Onirico 2

Un sogno breve. Un grande zolla di terra in un campo appena dissodato; la zolla si spacca in due e mette in luce, (quasi fosse una dimostrazione scientifica) la sezione di un budello scavato da un verme dentro la terra. C’è anche il verme, leggermente più grande rispetto alle dimensioni normali, che si contrae e si distende al fine di percorrere il canale da lui scavato con pazienza.

Un incubo. Siamo da qualche parte in gita, non so dove, ma le strade della cittadina o borgo che sia sono in leggera salita, quindi deve essere un luogo di collina o di montagna. Io sono con la mia famiglia, o comunque con dei familiari molto stretti. Due persone, due giovani, uno di corporatura normale, l’altro un po’ più robusto, ci derubano di qualcosa di valore e fuggono via. Uno dei due (quello più robusto) ha una maglia vistosa e facilmente riconoscibile. Io mi ritrovo due persone amiche a fianco, non li riconosco, ma so che sono due amici. Ci buttiamo all’inseguimento: prima una lunga discesa, poi la svolta in un vicolo, poi una breve salita che arriva quasi al porticato di una chiesetta romanica. Ormai gli siamo quasi addosso, manca poco per acciuffare i due. I miei due amici corrono al mio fianco, siamo soddisfatti di riuscire a raggiungerli. Una svolta a sinistra, un rettilineo che porta ad una zona di lavori in corso. Vedo lo scavo, la rete metallica lungo il marciapiede con impressionante precisione, un nastro bianco e rosso che delimita la zona di pericolo. I due si infilano nello scavo che è piuttosto largo, ma chiuso alla fine e si mescolano con un gruppo di turisti. Noi teniamo d’occhio la maglietta, che è inconfondibile con quei colori vivaci. Il gruppo di turisti sfila davanti a noi, un po’ più in basso del piano stradale, ma non vediamo i due.

Ci sono sfuggiti, si sono tolti le magliette e le hanno lasciate sui cumuli di terriccio che sono alla fine dello scavo. Le vediamo benissimo, abbandonate lì per terra. Uno dei due miei amici fa un ultimo tentativo: sale sul pullman dei turisti, che è parcheggiato una piccola piazzetta antistante un’altra piccola chiesa, e li cerca, senza risultato. Mi prende l’angoscia. Li abbiamo persi ! Mi sveglio con l’angoscia e un forte dolore alla mandibola destra.

Un altro sogno. Un altro incubo. C’è un grande uccello che vola, con le grandi ali spiegate, credo sia un’aquila, anzi è un’aquila calva (cosiddetta “americana”), la riconosco dalla testa bianca e dal grande becco. Vola, ma è dentro una cella che prende luce da un finestrone laterale. Vola e non può posarsi, perché la cella è piena di acqua, un’acqua torbida, melmosa, quasi una fogna. Ora l’aquila tenta di posarsi sull’acqua, si trasforma in un corpo, il mio corpo che lentamente e inesorabilmente affonda in quel liquame; io penso che se ridivento uccello potrei pensare almeno di mantenermi al di sopra di quelle acque fetide; ma se posso farlo come uccello, posso farlo anche come uomo e quindi risalgo in superficie. Il mio abbigliamento è molto simile a quello di in corsaro: stivali leggeri, pantaloni larghi, una bandana per cintura, uno spadone al fianco; e la cosa strana che riesco a risalire ed uscire fuori dalla melma, per un attimo mi libro nell’aria e poi plano dolcemente verso la superficie. Ho assunto la posizione di una gru e mi appoggio sull’acqua con un solo piede.

L’altro è ripiegato, proprio come la zampa di una gru (o di un fenicottero, ma non vedo segni di colore rosa); il fatto è che con il mio piede riesco a mantenermi sulla superficie, senza affondare, sorrido pensando che sono riuscito a farcela. Le mura della cella ancora mi sovrastano. Mi sveglio con il cuore in tumulto.

Frammenti di un sogno: vedo il volto di una cara amica le cui sorti mi preoccupano in questo momento. L’immagine sfuma rapidamente, vedo la mia morte, qualcuno vuole uccidermi, anzi sono già morto. Il resto del sogno, sfugge dal mio ricordo. Mi sveglio e poi mi riaddormento subito.

Questa invece è una storia di sesso. In una notte insonne, appena mi addormento sogno. Tanto sesso e con donne assai improbabili: una ex professoressa del liceo, una compagna di scuola e sua sorella, una amica. Con ognuna di loro ho rapporti prolungati e continui, sperimentiamo ogni e qualsivoglia modo di fare l’amore (l’espressione americana “fare sesso” non mi è mai piaciuta). Notte tremenda.

Un altro sogno. Mi sveglio e ricordo pezzi del mio sogno. C (un amico emiliano) e AR (una collega di Foggia) che mi vengono incontro, sono sereni e sorridenti. AR ha una giacca con enormi risvolti di pelliccia, anche se il quadro complessivo non induce a pensare ad una giornata fredda, ma, anzi, fa presumere un clima primaverile; AR ha un volto solare e sorride apertamente. C zoppica vistosamente alla gamba sinistra e fuma; lo rimprovero perché è venuto a Foggia e non mi ha avvisato; si scusa con me spiegandomi che aveva un lavoro urgente da fare, per il quale lo avevano mandato di corsa a visitare gli ipermercati pugliesi. Siamo dalle parti di Piazza Ugo Foscolo, C si gira ed usciamo dalla piazza; quando si gira noto un fatto per lui inusitato: il fondo della giacca è sporco, probabilmente di polvere. C continua a fumare. Io mi sveglio.

Ancora un sogno, breve. Un dente dondolante: poteva essere un incisivo o un canino. La bocca aperta, lo vedo dall’interno della mascella inferiore. Però non so dire se la bocca fosse la mia o di Dora.

Invece in questo sogno, sesso, tanto sesso. Abbracci coinvolgenti, mentre sono appoggiato ad un muro, in un corridoio di passaggio (infatti vedo passare uno alla volta alcuni conoscenti), e il mio sesso, costretto dentro ai pantaloni preme sul ventre della donna che abbraccio strettamente. E dopo un’altra donna, con la faccia dipinta con colori brillanti (blu, giallo, nero, bianco), quasi sembrassero vernici, mi si siede sulle ginocchia e scivola lentamente verso mio ventre, incontrando, e fingendosi da ciò spaventata, il mio membro turgido. Il suo vestito azzurro e scollato è scomparso, a favore di un ristretto bikini che si regge in maniera improbabile con alcuni lacci dello stesso tessuto e che io immagino già sciolti in breve volgere di tempo. E sono di nuovo sveglio.

Sono a pezzi dopo aver zappato una parte dell’orto (e non è un sogno). Dormo male e mi sveglio ad ogni nuovo dolore delle diverse parti del mio corpo. Quando sogno vedo una famiglia costretta a vivere dentro un locale angusto (a stento lo spazio di un letto e di un armadio). Vedo la stanza dall’alto, dall’apertura superiore di una botte, da cui mi affaccio. L’uomo ha lasciato la sua famiglia (moglie e figli), ed è andato a vivere con un’altra donna, ha avuto un figlio, ed ora conducono una vita precaria in questa minuscola stanza. Vedo anche molte altre cose, ma non le ricordo.

Il centro di questo nuovo sogno è un numero: 322515, che, sempre nel sogno, corrisponde ad un numero di telefono. Vedo proprio la mano che sorregge la penna e scrive il numero su di un pezzo di carta, che viene poi ripiegato e conservato nella tasca posteriore di un jeans. La storia è quella di due ragazze che partecipano ad un viaggio organizzato. Una sera escono per conto loro e si separano. Una decide di non tornare con il gruppo (ed ha il numero di telefono per contattare la responsabile); l’altra vuole ritornare, ma non ha il numero di telefono e non sa come rintracciare l’amica. In una sorta di “sliding doors” le strade delle due ragazze si incrociano, dando vita ad una situazione ancor più paradossale, quando la responsabile dell’organizzazione contatta la ragazza che non intende tornare con il gruppo, pensando di parlare con l’altra. Poi di nuovo quest’ ultima riesce ad avere il numero di telefono, ma scambia il suo ruolo con quello dell’amica. Non ricordo il finale del sogno, anche se è durato a lungo, in un continuo “scambio” di persone e di ruoli. Ricordo solo i numeri e ancora il sogno di tanta, tanta, tanta cacca. Ma proprio tanta !

Che sia un auspicio di buona fortuna !

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