Disavventure di viaggio

Premetto subito che questa non è la cronaca di un viaggio. Vi ripropongo invece solo alcuni episodi che a me paiono divertenti, di un viaggio “oltrecortina”; così si diceva allora, quando si andava nei paesi dell’Est Europa, guidati da governi “comunisti” e situati oltre la “cortina di ferro”.

Era il 1983. Quell’estate con Dora, Franco e Adriana decidemmo di fare un giro in Cecoslovacchia e Ungheria. All’epoca c’era ancora il Muro di Berlino, si trattava di andare a visitare paesi dell’Est, ci volevano Passaporti, timbri e visti di vario genere. Però ci decidemmo, organizzammo tutto e partimmo. Noi lasciammo i nostri due figli ai nonni, mentre Franco e Adriana portarono con loro Salvatore, che era già grandicello.

Il viaggio andò benissimo, conoscemmo Praga, splendida città, il cui centro era allora totalmente privo di ogni inserto di tipo consumistico o pubblicitario che oggi rovina irreparabilmente scorci, prospettive e visioni dell’antica e storica città; rivedemmo Budapest, che alcuni anni prima avevamo visitato con altri amici all’indomani delle nostre nozze. Conoscemmo posti nuovi, visitammo splendidi monumenti, facemmo conoscenza della cucina locale. Insomma un viaggio bello ed interessante assai.

Delle città, dei luoghi, dei monumenti, dei paesaggi trovate informazioni e indicazioni su tutte le principali e ottime guide turistiche; come ho detto, vi voglio parlare di alcune situazioni divertenti e simpatiche che ci accaddero durante quel viaggio.

L’arrivo a Praga. Arrivammo in una Praga semideserta. Poche auto, radi i passanti; cercavamo indicazioni per l’albergo dove dovevamo soggiornare. Vedemmo un uomo in divisa e pensando che fosse un vigile urbano, un poliziotto o comunque qualcuno che sapesse darci informazioni rallentammo e scendemmo dalla macchina io e Franco. Viaggiavamo con l’ Alfa sud cupè rossa di Franco.

Non facemmo in tempo a raggiungere il marciapiede che ci trovammo con due belle e giovani ragazze di fianco che subito ci abbordarono. “Turisti ?” “Avete bisogno di qualcosa ?”. Io e Franco ci guardammo sconsolati, girammo il capo verso l’auto dove erano rimaste le nostre mogli e Franco rispose, un po’ accorato: “Grazie, magari la prossima volta !”. Fortunatamente le ragazze erano anche di spirito, capirono la situazione e ci diedero le indicazioni a noi necessarie, in cambio passammo loro alcune riviste che avevamo in macchina e tutto finì lì.

La multa. Franco è l’autista più “prudente” che io conosca. Laddove “prudente” è un eufemismo. Non supera mai i limiti di velocità, guida con cura e con una lentezza a volte esasperante. Durante un viaggio (di circa 1000 chilometri) che facemmo insieme (eravamo con due auto), dopo un primo tratto durante il quale guidammo di conserva, io lo superai e lo lasciai indietro. Ogni tanto mi fermavo (ad una piazzola o ad un autogrill), aspettavo che lui passasse poi di nuovo mi allungavo.

Una volta viaggiavamo con tre auto, facemmo addirittura la staffetta. Uno di noi lo seguiva, mentre l’altro andava avanti, poi si fermava e dava il cambio, mentre l’altro correva un po’ più avanti e così via fino alla meta (300 chilometri circa).

Bene qual è stato il posto dove Franco ha preso una multa per eccesso di velocità ? In quel viaggio, sulla strada da Praga a Bratislava ! Una pattuglia della polizia ci ferma, ci chiede i documenti e ci fa la multa per eccesso di velocità. Vero ? Falso ? Chi lo sa, Franco voleva discutere, ma io compresi che lì c’era poco da perder tempo. Certo dovemmo pagare (e subito), in contanti, prima di poter andare via e riprendere il nostro viaggio.

Il gulash. Una sera entriamo in un tipico locale ungherese, tranquillo, lungo il Danubio, pianoforte e violino in sottofondo e ordiniamo del gulash, la nota pietanza ungherese a base di carne di manzo, pomodoro e paprika. L’avevamo già assaggiata nei giorni precedenti, ma il locale, arredato con gusto e caratteristiche tipiche ungheresi, ci spinse a pensare che la qualità del cibo sarebbe stata sicuramente migliore delle esperienze precedenti.

Nell’attesa, facemmo due chiacchiere su quanto avevamo fatto durante la giornata, sulla dolcezza della città, sulle cose nuove che avevamo conosciuto.

Arriva il gulash, servito da un cameriere con vestito tipico ungherese in scodelle fumanti e dall’odore delizioso e pungente. Cominciamo a mangiare e, oh, sorpresa ! Vedo Dora, di fronte assumere una espressione di  disappunto. Penso che forse abbiano messo troppa paprika ed assaggio anch’io. Avevano cucinato, insieme al gulash, una pastina, quella piccola per i bambini (le “stelline”)!

Chiamiamo il cameriere e gli chiediamo il perché di questo improprio accostamento. E lui ci risponde, stupito e dispiaciuto che lo avevano fatto in nostro “onore”, perché italiani e quindi persone abituate a mangiare la pasta; ai tedeschi, infatti, aggiungevano le patate !

Faticammo non poco a spiegare al cameriere che: primo, le stelline non sono propriamente una “pasta”, secondo, che il gulash l’avremmo preferito come normalmente lo cucinano loro e non ibridato un quel modo!

Ci rifacemmo il giorno dopo in un altro locale, altrettanto tipico, ma meno “fantasioso” !

Al confine tra Ungheria e Austria. Eravamo ormai sulla via del ritorno. Franco guidava, ed io seduto accanto a lui, non mi sentivo molto bene. Avevo un gran mal di pancia, forse per quello che avevo mangiato il giorno prima, forse per le abbondanti bevute, forse solo perché stavo male.

Il confine, all’epoca era sorvegliatissimo. Già da alcuni chilometri prima di arrivare al posto di confine, le zone circostanti apparivano abbandonate, costellate qui e là da alcune torrette di controllo. Avevamo cercato invano un posto dove fermarci, una sorta di autogrill, un punto di ristoro, uno spiazzo. Niente. Al posto di confine c’erano decine di soldati, le armi in pugno, a controllare il passaggio, per la verità non troppo intenso, di auto e di camion. Più avanti ancora si vedeva il confine vero e proprio, con cavalli di frisia, costruzioni anticarro, ed altri uomini armati.

Io non ce la facevo più a trattenermi. Uscii fuori dalla macchina prima che i militari si avvicinassero a chiedere i documenti. Passai davanti a due militari, piegato in due e senza fermarmi; udii alcuni comandi alle mie spalle, mi fermai davanti ad un terzo militare che mi si parava davanti e biascicai “wc, wc”, lessi una espressione di fugace stupore sul volto del militare, ma io avevo ripreso già a correre verso la palazzina, dentro la quale mi introdussi di corsa e mi infilai dentro i bagni che, fortunatamente erano ben segnalati.

Ne uscii una decina di minuti dopo, rilassato ed eretto, preoccupato più che altro di cosa avrebbero potuto dirmi o farmi, e trovai fuori dalla palazzina i militari che, al vedermi scoppiarono in fragorose risate. Dora e gli amici mi dissero poi che dopo un momento di stupore e di esitazione, allorquando mi ero infilato nella palazzina, i militari si erano resi conto di quanto stava succedendo e quindi che non si trattava né di una fuga, né di un attentato, bensì di un impellente bisogno fisiologico e si erano molto divertiti dalla comica corsa che avevo intrapreso piegato in due e correndo fuori dall’auto.

Meno male, avevo trovato militari di spirito e senza il grilletto facile !

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