre positivi), hanno determinato un travaglio ed un impatto notevole sul ruolo, la funzione e la identità stessa di famiglia.

Veniamo dunque ai giorni nostri, e qui vorrei approfondire il lavoro di analisi della situazione attuale, cercando di superare le banalità dette a destra e a manca (intesa come sinistra) sul fenomeno dei “bamboccioni” o degli “incapaci”. Definizione stucchevoli (oltre che stupide), non corrispondenti alla capacità di comprensione dei processi in corso.

Ho già detto che la famiglia italiana ha subito, nel corso degli ultimi anni profondi cambiamenti, collegabili alla crisi e alle difficoltà economiche in atto (ma anche a mutamenti di ordine sociale e comportamentale).

Cominciamo dal quadro che fa della famiglia il rapporto di Italia Lavoro, società promossa dal Ministero del Lavoro, (“Famiglie e lavoro, 2013). “Pur rappresentando la quota maggioritaria, la tipologia familiare ”coppia con figli”,negli ultimi otto anni ha progressivamente visto diminuire il suo peso, passando da una incidenza percentuale sul totale delle famiglie pari a 42,5% (anno 2004) al 37% (anno 2012). Anche se in realtà, in termini tendenziali, la contrazione del numero totale registrato è di lieve entità, ciò che sembra segnare un vero cambiamento nell’insieme delle strutture familiari, è la forte crescita delle “persone sole” che sono passate da poco meno di 5,7 milioni di unità del 2004, ai circa 8 milioni del 2012, per un incremento complessivo di 40,1 punti percentuali. Oltre a ciò è da rilevare la significativa crescita del numero dei “monogenitori” (circa 2 milioni) pari al +8%. Si è dunque dinanzi all’insorgenza di una sensibile trasformazione del ciclo di vita individuale che si ripercuote sugli assetti familiari, determinando una ricomposizione dei nuclei”. Il rapporto definisce tutto questo una “tendenza alla frammentazione”.

Uno dei dati più preoccupanti che emergono dal rapporto è il fenomeno dei Neet (Not in employment, education and training). La crisi economica ritarda l’emancipazione giovanile. “Nel 2012 quasi 4,7 milioni di ragazzi di 20-29 anni vivono con i loro genitori, di cui il 14,7% sono disoccupati, il 31,6% sono inattivi che studiano e il 13 % inattivi che non studiano(…), un fenomeno che in Italia riguarda ben 1.967.888 famiglie, il 28,9% di quelle con almeno un componente di 15-29 anni. Addirittura il 12,7% di queste famiglie ne ha più di uno”.

In buona sostanza assistiamo ad un profondo cambiamento degli equilibri all’interno della famiglia che determinano tensioni nuove ed originali (non sempre positive).

Interessante è la lettura che ne fanno De Rita e Galdo nel loro libro “Il popolo e gli dei” di recente pubblicazione (Laterza, 2014), fortemente orientata a comprendere le modifiche strutturali di consumi e stili di vita.

“La micro sovranità in famiglia si esercita innanzitutto nelle forme organizzative del welfare dal basso, non regolato e non finanziato dallo stato. E’ la famiglia, per esempio, che regge il peso della non autosufficienza dei suoi membri più fragili, laddove l’assistenza pubblica non è in grado di assicurare alcun tipo di intervento”.  De Rita e Galdo citano l’esempio dei malati di Alzheimer (circa un milione di casi, che potrebbero raddoppiare nel corso dei prossimi decenni) che per circa il 90% dei casi vengono curati in casa; senza questo “sostegno” familiare, non ci sarebbe, da parte pubblica, nessuna risposta efficace a questa patologia. Per inciso l’Isvap (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private e di interesse collettivo) prevede nel 2030 tremilioni e ottocentomila persone non autosufficienti in Italia !

“E’ La famiglia che, sovrana, si aut organizza con forme di solidarietà intergenerazionale: soldi ai figli ancora non occupati in modo stabile, prolungamento della convivenza familiare laddove figli e nipoti non riescono ad entrare nel mercato del lavoro. (…) E’ la famiglia che, di fronte all’impatto devastante della Grande Crisi, esprime la sua micro sovranità modificando in modo radicale i consumi e gli stili di vita. Dal 2008, l’anno di fallimento della Lehman Brothers, il 97 per cento delle famiglie ha ridotto gli sprechi, il 95 per cento ha rifiutato l’idea compulsiva dello spendere ad ogni costo”.

Pare che stiano descrivendo passo dopo passo la mia vita e quella di tanti altri amici e conoscenti che si trovano o si sono trovati nelle medesime situazioni nel corso degli ultimi anni!

De Rita e Galdo sottolineano ancora come tutte gli interventi “alternativi”, dai Gas (Gruppi di acquisto solidale), agli interventi nel campo dei consumi energetici per l’auto produzione di corrente elettrica, stiano avvenendo senza alcun ruolo dello Stato e delle istituzioni.

Insomma la famiglia è il luogo “in cui ancora si può decidere qualcosa, per esempio, come modificare in modo strutturale consumi e stili di vita”.

Sono convinto e condivido questa affermazione, sottolineo però che essa è disperante nel senso che se rimaniamo solo a questo livello sarà ben difficile affrontare problemi strutturali come la disoccupazione e la struttura dei consumi in modo stabile, anche perché le risorse delle famiglie non sono inesauribili, al contrario tendono a diminuire sempre più come dimostrano gli studi sul livello dei consumi e sulla propensione al consumo delle famiglie italiane.

E’ disperante anche perché delinea un unico elemento costitutivo della aggregazione familiare, che è certamente “aulico” e nobile, e pur tuttavia limitato come potere al di fuori di un gruppo ristretto di persone, ed è l’affettività. Credo che affrontare le situazioni di crisi in cui viviamo e il loro sicuro peggioramento (penso solo per un attimo alle condizioni climatiche della terra, alla deforestazione selvaggia operata da grandi gruppi monopolistici), basando tutto su questo elemento importantissimo e di grande significato, come il sentimento di affetto per i propri cari, sia compito ed obbiettivo improbo !

Concludo con una nota di speranza e un ricordo che mi è caro, circa una delle ultime occasioni in cui la mia famiglia si è trovata (purtroppo solo parzialmente) nuovamente insieme. Il matrimonio di Raimondo uno dei due figli di zio Raffaele (il ferroviere). Ci incontrammo a Vico Equense, località della costiera amalfitana che guarda sul Golfo di Napoli; l’occasione piacevole di rivederci la collego allo splendido panorama che si apriva davanti alla chiesa dove si celebravano le nozze: una radiosa giornata di sole ci ritrovò sullo stretto terrazzino davanti al sagrato della chiesa, insieme; ancora una volta pezzi di familiarità che riannodavano fili sparsi e dispersi. E davanti a noi una splendida vista, le alte rocce di contorno, il mare fino alla linea dell’orizzonte dove si congiungeva ad un cielo limpido e terso, una dolce brezza a rinfrescare i nostri volti che guardavano in quella direzione, la speranza, almeno quella, in un futuro sereno, tranquillo, migliore.

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Una risposta a Gli antenati

  1. marita ha detto:

    Mi chiedo come sia possibile che in tutto questo percorso il conflitto degli anni 68-77 non trovi spazio. In quella fase c’é stata una messa in discussione profo da della famiglia patriarcale, del padre padrone, della famiglia monogamica bacchettona, ipocrita e cattolica per costruire, sperimentare, provare, mettere in comune, eliminare il senso di prprietá. Un momento, anni… appossionati, rivoluzionari, felici e per certi versi dolorosi che per esempio .per me come donna hanno significato dover abbandonare, dover allontanarmi da famiglia, cittá e parenti quasi tutti per rispondere al semplice desiderio di poter vivere questa radicalitá .. che né foggia né il nostro nucleo familiare consentivano di sviluppare.

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