Le regole del gioco

Giorni fa ho rivisto l’ottimo film dei fratelli Coen “Non è un paese per vecchi”. Il film si conclude con il racconto di un sogno da parte dello sceriffo. Il racconto del sogno lo riporto (in maniera imprecisa) così come lo ricordo. “Io e mio padre (defunto) cavalcavamo insieme, poi mio padre, ravvolto in una coperta, mi superò e si allontanò davanti a me; non disse nulla, ma io sapevo che andava avanti e quando si fosse fermato avrebbe acceso un fuoco, in modo che quando io fossi arrivato avrei potuto trovare un posto caldo e ristoro”.

Racconto di questo ultimo passaggio del film perché mi sembra corrispondere allo stato emotivo in cui mi trovo. Tenterò di spiegarmi in maniera più adeguata. Lo sceriffo aveva deciso di andare in pensione perché amareggiato dal fatto di sentirsi totalmente inadeguato alla realtà del tempo. Il sogno credo che serva sostanzialmente a definire un mondo di affetti e di relazioni familiari, anche loro, tuttavia, insufficienti a fornire una maggiore rassicurazione rispetto alle incertezze del momento.

E’ indubbio, infatti, che sono cambiate le regole del gioco e, rispetto ad una realtà in fermento, le vecchie regole, le vecchie certezze contano assai poco.

Peraltro le regole sono cambiate in tutti i campi e in tutte le articolazioni della società e della vita. Sono cambiate le regole del gioco per le pensioni (scusate se comincio da qui, non sarà la cosa più importante, ne convengo, ma è quella che mi tocca più direttamente e dolorosamente). Sono cambiate le regole, mentre stavamo giocando e questo rende tutto ancora più doloroso e, oserei dire, blasfemo. “Pacta sunt servanda”, dicevano i latini, ma troppe volte il diritto italiano, che dovrebbe derivare direttamente dal quello romano, è stato stravolto non da una comune e reciproca (ri)contrattazione, ma da un autoritario intervento che ne ha modificato i contenuti, reciprocamente assunti.

Si sono modificate le relazioni interne alle aziende pubbliche e private, alle stesse strutture dello stato e delle sue funzioni (penso alla sanità, alla scuola, all’università), affrontando i problemi con un aumento del carico di lavoro. Questo del carico di lavoro è, a mio parere, un tema assai poco indagato dagli economisti e dagli storici dell’economia, ed anche (purtroppo), dalla riflessione e dall’iniziativa sindacale e politica. Piuttosto che porre il problema di un aumento delle ore di lavoro, che avrebbe esposto, dopo le vicende della scala mobile, ad un ulteriore confronto tra le parti, le aziende hanno riorganizzato le loro attività, recuperando plusvalore dalla intensità dell’attività produttiva. Il recupero di plusvalore, doveva essere realizzato attraverso l’immissione di nuove tecnologie e nuovi apporti di scienza e tecnica applicate, rendendo più “libero” il lavoro medesimo, e/o comunque liberando risorse per altra attività e cicli produttivi “alternativi” (recupero dell’ambiente, ricerca, ecc.). Ma così non è stato.

Un simile processo avrebbe avuto bisogno di molteplici condizioni, e fra queste: una maggiore capacità contrattuale della forza lavoro, una disponibilità all’investimento produttivo, scelte di politica economica e industriali (da parte delle forze politiche e del governo), finalizzate ad un diverso disegno. Ma il capitale (soprattutto quello finanziario dominante), si è invece arroccato sempre più in posizioni di rendita e gli effetti della crisi (internazionale) hanno determinato un circuito vizioso tra disinvestimento, accumulazione e rendita, che risulta ormai assai difficile rompere. L’azione sindacale si è puntata nella difesa, sempre più difficile, di spazi e conquiste dello stato sociale, che però sempre più risultano contigue a posizioni parassitarie (dipendenti pubblici, ecc.) e quindi facilmente attaccabili in un momento di difficoltà sociale ed economica di grandi masse (soprattutto giovanili); e comunque che trovano sempre maggiori difficoltà nella individuazione di alleanze sociali. Infine l’azione (sic !) dei partiti e del governo, fortemente condizionate dalle scelte del Wto, dell’Fmi e della Bce, sono state del tutto incapaci di proporre alcunché di alternativo e comunque di orientativo in direzione di una diversa qualità dell’economia e della produzione (unica eccezione nel desolante deserto dei programmi, il Piano Bersani, del quale, peraltro, non si conserva memoria alcuna).

Dunque, al fine di guadagnare plusvalore, l’industria e l’economia, con la complicità delle leggi e degli interventi governativi, si sono orientati nella direzione più facile: recuperare pluslavoro aumentando i carichi di lavoro. Gli esempi concreti di quanto è accaduto lo abbiamo davanti agli occhi ed perssino superfluo riportarli qui: si possono estrapolare dalla diuturna osservazione di quanto accade in fabbriche, scuole, industrie, aziende di vario genere.

Sono cambiate le regole nella società e nella politica sostituendo il principio del comando a quello del governo. L’operazione che ha condotto a ciò è stata sottile e prolungata nel tempo; è stato un lungo lavorio di discredito delle istituzioni e della politica (che peraltro hanno fornito comportamenti consistenti e compiacenti a questo progressivo e deleterio discredito). Ha cominciato Berlusconi, interpretando l’italica abitudine a guardare sempre al proprio vicino e mai alle scelte di ciascuno circa la difesa, la valorizzazione, l’elevazione del senso dello stato, del senso civico. Ricordate tutti l’allocuzione assurda e insipiente circa la giustificazione dell’evasione fiscale, e poi i comportamenti concreti, pratici quotidiani approntati e realizzati giorno dopo giorno (sarebbe meglio dire, notte dopo notte, o cena dopo cena). In questo filone, diventato rapidamente un grande fiume, si sono inseriti un po’ tutti, piccoli e grandi, destra e sinistra, tanto da far rinascere, accentuare e diffondere altri due fondamenti del pensiero italico: quello che tutti sono uguali e se lo fanno loro, lo posso fare anch’io.

Ciò ha determinato da un lato, ribellismo, qualunquismo e populismo, dall’altro opportunismo, affarismo e individualismo nella vita sociale e nell’attività economica, portando ad un ulteriore passaggio verso l’imbarbarimento sociale ed economico.

In un simile contesto le parole d’ordine di una “nuova” qualità dell’autoritarismo, emergono e si fanno strada. Così come le scelte e le opzioni favorevole ad “un uomo solo al comando” (altro elemento che mi fa concordare sulla similitudine fatta dalla Castellina sul PD di Renzi rispetto al PD americano), coniugato con decisionismo, determinazione e delega. Condito con un po’ di “panem” (non ho nessuna spocchia nei confronti degli 80 euro di Renzi, anzi credo che abbia fatto una scelta politicamente indovinata e di tutto rispetto).

Legittima la domanda. Ma voi dove eravate. Cosa avete fatto ? Noi abbiamo sognato la possibilità di una società diversa. Abbiamo ucciso il padre e in questo siamo stati bravi. Abbiamo mancato l’obbiettivo successivo e cioè con cosa sostituiamo il padre.

Noi generazioni del dopoguerra, generazione del 68 e dintorni, fino agli anni 70 (e temo ancora oltre), abbiamo saputo scalzare i “sacri principi” che avevano fondato l’Italia fascista e, se mi permettete, anche quella successiva al ventennio, ma formatasi nel crogiolo di quegli anni difficili e che aveva vissuto la guerra come elemento di grande contraddizione, confusione e contrasto.

L’Italia del dopoguerra era, a mio parere, ancora governata dal principio dell’ “ordine”. Un concetto che nella scuola, nell’ordinamento giuridico e statuale, nell’università e in generale in campo culturale, sopravvisse ancora e lungamente fino ad entrare in crisi con il “boom economico”, con l’emigrazione, lo spopolamento delle campagne e sotto la spinta innovativa e dissacrante che ne conseguì. Ecco, io credo che in questa siamo stati bravi davvero. Abbiamo distrutto il principio dell’ordine fino alle sue estreme conseguenze, creando, o tentando di creare, una società più libera e diversa, liberandoci dall’oppressione clericale nella vita quotidiana e andando così avanti fino a ipotizzare comunità assolutamente destrutturate (dagli hippies alle comuni). Il reflusso, la “rentrèe a la normalitè”, ci hanno portati allo stato attuale.

Ma questa è un’altra storia …. e un altro racconto.

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