Caterina

Caterina è morta. Tumore.  Tre, quattro, forse cinque anni fa non ricordo bene. Ciò che ricordo bene è che da piccoli giocavamo al dottore. O anche meno nel senso che erano gli anni della scuola media, avevamo dodici o tredici anni forse, ed era  Caterina, appunto , a farmi visita, a “visitarmi”.  Non so se per la malattia o per quale altra ragione comunque la conoscenza del mio corpo da parte della fanciulla era molto legata al sesso, e il mio sesso era veramente turgido, eretto, il meglio che si potesse offrire all’occhio e al tatto di una bambina che per la prima volta aveva a che fare con l’ altro sesso. Ma anche da parte mia il tatto, il contatto , il frugare fra le cosce era quanto di primordiale, ma al contempo consolatorio e positivamente cognitivo ci potesse essere.  Ricordo perfettamente il contatto tattile con la primitiva peluria che ancora non poteva definirsi  pelo, il sesso appena accennato tra l’incavo delle cosce, le labbra appena accennate e tuttavia che producevano primordiali pulsioni nel membro eretto che sfoggiavo sotto le coperte, con il pantalone del pigiama e le mutande abbassate, quando l’assenza dei genitori da casa lo rendeva possibile, agli sguardi interessati e ai toccamenti non solo accennati, ma comunque timorosi di mani ancora inesperte e guidate dalla curiosità piuttosto che dalla ricerca del piacere (da dare o da prendere).

La scoperta o la ricerca del sesso fu allora una spinta decisamente interessante, positiva, crudelmente emotiva e carica di elementi cognitivi. Fino ad allora la ricerca, o forse meglio la pulsione sessuale si riduceva a fugaci toccamenti di cosce e di culi di signore nella confusione e nella ressa dei mercati rionali, nelle scorribande di bambini adolescenti, spinti da ragazzi leggermente più grandi.  Niente di cui serbare il ricordo e nulla che potesse indurre a pensamenti, a ricordi, esperienze prolungate seppure di momenti superiori a qualche secondo. Quella fu la prima esperienza, occasione, opportunità, in cui lo sguardo di una persona di diverso sesso potesse prolungarsi nell’osservazione del membro; una osservazione prolungata oltre l’attimo fuggente, una osservazione destinata all’organo, alla sua definizione, alla sua “descrizione”. Come è fatto, come si erge, come si propone.

Tutto questo è durato una eternità nel mio pensiero, un breve attimo nell’ordine temporale delle cose, nel senso che si trattava di attimi rubati, di sguardi subitanei, ma puerilmente ingenui della fanciulla, alla breve determinazione di una conoscenza corretta dalla convinzione del peccato convissuto con la esperienza stessa.

Così quando una decina di anni dopo, senza preparazione alcuna e senza premeditazione si è rinnovato l’incontro, il passare dallo sguardo, alla breve interlocuzione verbale e alla pratica materialmente carnale della consumazione sessuale il passo è stato altrettanto breve.

Privo di eccessiva interlocuzione strategica, priva di elaborazione psicoanalitica, priva di adulazione e di qualsiasi elemento di corteggiamento più o meno esplicito, ci siamo ritrovati coinvolti nel pieno di una  relazione sessuale.

Parlo di relazione e non mi una semplice scopata perché così effettivamente è stato. Non si è trattato di un corteggiamento, né di una frequentazione che progressivamente ha dato luogo ad una relazione; ma al contempo non siamo semplicemente andati a letto insieme. E’ stata una riscoperta del nostro corpo e delle nostre pulsioni. Ciò che avevamo vissuto da fanciulli è ritornato in noi, ma come base di una successiva conoscenza e la nostra relazione è stata un riprendere la conoscenza dal punto in cui l’avevamo lasciata. La nostra relazione non è stata un salto, un’ aporia, un vediamo come siamo ora dopo dieci anni, ma un riprendere, dolce e leggiadro dal punto in cui ci eravamo lasciati. I dolci toccamenti sul divano (questa volta di casa sua), la progressiva conoscenza/riconoscenza dei nostri corpi, lo stupore delle nuove condizioni in cui ci trovavamo, un nuovo inizio, partendo da quanto già acquisito.

Il mio membro all’epoca ancora virilmente teso , il suo pelo più folto, le sue forme più abbondanti e morbide, i seni più ampi, più morbidi. Le corolle dei suoi capezzoli più grandi, meno appuntite ; ma ci accompagnava una lasciva antica, che aveva bisogno di recuperare qualcosa di perduto, meglio di non consumato, che aveva voglia (all’epoca) di essere consumato ma non aveva trovato (all’epoca) la sufficiente consapevolezza di essere consumato.

Così distesi sul divano della sua casa abbiamo assaporato lungamente e appassionatamente i nostri corpi, pezzo per pezzo, oserei dire centimetro per centimetro, prima di sciogliere il nostro reciproco piacere in un amplesso lungamente desiderato e mai completamente consumato se non nei rispettivi sogni, nelle rispettive immaginazioni, nei reciproci ma separati, fortemente separati momenti di piacere e di godimento.

Un amplesso lungo, prolungato dal desiderio e dal/i tempo/i  lungamente intercorso, non intenso, ma profondamente appagante, perché il desiderio ne aveva determinato il bisogno, l’esigenza e la sua naturale conclusione. Non un desiderio appagante nell’intensità, quanto nel bisogno e nella necessità, quasi struggente, temporalmente indefinitivamente lungo. Non un piacere immenso, ma naturale, anzi, naturalmente appagante. Un piacere fatto della completezza della conoscenza, più che dalla sua intensità, fatto dal completamento della ricerca delle parti, dei particolari, delle minute e conoscenze dei più profondi anfratti, piuttosto che della profondità di essi. Fatti dalla consapevolezza delle curve, delle scanalature, degli eccessivi arrotondamenti delle singole parti del corpo ( l’ addome, la fica, i seni, le cosce, e il pene, le palle, i testicoli, la pancia), ma nella piena consapevolezza della conoscenza e nella piena volontà di sperimentarne la reciproca determinazione al raggiungimento del piacere, fisico, materiale, volgarmente materiale.

Così lo abbiamo rifatto. La seconda volta è stata più consapevole. Lei mi ha fornito un preservativo ed abbiamo avuto un altro, appassionato, intenso amplesso. Avvolti nelle lenzuola del grande letto matrimoniale, illuminati dalla luce delle vetrate dell’ampia finestra. E’ stato bello, forte , intenso,  passionalmente vivo.  Ma era già una cosa diversa. Era una relazione tra amanti, era un amplesso “tradizionale” tra due persone mature, consapevoli e consensenzienti,  che sviluppavano una relazione sessuale. Non era come prima, non aveva la stessa, ingenua, infantile, conturbante, matura intensità.

Così ancora la volta successiva e, ancora, e il pompino, ultimo, intenso vivido ricordo di lei, pompino che mi ha fatto con un preservativo indossato e che mi ha lasciato lascivamente insoddisfatto, non in senso fisico, ma in senso psichico, tanto da averglielo addirittura rinfacciato, quasi fosse sua colpa quel darmi piacere attraverso un sottile tubo plastificato.

E di ciò ne sento ancora la colpa.

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