Il Genepì

Il Genepì è una pianta sviluppata e diffusa nelle alpi centro-occidentali e particolarmente nella Valle d’Aosta. Dal punto di vista botanico appartiene al genere artemisia. Cresce oltre i 2.000 metri di altitudine. La storia tramanda un utilizzo di questa pianta in funzione medicale (digestiva, diuretica, ecc.). Da questa pianta (o con l’infuso di essa), viene prodotto un particolare tipo di liquore, tipico di quella zona, che è appunto il Genepì. Alcolico (in pratica una grappa) dal profumo intenso e dal sapore forte.

E’ questo liquore il protagonista della storia che vi voglio raccontare.

Era l’estate del 1990 e, con Dora e gli amici di sempre (Franco ed Adriana), decidemmo di andare a visitare un altro pezzetto di Alpi: la Val d’Aosta appunto e in particolare la zona del Monte Bianco. Le due famiglie al completo; Vittoria e Andrea (i nostri due figli), e Salvatore e Paolo (i due figli di Franco e Adriana). Prendemmo in fitto un piccolissimo appartamento vicino Courmayeur. Fu una forzatura da parte mia quell’appartamento, perché troppo piccolo per otto persone (anche se quattro erano ragazzi); a mia discolpa posso dire solo che affacciandosi dal balconcino dell’appartamento avevamo una bella vista del Monte Bianco che potevamo ammirare dall’alba al tramonto.

Non fu l’unico inconveniente. Già il primo giorno, all’arrivo, ci eravamo persi (viaggiavamo con due auto, io avevo i bagagli, Franco tutti i ragazzi) e avevamo impiegato un bel po’ di tempo per ritrovarci al casello: all’epoca non usavamo ancora i cellulari, per cui facemmo triangolazioni telefoniche con parenti rimasti a casa.

Superammo presto questi problemi e ci sistemammo e preparammo per quei giorni di vacanza: il mio rigido programma aveva previsto già in anticipo gite ed escursioni quotidiane.

Ed infatti facemmo lunghe ed interessanti passeggiate inerpicandoci attraverso viottoli, sterrati e  pietraie, seguendo i percorsi segnalati, utilizzando ponti di legno e stretti sentieri, fino al limite dei ghiacciai. In Val Veny (al Lago delle Marmotte, al Lac du Miage, e al Rifugio Vittoria), in Val Ferret (fino in cima a Col Gran Ferret, a 2537 metri,  e al ghiacciaio di Prè de Bard), all’orrido di Prè St. Didier, ovviamente su al Monte Bianco (con la Funivia) fino al Rifugio Torino e Punta Helbronner (a 3.550 metri), al Lago di Licony, al Castello di Fenis, al Castello di St. Pierre e, ovviamente ad Aosta.

Un mix di cultura, arte e natura entusiasmante, che ci avevano fatto rapidamente dimenticare gli inconvenienti prima narrati.

L’organizzazione della giornata era pressochè la stessa, quando andavamo a fare le passeggiate: a sera la spesa per la cena, la cena, qualche chiacchiera prima di andare a dormire; al mattino io, che mi alzavo sempre molto presto, comperavo i panini e il “companatico”, preparavo i panini mentre gli altri si alzavano, poi con Andrea e Salvatore partivamo avanti, tutti gli altri ci seguivano con maggiore “tranquillità”. Un eufemismo per dire che, quando giungevamo alla meta avevamo molto tempo per godere della visita e del panorama, prima che gli altri arrivassero (se arrivavano, giacchè, alcune volte, capitò anche che ci incontrassimo sulla via del ritorno).

Un paio di giorni pranzammo o cenammo fuori, ma nella spesa (che facevo io), non mancava mai l’acquisto di una bottiglia di Genepì che io e Adriana ci bevevamo dopo cena (infatti Franco e Dora erano e sono rimasti  astemi).

Ho già detto che a sera, messi a letto i ragazzi, ci trattenevamo a fare quattro chiacchiere: i programmi per il giorno dopo, io illustravo le mete da raggiungere, le strade da prendere, i percorsi da utilizzare per il giorno successivo.

Nel frattempo io e Adriana “attingevamo” alla bottiglia di Genepì con dosi generose (non dimentichiamo le virtù terapeutiche della pianta); prima di andare a letto la bottiglia era in gran parte vuota.

Una sera, dopo il solito programma, ci trattenemmo un po’ più a lungo, chiacchierando sempre del più e del meno, delle nostre vite, del nostro lavoro. Quella sera io e Adriana avevamo davvero abusato anche troppo del famoso liquore ed ormai il clima si era surriscaldato anche troppo, nel senso che eravamo ormai alle risate isteriche e alle frasi biascicate, tipici indizi che ormai eravamo totalmente ubriachi.

Io credo di aver visto Franco arrabbiato due o tre volte nella vita, e sì che ci frequentiamo ormai da oltre quarant’anni. Nemmeno in situazioni difficili della sua vita, l’ho visto andar “fuori dai gangheri”, esprimersi “sopra le righe” o altro di simile. Quella sera fu una di quelle rarissime occasioni in cui lo vidi proprio arrabbiato per il nostro comportamento.

Ci tolse la bottiglia e buttò il rimanente contenuto nel lavello. In verità ne era rimasto poco (avevamo finito la bottiglia avanzata dalla sera precedente ed eravamo ormai a buon punto della seconda), ma ciò che mi colpì fu proprio il comportamento di Franco, così diverso dal solito e così drasticamente determinato.

Ci fece una lavata di testa, altra cosa che non è nelle sue abitudini, che mi lasciò senza parole.

Andammo a letto a smaltire la sbornia.

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