La Bauhuaus

Nel 1986, come tantissimi altri, ho visitato l’importante e qualificata Mostra sul Futurismo a Palazzo Grassi, anzi quella mostra fu l’occasione per un viaggio a Venezia con la mia famiglia. Lì, in una cornice (si fa per dire), nella quale erano state raccolte centinaia di opere dei futuristi italiani, ho ritrovato molti collegamenti con la Bauhaus.

I collegamenti non sono solo impliciti, nel senso che le opere di alcuni docenti della storica scuola avevano evidenti punti di contatto con il Futurismo (da Moholny –Nagy a Kandisky, a Paul Klee), ma che esplicitamente il lavoro della Bauhaus trovava fondamento e ispirazione nelle idee e nella proiezione dell’insegnamento futurista. Scrive Pontus Hulten nella sua introduzione al Catalogo della Mostra, “Futurismo & Futurismi”: “Molte delle idee che sarebbero state considerate centrali nelle teorie funzionaliste di Gropius e Le Corbusier erano già presenti nei testi di architettura di Boccioni e Sant’Elia” (P.Hulten,“Futurismo & Futurismi”, Bompiani, 1986, pag. 14). E a sua volta la Bauhaus diventerà punto di riferimento, nelle sue applicazioni e con le successive innovazioni,  in tanta parte dell’architettura, dell’arte e del design durante tutto il  XX secolo.

Questi concetti sono interpretati ed applicati nella fondazione e nella crescita di quella che è stata forse la più grande esperienza formativa, culturale e artistica tra le due guerre: La Bahuas. Una scuola, ma anche molto di più.

Una scuola che “oscilla” (a causa delle vicissitudini politiche del dopoguerra tedesco) tra Weimar e Dessau, sotto la guida ferrea e instancabile di Walter Gropius. “(…) Gropius puntava su due concetti: l’unità di tutte le arti figurative sotto il primato dell’architettura e la necessità per l’artista di riappropriarsi dell’attività artigianale” (Lara-Vinca Masini, “L’arte del novecento”, Gruppo Editoriale l’Espresso, 2003, vol. 8, pag. 96). E ancora “Accanto al maestro della forma, per ogni disciplina si aggiunse, per la parte pratica, un “maestro artigiano” (ibidem). Dunque si propugnava una nuova unità tra arte e tecnica.

In questa ottica l’arte, oltre ad assumere una connotazione sociale assai avanzata, diventava un elemento funzionale alla realizzazione di beni fruibili in larga scala e, con l’avvento delle nuove tecnologie nell’architettura e nell’industria, alla produzione seriale di mobili, arredi, strumenti per la casa, l’ufficio, il tempo libero.

Una visione che stabiliva una frontiera assai avanzata per l’arte.

A questo aggiungerei una citazione di Giulio Carlo Argan, riferita all’esperienza della Bahuaus. “Tra l’utensile e la macchina non v’è distinzione di qualità, ma di quantità o di “scala”; la macchina non darà un rendimento positivo se chi la impiega non sappia adoperare gli utensili dell’artigiano” (G. C. Argan, “Gropius e la Bahuaus”, Einaudi, 1951, pag.43).

Io ho avuto la fortuna di visitare la Bauhaus nel mio viaggio a Dessau nel 1987, con una delegazione della CGIL nazionale.

C’era ancora il Muro di Berlino, ma c’era stata la rivolta d’Ungheria e le manifestazioni praghesi. E già si intravvedevano le crepe di quel mondo monolitico che costituiva il blocco dei paesi dell’est. Dalla inflazione forzata cercata e sostenuta dalla germania occidentale (il cambio era obbligatorio, ma lo potevi fare “in nero” a qualsiasi sportello commerciale dell’ovest), dalla scarsa presenza di generi alimentari freschi, dalla scarsità di beni di consumo (un bene o un male ?).

Il viaggio fu lungo. Arrivammo a Monaco di Baviera e da lì, cambiato treno, ripartimmo per Dessau, ospiti del sindacato della Germania Est. Il controllo al confine fu minuzioso. Militari armati salirono sul treno e controllarono singoli documenti, facendoci alzare tutti e controllando il bagaglio; alri militari con cani ispezionavano il treno all’esterno, vagone per vagone. La sosta non fu breve, e si sentiva nell’aria la tensione, anche per noi che eravamo una delegazione ufficiale e quindi (oltre ai documenti ufficiali), potevamo esibire lettere di presentazione individuali.

Ma fu anche istruttivo, sulla realtà della DDR (la Repubblica Democratica Tedesca). Ci trovammo di fronte a quella che Philippe Daverio con acutezza e lucidità, in una trasmissione di Passepartout, “Ostalgie” andata in onda il 3 gennaio 2010, ha definito “curiosa retorica dell’arretratezza”. Nei giri e negli incontri che facemmo (fabbriche di birra, fabbriche di mattoni, comune, enti vari ed istituzioni), non ci venivano assolutamente nascoste le difficoltà in cui vivevano, entro i confini di una società governata dal comunismo.

D’altra parte, i problemi erano ben evidenti e trasudavano dalla vista di palazzi cadenti, di edifici dai muri scrostati, dagli interni degli alberghi che potremmo eufemisticamente definire spartani, dagli infissi rovinati;  potremmo dire una povertà diffusa, vissuta con dignità, anzi quasi ostentata, come prima accennato.

E la contraddizione profonda tra questa realtà e una vivacità culturale che non ci saremmo aspettati. Tre occasioni in particolare. Una rappresentazione della Madame Butterfly al teatro di Dessau, in cartellone per alcune settimane, pieno di gente comune che ascoltava con passione e raccoglimento (e dal cartellone all’ingresso potei verificare che la stagione operistica durava buona parte dell’anno, con spettacoli che cambiavano ogni quindici giorni circa). Un concerto in piazza a Lipsia, sostenuto dall’ascolto silenzioso di gente che riempiva una intera piazza (con una battuta mi venne da dire che anche gli uccelli avevano smesso di cantare per evitare di disturbare la musica). E infine per una breve gita a Berlino, dove, passeggiando lungo la Unter den Linden, potemmo trovare stamperie dove si sentiva l’odore dell’inchiostro e vedere mappe e libri di grande pregio, prodotti e venduti a prezzi stracciati.

Così la visita alla Bauhaus fu per me un momento di grande commozione ed una occasione di raccoglimento. Ci portarono in visita alla Bahuaus. In quelle stanze semplici, disadorne, abbandonate e trasandate erano stati scritti momenti eccezionalmente significativi dell’arte europea. Così che quello stato di abbandono e di degrado risultava quasi sconsiderato ad un visitatore superficiale, il quale non tenesse conto di quanto scritto finora.

Cosa che Giulio Carlo Argan sintetizza in maniera mirabile: “Nessun dubbio che Gropius abbia operato nell’ambito di una cultura borghese e che il suo imperativo razionale gli abbia impedito un effettivo slancio rivoluzionario. Il suo posto è in quella schiera di intellettuali che si sono adoperati a risolvere razionalisticamente i conflitti di classe”. (op.cit., pag.13).

Era dunque ovvio che la sua creatura “storica”, la Bahuaus appunto, non potesse trovare dignitoso inserimento nello spasmodico impegno della DDR, tutto teso strenuamente a dare valore sostanziale alla “emancipazione di classe”.

Quanto altrettanto debole fosse quello strenuo tentativo da parte dei dirigenti comunisti della Germania orientale, lo dimostrò la caduta del Muro di Berlino, avvenuta nel 1990, solo tre anni dopo la nostra visita.

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