La Federbraccianti

Facevo parte delle giovani leve individuate da Donatella Turtura, allora segretaria della Federbraccianti CGIL, che dovevano ricostruire l’organizzazione, laddove la sconfitta giudiziaria sull’imponibile di manodopera e le modifiche impetuose che si svolgevano nelle campagne, richiedevano un grande slancio propositivo e di azione.

Fu una grande stagione. A Foggia una intera generazione di giovani (ed inesperti) dirigenti fu “allestita”, con il compito di affiancarsi ai precedenti dirigenti, svolgere un breve periodo di apprendistato e sostituirsi ad essi. Donatella era una “macchina da guerra”. Girava l’Italia e dappertutto individuava nuove leve, le affiancava e le sostituiva ai vecchi quadri bracciantili, cercava e reclutava forze nuove tra i giovani scolarizzati e li aggiungeva ai quadri storici, provenienti direttamente dal movimento bracciantile, dalle lotte per la terra e dagli scioperi degli anni 50 e 60. Lavorava incessantemente, la Donatella, emiliana verace più nel carattere che nel fisico, piuttosto magro, ma che si imponeva con la vivacità e la forza delle sue idee.

Si trattava di disegnare non uno sviluppo, ma una “qualità” dello sviluppo dell’agricoltura e della terra, dopo l’arrivo delle grandi opere irrigue, delle dighe e degli invasi al fine di rendere quegli investimenti pubblici utili non solo per gli agrari (che utilizzavano l’acqua per coltivazioni estensive e con forte meccanizzazione), ma soprattutto per i braccianti, per i lavoratori della terra, per quelle masse di disoccupati e sottoccupati che, nonostante l’emigrazione, popolavano ancora i centri urbani del Tavoliere e della Puglia.

Il disegno ambizioso era quello di delineare una coltivazione della terra che abbisognasse di un forte e qualificato apporto di manodopera, di realizzare interventi per colture fortemente intensive (vigneti, orti, frutteti, ecc.), di garantire lavoro e occupazione e, al contempo disegnare una struttura industriale fortemente collegata alla trasformazione dei prodotti agricoli, realizzando un circolo virtuoso di produzione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti della terra.

Il nostro compito era delineare le possibili trasformazioni. Di qui la definizione dei piani colturali. Trascorremmo intere giornate, settimane e mesi con i braccianti dei vari comuni e delle leghe comunali, per disegnare la mappa delle aziende agricole, definire per ciascuna di esse gli ettari disponibili e le trasformazioni colturali necessarie e possibili con le risorse idriche ora realizzate e poi a trasformare quei progetti in giornate di lavoro necessarie alla realizzazione di quelle colture. Fu un lavoro immane.

Noi avevamo le conoscenze culturali, sapevamo scrivere e far di conto, ma dovevamo ricercare con i lavoratori, con i braccianti le ipotesi ragionevoli, le proposte credibili per le necessarie ed opportune trasformazioni. Quindi, per esempio, era inutile proporre indifferenziate trasformazioni, ma assolutamente necessario avanzare proposte specifiche e circostanziate per ciascuna azienda e per singola impresa. L’obbiettivo era quello di una vera e propria contrattazione, azienda per azienda, delle trasformazioni possibili. Un piano per il lavoro, legato alla contrattazione aziendale; un obbiettivo occupazionale programmabile e programmato nel tempo; una piattaforma rivendicativa che, ambiziosamente, si poneva l’obbiettivo di disarticolare il fronte padronale, rompere con il blocco sociale della rendita parassitaria nelle campagne e nella città capoluogo, ribaltare i rapporti di forza, determinare uno sviluppo diverso della realtà economica e sociale della Capitanata, della quale forza propulsore diventava la forza lavoro disoccupata delle campagne.

Un obiettivo ambizioso e, almeno in parte riuscito.

Riprenderò in altra occasione gli sviluppi di questa elaborazione teorica nel concreto dipanarsi delle vicende sindacali e politiche della Capitanata e della Puglia; qui intendo riprendere le fila della parte iniziale di questo racconto, per condurvi lungo i primi anni della mia esperienza sindacale.

Furono anni intensi e fecondi. Lavoravamo intensamente al progetto di rinforzare e garantire risultati ad una categoria (quella dei braccianti e dei lavoratori della terra), che aveva subito pesanti sconfitte negli anni precedenti e vedeva indebolito il proprio potere contrattuale, a fronte di una rigida posizione padronale che utilizzava le risorse pubbliche, gli investimenti statali per rinforzare le proprie posizioni di rendita, in un deleterio connubio con i ceti parassitari della città.

Non che negli anni precedenti fossero mancate le occasioni di lavoro e di conflitto sul piano sindacale: avevo lavorato presso l’INCA, il patronato della CGIL, per garantire ed assistere i lavoratori e i pensionati nel riconoscimento dei loro diritti; avevo diretto la FILLEA (il sindacato degli edili), in una fase di dure lotte e di confronti accesi con le industrie del territorio, contrattando posti di lavoro e confrontandomi con gli industriali della provincia. Tuttavia le avevo vissute più con lo spirito dell’agitatore e del propagandista, che non con quello del sindacalista, delineato come persona in grado di sviluppare non solo una proposta “generale”, ma come attento conoscitore degli aspetti concreti, diuturni e duri del lavoro e in grado, partendo da questi, di costruire una proposta di miglioramento delle condizioni di vita di grandi masse di persone, di individui.

La svolta la registrai anche sotto il profilo personale, indissolubilmente legato alle vicende politico-sindacali e alle attività che andavo svolgendo. In quello scorcio della fine degli anni ’70, mi sposai, diedi la tesi di laurea con un lavoro di circa seicento pagine dal titolo “Trasformazioni in Capitanata e Movimento bracciantile negli anni 50 e 60”, ebbi la mia prima figlia, Vittoria, ruppi definitivamente con le avventure e le relazioni affettive “girovaghe”, avviai (con mia moglie) la realizzazione di un nucleo familiare che dura ancora dopo trentasei anni.

Stabilii rapporti e relazioni con tante persone, rapporti che sarebbero venuti meno successivamente alla prova di fatti concreti, o si sarebbero trasformati in relazioni stabili di affetto e rispetto reciproco anche dopo molti anni e in situazioni completamente diverse.

Relazioni con compagni (ed anche con avversari), che avrebbero segnato la mia vita sia in campo professionale, che da un punto di vista più strettamente personale. Come non ricordare Pasquale e Carmelina Panico, due figure istituzionali di quegli anni; due fratelli che in campi diversi avevano segnato la storia del movimento bracciantile e sindacale in provincia di Foggia, che, a fronte dei cambiamenti in atto e nonostante il conflitto generazionale (e non solo) in atto all’interno del movimento, seppero sempre sostenerci con una disponibilità e un intuito politico di grande rilievo.  O Giuseppe Iannone, lavoratore agricolo, poi dirigente sindacale, primo segretario regionale della CGIL Puglia, che con la sua profonda umanità ha contribuito in maniera forte alla mia complessiva formazione. E soprattutto a Peppino Trulli e Mario Santostasi, due compagni baresi, anche loro provenienti dal mondo della scuola e della cultura, dei quali divenni stretto collaboratore e con i quali sviluppammo nel corso del tempo un rapporto di profondo e sincero affetto. Povero Peppino, stroncato da malattia, quando poteva dare ancora un notevole contributo, per la sua preparazione, le sue capacità, la sua attenta curiosità, a questo difficile e complesso mondo che oggi si dipana intorno a noi. E Mario, che avrei reincontrato dopo alcuni anni nella battaglia congressuale del PCI sulla svolta della Bolognina.

E mi incontro e mi saluto ancor oggi, spesso, con l’allora direttore della Confagricoltura di Foggia; persona con la quale mai sono mancati gli scontri e la feroce contrapposizione, ma sempre in un clima di reciproco rispetto delle forze reali che ciascuno di noi rappresentava.

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