Il percorso dell’ateismo

Qualcuno, leggendo alcuni miei precedenti racconti, in particolare “Il chierichetto”, mi ha chiesto quando e perché sono diventato ateo. Domanda difficile, che presuppone avere delle risposte compiute. E io, lo dico subito, sono ateo proprio perché non ho risposte compiute.

Cercherò di raccontarvi, quindi, come e perché sono diventato ateo.

Anzitutto è stata una scelta di campo. Alla Maturità conseguita presso il Liceo Scientifico Volta di Foggia, nel 1973, presentai tre Tesine; una in Italiano era uno scritto su Vasco Pratolini e la sua poetica. Lì scrissi, a proposito del romanzo “Metello”: “Il male, il fascismo, la borghesia, il decadentismo sono forti, ancora non esauriti;  i comunisti sono estromessi dal Governo, il vecchio mondo che aveva espresso il fascismo risorge; i comunisti non si identificano più con la vitalità popolare, l’eventualità di una insurrezione popolare, dopo l’attentato a Togliatti, viene esclusa da loro stessi. D’altronde la stessa vitalità popolare era stata usata dai fascisti ed era facile preda delle avventure della borghesia; per Pratolini, bisognava quindi che questa vitalità fosse riportata a quando ancora non era assorbita dalla borghesia e non era ancora strumento suo, anzi coincidesse con la coscienza di classe, fosse la coscienza di classe. Bisognava tornare al momento in cui bastava essere privi di mezzi di produzione, e costretti a consegnare al padrone il proprio corpo come mezzo di produzione per essere socialisti per nascita e per destino. Questa è la funzione di Metello; perciò Metello Salani è naturalmente, per interna vitalità socialista, appena gli mettono la cassetta sulle spalle”.

Per me lo studio, i libri, la conoscenza e l’apprendimento fuori e dentro il Liceo Scientifico, furono la cassetta messa sulle spalle di Metello, la mia scelta di campo, la mia prima intuitiva e poi sempre più consapevole scelta di campo, di parte; contro il bagaglio culturale della mia estrazione piccolo-borghese, passato al campo della classe operaia, dei lavoratori, del progresso e della scienza.

Dalla pubblicazione di Metello (1955), al mio scritto giovanile erano passati diciotto anni, nel frattempo tutti quegli elementi critici prima riportati, il conflitto sociale, il conflitto politico si erano acuiti; c’era stato il tentativo di colpo di stato di Tambroni, la rivolta del maggio ’68, ma anche la bomba a Piazza Fontana, la strategia della tensione era cominciata e sarebbe proseguita dopo quelle date con la strage di Bologna e quella di Brescia. Si avvertivano già i segnali del riflusso e dell’emergere di nuove contraddizioni. Il mio nome era inserito nell’elenco di 10 persone indicate dai fascisti locali come elementi di spicco e per loro pericolosi: nemici da battere in tutti i sensi. Si sentiva il bisogno di nuova “vitalità”.

Il mio “cambiamento”, era cominciata già nella prima liceo (come ho già scritto nel mio racconto “La Svolta”), lì avevo cominciato a maturare la convinzione che non esistesse una verità assoluta e dogmatica (in quegli anni usciva un inserto dell’Espresso felicemente intitolato “Dio, Patria e caramelle”); a rafforzare le mie convinzioni circa una dialettica del reale (avevo letto “Miseria della Filosofia” e le “Opere filosofiche giovanili” di K.Marx, (ma avevo studiato anche Kant, e una infinità di testi storici); a guardare e leggere il mondo e la realtà in modo diverso. Anche lo studio della matematica (funzioni, integrali e derivate), e della scienza avevano contribuito sostanzialmente alla mia maturazione.

Ma alla letteratura sempre tornavo, con la mia passione per l’arte di scrivere (e di leggere) che non mi ha mai abbandonato. Per questo riporto qui, al fine di chiarire ulteriormente le mie progressive convinzioni e scelte, un breve dialogo da “Il Quartiere”, sempre di Vasco Pratolini.

“E se un uomo non spera negli uomini e in Dio, in cosa spera?” “Spera ancora in se stesso. Si riconosce in tutti quelli che ha lasciato.” “Allora spera ancora negli uomini?” “Sì, spera ancora negli uomini, se non spera in Dio.” “E’ questo il comunismo?” “Anche questo.”

La frequentazione di circoli repubblicani e massonici, prima ancora e anche durante la mia scelta di campo, non fecero che contribuire al consolidamento delle mie convinzioni, e, anche in questo caso contribuirono e non poco alla mia ulteriore maturazione.

Si andava progressivamente rafforzando in me la convinzione che siamo noi, con le scelte quotidiane, che interagiscono con le scelte quotidiane di tutti gli altri, a determinare la realtà fattuale in cui viviamo. E non un destino che ci viene assegnato, e neppure il “libero arbitrio” poteva soddisfare questa mia convinzione. Anche a me piacerebbe che qualcuno mi guardasse dall’alto dei cieli e mi aiutasse in questo difficile incedere che chiamiamo vita, anche a me piacerebbe pensare ad un’altra vita, dopo. Così sarei più tranquillo, meno solo. Capisco bene le implicazioni di ciò. Non potersi riferire ad un ente supremo o superiore e chiedere aiuto nei momenti di bisogno. No. E’ il prezzo da pagare per le mie scelte: sapere di essere solo e di dover affrontare dentro me stesso i conflitti e i problemi che inevitabilmente nascono, crescono e si sviluppano.

E la dialettica del reale con tutte le sue implicazioni, politiche, storiche, filosofiche, economiche e scientifiche. Negli studi universitari queste convinzioni si sono ulteriormente sviluppate nei diversi campi della conoscenza. Il marxismo come metodo e scienza, a cominciare dallo studio approfondito e analitico dei Grundrisse (“Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica”), letti nell’edizione “in folio” de “La Nuova Italia”. Ricordo che andavo a studiare al fresco degli alberi, sulle panchine di piazza Giordano, al fine di poter far vagare lo sguardo sulle piante e sugli alberi senza distrarmi troppo da quello scritto così impegnativo e difficile.

Ma anche in campo strettamente scientifico ho scelto questa strada. Un esempio per tutti: il Principio di Indeterminazione di Heisenberg, nella meccanica quantista, mette in discussione il principio della misurabilità di tutte le componenti del reale e con ciò compromette il principio di causalità. Heisenberg comprende bene l’implicazione filosofica finale: rimettere in discussione il principio di causalità, significherebbe rimettere in discussione la scienza e il mondo scientifico cui egli stesso appartiene. Lo risolve con una aporia: nel mondo dell’esperienza quotidiana, possiamo misurare qualsiasi fenomeno, nel mondo atomico dobbiamo considerare “la perturbazione” dello strumento di misura. E, dunque, il conflitto viene risolto più tardi da Bohr: “L’uomo è spettatore ed attore nel grande dramma dell’esistenza”. Ma questo sarebbe un modo come un altro per dire che torna Dio nella vita degli umani.

E per quanto mi riguarda ciò non è possibile.

Preferisco pensare alla limitatezza della mente umana, alla frazione infinitesimale del mio contributo alla realtà politica e sociale del tempo della mia vita, al mio marginale contributo alla realtà fattuale attuale, piuttosto che arrendermi al superiore, all’esterno, al divino.

E se tutto ciò non bastasse, troppe guerre, troppe vite umane, milioni di vite sono state distrutte da guerre fatte in nome di Dio (comunque vogliate declinare questo nome secondo le specifiche religioni); guerre inutili, senza senso, o meglio utili all’arricchimento di pochi a favore della collettività, degli stati, dell’umanità; utili al rafforzamento del capitale monopolistico e finanziario, utili solo alla volontà di dominio e alla sopraffazione.

E se mi risponderete che ciò non è dovuto alla volontà di Dio, ma alle scelte dei governi e degli uomini io vi risponderò:

Appunto !

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Una risposta a Il percorso dell’ateismo

  1. carmela ha detto:

    “Se c’è Dio, che è buono e vuole il bene per le sue creature, perché allora permette che ci sia il male e il dolore?” Ma il male, l’errore in sé non esiste, esso non è altro che assenza di verità come la bruttezza in realtà è solo assenza di bellezza. Il male metafisico si trasforma in un male morale a causa di un errore della volontà umana. (S. Agostino). Io penso che sia meglio non cercare di capire per credere, ma credere per capire… tutto è relativo… lo studio, la politica, le esperienze ti hanno portato ad essere ateo, per me è stato il contrario e tutte le volte che studio o leggo (da Virgilio a Pavese) si rafforza in me la certezza di una esistenza positiva sovrumana. Continua a scrivere i tuoi racconti perché l’esercizio della memoria è un piacere e un bene perché implica conoscenza.
    Alla prossima

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