Onirico

Sono disteso su un lettino. La prima immagine è confusa, sfuocata. Forse degli animali, orsi, lupi; i lupi mi piacciono, sono feroci, ma non sono aggressivi, mi danno una sensazione di forza, indipendenza, autonomia, coraggio. Ma subito l’immagine cambia.

Un occhio, un occhio meccanico, bionico, dentro una sfera metallica; le palpebre dell’occhio, sferico, sono anch’esse meccaniche. La sfera che contiene l’occhio percorre un condotto metallico, verticale, assolutamente liscio, scende, anzi corre verso il basso. La sfera che contiene l’occhio percorre il condotto, ma senza toccarlo. Chissà perché anche se tutti gli oggetti (occhio, palpebre, condotto) che vedo sono metallici; penso agli interventi (sono ormai sette) di pancolonscopia che ho subito; è un pensiero istantaneo, dura un momento; la scena cambia ancora. Una stanza, i contorni indefiniti, anche l’arredamento è indefinito, labile, informe, una ragazza, una donna, bella, longilinea;  ha un vestito che sembra di lanetta, lanetta marrone, molto leggero. Sento l’attrazione sessuale, la donna si alza, si toglie le calze, delle lunghe calze, no, io so che si toglierà le calze, lunghe calze autoreggenti, ma non lo vedo, so solo che lo farà. Pregusto quello che potrà succedere, ma non accade nulla. Nuovo cambio di ambiente. Una chiesa, un luogo sacro; no,non è una chiesa, ma è comunque un luogo austero, marmi, o comunque qualcosa di bianco, luminoso, brillante. Un ambiente grande, molto grande, nel quale mi sento smarrito, perso, fuori luogo. E’ un posto pieno di luce, chiara, candida, luminosa.

Questo è un sogno: mia moglie ha deciso di lasciarmi, vuole lasciarmi per andare a vivere con un altro uomo con il quale vuole un altro figlio. Inizialmente la mia reazione è assolutamente neutra, quasi indifferente (in verità mi colpisce più il desiderio del figlio che non quello dell’abbandono); mi comporto in maniera tranquilla, quasi concordando modi e tempi della separazione. Poi comincia lentamente a farsi spazio dentro di me un sentimento di repulsione che si trasforma lentamente in un senso di nervosismo e rabbia. Ora sono agitato, nervoso, la separazione non mi sembra un fatto ineluttabile e mi provoca disagio, tanto disagio. Il sogno continua, ma si perde nella nebbia progressiva del risveglio mattutino. Devo alzarmi, ormai è giorno e devo prepararmi per una nuova giornata di lavoro.

Un uomo con un vestito a righine orizzontali sottili, bianche e nere, non so chi sia, ma non mi attira neppure il saperlo, si tratta di una semplice osservazione; anche il mio pantalone è cambiato, non è quello grigio chiaro del vestito che indosso, ma uno più scuro, blu, forse un  jeans …..; ma questo è già un altro sogno, raggranellato nel breve riposo rubato ad una mezza giornata di attività intensa, prima di riprendere il cammino di un sabato pomeriggio di ulteriore lavoro.

La nuova visione è molto confusa, una serie di colori tra il grigio chiaro e il nero, composti entro linee geometriche, ma che non si definiscono in figure chiuse, ma sembrano partire da un punto ed espandersi all’infinito; piccole, piccolissime luci (quasi dei puntini) si accendono a sinistra, nella parte bassa della visione e sembrano inscenare una breve, veloce danza, prima di scomparire quasi subito, all’improvviso. In lontananza una luce sembra rendere più luminosa e quasi splendente la visone dei grigi colori. Ma dura tutto troppo poco e non riesco a distinguere il senso di queste strane immagini.

Una riunione, anzi una assemblea con molti relatori; mi assopisco; al mio fianco si materializza un loricato arancione, ma forse era una donna, lo deduco dalle curve. Nell’occhio sinistro mi compare una scala di corda, vedo, poggiato su di un piano, un tagliaunghie. Dietro il tronco di un albero di pino, vedo una fontana, una di quelle vecchie fontane di ghisa manovrate con un braccio a stantuffo. Qualcuno parla di tasti e mi viene in mente la pianola che Dora ha regalato alla nipotina. Una maschera bianca emerge lentamente dal fondo, non ne vedo gli occhi; subito dopo l’immagine cambia: marmo, forse parti di una fontana, sembra la parte a sinistra della Fontana di Trevi, ma i blocchi sono più squadrati, lisci, dritti. Chiudo ancora gli occhi e l’appendiabito che è nella stanza, prende forma umana, forse solo l’ombra di un uomo che si muove, e un poco mi spaventa, fino a che non prendo coscienza di cosa sia !

Di nuovo sul lettino, ma questa volta non volo; solo immagini, frammenti di sogno: il volto di un bambino sporco e piangente con una maglietta a righe, mani lunghe, con dita strette, lunghe e nere che tentano di uscire da qualcosa che non capisco cosa sia; un uomo, qualche altra cosa che non individuo e non riconosco. No questa volta non volo.

Sul divano, prendo sonno per qualche minuto; mi si avvicina un piatto, non so se di plastica o di ceramica bianca, c’è della cioccolata, a scaglie, fondente. Pregusto il sapore del fondente in bocca, ma tutto dura davvero troppo poco e sono di nuovo sveglio. Frammenti di ricordi si disperdono in una memoria che non riesce a ricordare immagini o situazioni; si disperdono invece nel vuoto della dimenticanza. Sento, sento davvero , la mano di Dora che stringe la mia, anche questo è un sogno ma mi regala una sensazione di bello ed assai dolce.

Sono sveglio, sono le cinque del mattino, voglio restare a letto, cerco di riaddormentarmi, ma è solo un attimo fugace di abbandono. Un insetto, vola nella stanza, mi cade tra le mani, è un insetto piuttosto grande, lungo sei, sette centimetri. E’ morto, o comunque è assolutamente fermo, steso su un fianco; noto il becco, arcuato, grosso. Lo tengo tra le mani, poi in un bicchiere o un vasetto di vetro, non so. Subito sono di nuovo sveglio.

Adesso sono le quattro del mattino, mi sveglio agitato, nervoso, preoccupato per tutte le cose che dovrei fare al lavoro e che mi angosciano. Mi rimane l’immagine di un sogno, ma non è stato un incubo, dubito che sia stato il sogno ad agitarmi. E’ così perfetto, semplice e lineare nella sua fattura che sembra uno spot pubblicitario, anzi penso proprio alla pubblicità di un’auto. Su uno sfondo nero una spirale bianca perfetta, proveniente dalla sinistra, che si allarga progressivamente in precise evoluzioni fino ad arrivare a dove sono io, al centro della visione. Più precisamente è al mio sguardo che arriva, perché io non sono dentro la visione, la guardo, la osservo al centro di essa; solo il mio sguardo è lì, al centro.

Nella sala d’attesa di un ospedale, attendo mia moglie che deve fare delle analisi; mi addormento un attimo. Ai miei piedi un alce, lo riconosco dalle grandi corna articolate e leggermente pelose, ma è piccolo, ed è disteso come se fosse un cane, anzi mi viene il dubbio di aver visto male, perciò gli guardo nuovamente la testa: gli occhi bovini, le corna; è sicuramente un alce. Un balletto di ragazze mi circonda, hanno vestiti composti da tante piccole luci, anzi non sembrano vestiti, ma non vedo la nudità dei corpi, vedo proprio come se fossero vestiti, accennano ad una specie di danza, lenta, dolce. Mia moglie mi sveglia, ha terminato gli esami, dobbiamo andare.

Sogno. Soldi, monete per la precisione; sono davanti a me, non sono tantissime, allineate, o meglio distribuite una accanto all’altra, non sono ammucchiate e sono diverse tra loro: da 1 centesimo, da un euro, da 50 centesimi, ecc.  Almeno io penso siano queste, perché non le distinguo bene tra loro. Sono un po’ sporche e in qualche parte sembra anche ci sia della ruggine. E’ già la seconda volta che faccio questo sogno.

Un incubo. Molto confuso, riesco a ricordarne solo alcuni spezzoni. Ci sono alcuni uomini, ma soprattutto tante automobili, in diverse circostanze si affacciano in questo incubo. Non c’è traffico ma vedo auto dappertutto. Due uomini, uno grasso da un lato, uno un po’ più magro dall’altro lato di una grande piazza che mi ricorda vagamente Trieste (perché mai ?). Mi incutono paura, ma il terrore viene dall’atmosfera plumbea, carica di pericoli non individuabili, da una sorta di cappa nebbiosa che si avvicina, sembra quasi l’atmosfera ovattata e terrorizzante di “Frost”. Una signora, che sembra Crudelia de Mon ne “La carica dei 101” , però è molto più carina, deve mettere in salvo il suo cane. Ha una stola di pelliccia ed io cerco di aiutarla a trovare il cane (ma io odio le persone con le pellicce !). Fuggiamo, cerchiamo di allontanarci da quel luogo, ma soprattutto da quella atmosfera; adesso ci siamo solo io e il cane, anzi ci sono solo io che corro a quattro zampe, lateralmente alla strada, su un marciapiede molto alto, quasi due metri al di sopra del piano stradale, il vedo le auto intasate nel traffico, procedere nella stessa direzione, sento le lastre di pietra sotto le mie zampe …. Mi sveglia il raspare del mio cane sulle lenzuola che mi richiama ai miei doveri.

 

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Una risposta a Onirico

  1. Loredana de feo ha detto:

    Non vedevo l’ora di leggere cosa veniva dopo. Avvincente e mai noioso. E bravo Michele

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