Via Tiro a Segno

Nome poco originale per una strada che portava, appunto alla sede del Tiro a Segno di Foggia. Per me è una strada importante perché ci sono cresciuto prima come ragazzo e poi, anni dopo come genitore con la mia nuova famiglia.

Sono nato in Via Polare, sul limitare di quella zona del Carmine Vecchio che adesso è comunemente conosciuta come “il Bronx”. Una strada stretta e diritta che sbocca direttamente sulla piazza del Municipio, una strada con lastroni di pietra e canaline per lo scolo dell’acqua piovana.  Intorno parallele e perpendicolari, tante altre stradine tutte uguali. Case basse, massimo due piani, una volta abitata persino nei “sottani”, cioè al di sotto del livello stradale. Una zona povera, insomma. Il lavoro dei miei genitori, una insegnante, l’altro prima impiegato in una ditta di liquori, poi anche lui insegnante, e il reddito che ne ricavavano, mi portò presto via da quella abitazione, della quale ricordo vagamente solo le scale e l’umidità.

Ma sono solo ricordi di bambino, perché presto ci trasferimmo in una casa nuova, appena costruita, in Via Tiro a Segno appunto. Anche di lì andammo via presto, perché lo sviluppo tumultuoso di quegli anni e il lavoro dei miei genitori che garantiva buoni stipendi, la parsimonia con cui vivevano, ci fece nuovamente traslocare in un palazzo ancora più nuovo, anzi completamente nuovo, moderno, fornito anche di ascensore. Ciò avvenne una decina di anni dopo.

Fino ad allora vivemmo appunto a via Tiro a Segno. Una casa dai muri spessi, fatti di tufo, senza cemento armato, solo muri portanti. Il palazzo, ovviamente senza ascensore aveva sei piani ed un terrazzo sul quale, pochi anni dopo salimmo a montare l’antenna del televisore. In realtà in quegli anni frequentavamo soprattutto la casa dei nonni materni, che, accudivano a noi in assenza dei genitori, all’epoca pendolari nei vari comuni della provincia dove ricevevano “l’assegnazione” per l’insegnamento. La mia fanciullezza dunque la trascorsi soprattutto nel cortile S. Giuseppe Artigiano, di fronte alla omonima chiesa. In casa la sera per fare i compiti, per la cena, poi per andare a dormire nella cameretta che condividevo con mia sorella più piccola.

Ricordo perfettamente l’atrio, il lungo corridoio, il ristrettissimo cucinino dove mangiavamo stretti stretti intorno ad un piccolo tavolo, essendo il soggiorno dedicato solo alle occasioni più importanti.

Sul cortile interno si affacciava uno dei balconi della casa. E la socialità possibile era unicamente con ragazzini della nostra età che vivevano nelle abitazioni circostanti i cui balconi si affacciavano sul medesimo cortile, ma di scalinate diverse. Socialità ridotta al minimo, dunque. Qualche frase urlata per farci sentire: “Come ti chiami ?”, “Che classe fai ?”, “Fai la raccolta delle figurine ?” Queste le conversazioni rapide e sommarie che avvenivano nel cortile, da un balcone all’altro. Certo non la stessa che avevamo nel cortile di mia nonna, dove scorazzavamo nella polvere con altri coetanei, ad inventar giochi ed imparare “parolacce”.

Non ho molti altri ricordi di quella casa, se non il faticoso trasloco di mobili e suppellettili, che si concluse peraltro in poco tempo.

Molto più vividi sono nella mia memoria i tempi di quando ci tornai a vivere con Dora, mia moglie e i miei due figli Vittoria e Andrea, circa vent’anni dopo, al termine di una controversia legale che ci oppose agli affittuari che tentarono di procrastinare lungamente la consegna della casa, costringendoci ad una convivenza forzata e difficile a casa dei miei genitori. Difficile non perché mancasse l’affetto o la comprensione reciproca, ma per le esigenze oggettivamente diverse che ognuno di noi aveva.

Comunque, dicevo, riuscimmo a rientrare nella casa di Via Tiro a Segno e cominciammo i lavori di ristrutturazione (in economia stretta). Io, con Angelo (mio cognato) e Luigi (il marito di mia cognata) ci occupammo delle prime modifiche murarie, di portare su e giù per la scalinata i materiali di risulta, le piastrelle nuove, e di tutti quegli altri lavori “di bassa forza”. Ricordo il cucinino, del quale dovemmo scrostare dal muro strati di vernice dai colori impossibili che erano stati sovrapposti (non so per quale ragione) nel corso degli anni precedenti.

Con zio Tonino (il fratello di mio padre, ferroviere) e Lello (marito di un’altra cognata), ci occupammo degli impianti elettrici: io e Angelo facevamo le canaline, loro passavano i fili e facevano i collegamenti: un impianto fantastico, con i materiali più all’avanguardia del tempo ! Per l’impianto idrico e di riscaldamento mi rivolsi ad una ditta che conoscevo, che fece un discreto lavoro, e infine, per completare, un amico muratore di Cerignola realizzò i lavori di muratura, di piastrellatura e ridipinse tutto l’appartamento. Per lui fu davvero un incubo: la casa, fatta con criteri vecchi, aveva il pavimento che andava in tutte le direzioni; i muri (quei vecchi muri portanti di tufo), non erano allineati; ogni volta che smontava una porta, per rimetterla a posto bisognava far quadrare i muri da entrambi i lati. Ricordo perfettamente le maledizioni che rivolgeva ai suoi colleghi che avevano realizzato la costruzione !

Insomma, passarono mesi intensi con tutto il (poco) tempo libero dal lavoro che avevo, impegnato a far lavori in casa. Alla fine sistemammo tutto, e ci sistemammo nella nuova casa, nella nostra rinnovata e ritrovata  intimità. Comprammo una nuova camera da letto con un grande armadio “quattro stagioni”; la precedente (adattata) nella stanza dei ragazzi, il pavimento coperto di moquette, per garantire loro il massimo di libertà possibile (conseguenza del metodo Montessori), il soggiorno, il cucinino.

Il nostro soggiorno divenne presto un luogo di incontro tra giovani amici che conoscevamo e frequentavamo. Né io, né mia moglie volevamo rinunciare ad una vita sociale; al contempo l’esigenza dei bambini era evidente: non potevamo portarli in giro la sera, star fuori fino a tardi, volevamo garantire loro una tranquillità ed una serenità che potessero derivare dal mantenimento di abitudini costanti, da orari regolari, da un ambiente tranquillo e consuetudinario.

Pertanto, ci portammo a casa le “occasioni” di socialità. Franco e Adriana (gli amici di sempre con i quali regolarmente continuiamo a incontraci tutti i sabati), per un certo periodo Lino e Antonietta (fino a che non si trasferirono al nord), con costoro condividevamo anche il fatto che i nostri figli fossero grosso modo coetanei.

Ma la sera, con la frequentazione dei giovani ragazzi (compagni e amici), si aprivano le danze ! A mia moglie l’onere della cucina, cui si dedicava con passione e cura, a me quello di mettere a dormire i bambini. Una rapida cena e poi cominciavamo a cantare e a suonare, oppure a giocare.

Giacinto e Angelo erano i due “chitarristi” che si alternavano ad accompagnare il nostro repertorio, Maurizio, Valentina, Antonio, Sante, Anna, Antonella erano i principali frequentatori della nostra casa. Ma spesso la partecipazione si alternava o si allargava ad altri ragazzi. Il repertorio  canoro andava dai Beatles a  De Andrè, da Tenco a Guccini, da Endrigo alle canzoni militanti (eravamo tutti del PCI !). Il mio pezzo forte era uno spiritual “Oh when the saints”.

E le notti passate nelle interminabili partite di Risiko ! Che tempi ! Ore ed ore a studiare mosse e contromosse, elaborare strategie, spostare pezzi. E a fumare. Fumavamo tutti (io forse sono rimasto l’unico che continua), l’aria era così impregnata, la stanza così piena di fumo che l’inquilino successivo ha dovuto ridipingerla due volte prima che potesse riprendere un “odore” più naturale.

In quegli anni Franco ed io scrivemmo (in quella casa), anche un libro: “Mezzogiorno in transizione e società post-industriale. Foggia, una provincia in bilico”. Lo pubblicammo nel 1986. Un lavoro durato molto tempo, che assemblava dati, recuperava analisi, avanzava idee e proposte. Erano anni intensi nei quali c’era tutta l’intenzione di misurarsi sulle situazioni nuove che emergevano e la tensione di individuare possibili strategie di intervento rispetto alle contraddizioni che già emergevano, dopo l’esaurirsi del grane “boom economico” degli anni sessanta.

Non fu un grande successo editoriale, ma sicuramente trovò riscontro in numerose occasioni, dibattiti e discussioni sull’economia foggiana e della provincia. A volte nemmeno citato come testo di riferimento e addirittura ritrovato (improvvidamente, date le condizioni ormai diverse) fino ad alcuni anni fa in alcune relazioni e studi di riunioni e convegni. Fu il nostro (di Franco e mio) piccolo e in gran parte misconosciuto, contributo a quanto accadeva intorno a noi.

Quindi, Via Tiro a Segno, rievoca in me tanti e preziosi ricordi.

Ma soprattutto, ripeto, l’aver ritrovato lì una dimensione della mia famiglia, il rapporto felice con mia moglie (certo non privo di discussioni e liti coniugali), l’aver visto la crescita dei miei figli. Dolci e preziosi ricordi.

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3 risposte a Via Tiro a Segno

  1. carmela ha detto:

    ” Il ricordo è poesia e la poesia non è se non ricordo”.
    Continua a scrivere….. quando leggo le tue storie riesco a capire meglio, non conoscendoti da tanto tempo, l’uomo che sei ora. Il passato ci forgia, le esperienze ci temperano, la povertà ci rafforza e ci apre la mente, la ricchezza materiale ci aiuta a vivere meglio i nostri giorni, ma è la ricchezza interiore che ci fa pienamente esistere (cogito, ergo sum).
    a presto
    carmela

  2. Arcangelo ha detto:

    Chitarrista per me è troppo, sicuramente lo era Giancinto. Io a stento facevo il giro La-Re-MI, comunque via Tiro a Segno evoca in me bellissimi ricordi: di amicizia, di passioni politiche e sentimentali. Era il posto sicuro dove portare un amico o un’amica. Michele e Dora erano perfetti anfitrioni. Ti facevano sentire uno di famiglia. Bravi, un vero tesoro averli frequentati e conosciuti.
    PS. Li vedo ancora oggi, ma ci si frequenta un po’ meno.

  3. marita ha detto:

    E pensare che ora ci vive Vittoria con il suo compagno…. sará un tiro a segno e… continua

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