Vuoti di memoria (?)

Il primo sintomo lo ebbi in occasione del nostro secondo viaggio a Parigi, nel giugno del 2008. Oltre a rivisitare la bellissima e romantica capitale francese, andammo anche a conoscere il Museo d’Orsay (che nel corso del primo viaggio non avevamo avuto modo di visitare), tornammo al Louvre (che anche se ci vai dieci volte ti sorprende e ti affascina sempre), ma soprattutto ci dedicammo alla visita di alcuni angoli particolarmente belli di Parigi che si è in grado di apprezzare solo successivamente all’ansia conoscitiva della “prima volta”.

Per me è così. Dopo che mi sono fatto una idea generale e dopo aver conosciuto i tradizionali luoghi di arte, cultura e tradizione di un luogo, posso affidarmi, nel corso della successiva visita, alla percezione di sensazioni, stati d’animo, occasioni di rilassato coinvolgimento nel clima locale.

Così ebbi modo di stazionare, nel giardino del Louvre, davanti al gruppo delle tre grazie, comodamente seduto su una panchina e senza controllare lo scorrere del tempo; di passeggiare senza affanno lungo gli Champs Elysèes; di attraversare piazza des Vosges, assaporandone il gusto senza la necessità di percorrerla solo per giungere ad una meta prefissata; di “gustare” le stazioni della metropolitana parigina facendone quasi una tappa di visita e non un percorso frenetico; di programmare nel pranzo giornaliero che facevamo nel piccolo ma interessante ristorante che avevamo scovato in Rue Brochant 45, l’ordinazione di diversi piatti della cucina francese (dal boeuf bourguignon, all’escargot, alla soupe d’oignon, ecc.); di visitare (ma sarebbe meglio dire passeggiare) nei fantastici e grandiosi Magazzini Lafayette.

Andammo anche a Chartres.

A  visitare la magnifica cattedrale.

La Cattedrale di Chartres è una chiesa magnifica, consacrata alla Vergine, in perfetto stile gotico, costruita tra la fine del 1100 e l’inizio del 1200, splendidamente conservata. L’altezza della navata centrale (37 metri), l’armonia delle proporzioni, la qualità delle sculture, la bellezza delle vetrate (il famoso blu di Chartres), testimoniano sia il livello qualitativamente elevato della capacità ingegneristica del tempo, sia la qualità artistica delle maestranze impegnate nell’opera. Il portale principale, le porte dei transetti sono opere di raffinatezza assai elevata.

Bene. Entriamo nella chiesa e sul pavimento troviamo la splendida raffigurazione di un percorso, disegnato con particolare perizia, atto di lastre marmoree. Sapevo già di quella splendida raffigurazione, avevo visto foto e disegni, avevo letto racconti e raccolto informazioni su quelle precise circonvoluzioni disegnate con la pietra.

Ma non ricordavo più il nome, la definizione di quel disegno.

Lo attraversai tutto, dall’ingresso al centro, seguendo i suoi tortuosi percorsi che, in fasi successive, mi avvicinavano alla meta, illudendomi di averla raggiunta, per poi portarmi agli estremi, quasi fuori da quel grande cerchio (misura 12,87 metri di diametro), nella speranza che il percorso avrebbe illuminato la mia mente e mi avrebbe fatto ricordare quale fosse il nome di quella struttura, di quel disegno.

Assolutamente niente. L’angoscia cominciava ad attanagliarmi.

Allora provai ad allontanarmene. Visitai il resto della chiesa, il coro, la zona absidale, le tombe marmoree, le stupende vetrate, cercando di allontanare la mia mente da quella cosa di cui non ricordavo il nome, cercando di concentrarmi su altre questioni e aspetti della magnifica cattedrale, con la convinzione che, non pensandoci, forse me ne sarei ricordato il nome.

Niente. Nessun risultato.

Cominciai allora ad effettuare tentativi di carattere più “speculativo”. Cominciai a cercare nella mia memoria sinonimi, parafrasi; ricordai di aver letto, sull’argomento, l’intera voce dell’Enciclopedia Einaudi. E quindi cominciai a cercare di ricordare per quella strada il nome di quel “benedetto” disegno. Pensai a Teseo, alle circonvoluzioni della corteccia cerebrale, al fatto che qualche mese prima, ad Alatri, nei pressi di Roma, avevo visto un mosaico simile (seppure con un disegno diverso).

Tutti i miei sforzi rimasero frustrati.

Rifeci nuovamente il percorso (261,5 metri) del disegno, sperando in un finale ed estremo ricordo. Niente, solo l’angoscia pervadeva la mia mente.

Fu solo all’uscita che, finalmente, lessi (traducendolo dal francese) un manifesto che invitata a visitare e a percorrere il “Labirinto” della Cattedrale di Chartres !

Eccola la parola, il nome che non riuscivo a ricordare: Labirinto !

Accolsi quella (ri)scoperta con un misto di sollievo e di preoccupazione. Sollievo perché ora “sapevo”, e preoccupazione per tutti gli sforzi, vani, che avevo compiuto per cercare di ricordarla.

Il labirinto di Chartres, una figura geometrica circolare, inscritta in larghezza nel pavimento della navata centrale della Cattedrale. Una successione di curve ed archi di cerchio concentrici. Un luogo magico (secondo alcuni), un luogo simbolico (secondo altri). Un percorso che promette e permette un cammino interiore per giungere a Dio attraverso la preghiera.

Per me un faticoso travaglio mentale, alla ricerca di una parola perduta, di un nome da dare a quella “cosa”, di una definizione precisa di un percorso. Un momento di grande angoscia, forse, auspico, solo un vuoto di “memoria”.

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