Il Piano Federbraccianti

Correva l’anno 1978. Il Piano della Federbraccianti fu il momento più corposo, alto e profondamente qualificato, di un impegno durato per lunghi mesi, oltre un anno di tempo,trascorso a individuare, studiare, analizzare, comprendere ed organizzare le specifiche proposte da realizzare nelle singole aziende, (cosa che ho illustrato nel racconto “La Federbraccianti”).

Il piano prevedeva una proposta riassuntiva, organica di quel lavoro, aggregata sul territorio provinciale, con le necessarie connessioni a monte (irrigazione, industria meccanica di base, ricerca scientifica) e a valle dell’agricoltura (industrie di trasformazione, aziende di commercializzazione). Prevedeva una trasformazione positiva ed avanzata dell’agricoltura, una programmazione delle coltivazioni e delle colture, una organizzazione del mondo agricolo che, senza inutili richiami a passati trascorsi, puntava a rinnovare profondamente il mondo agricolo, innestando, rispetto alla situazione di difficoltà e di crisi, una accelerazione dei processi produttivi, recuperando il divario economico e produttivo con altre parti del paese. Individuava un ambizioso obbiettivo, quello di recuperare il gap nord-sud.

Un circolo virtuoso che, partendo dalla terra e dalla disponibilità dell’acqua nelle campagne, a seguito della realizzazione dei progetti irrigui, disegnava un definitivo cambiamento degli scenari, rendendo l’agricoltura da settore arretrato e produttore essenzialmente di rendita, a settore propulsivo della crescita e dello sviluppo, sottraendo la funzione urbana da soggetto drenante di risorse dall’agricoltura verso l’industria (il ruolo dei Consorzi agrari, delle banche, ecc) e quindi essenzialmente speculativo, in soggetto in grado di imprimere cambiamenti e trasformazioni radicali all’interno del tessuto socio-economico del territorio e a modificare i rapporti di forza ( e di ruolo) tra città e campagna, tra agricoltura e industria tra (di nuovo) nord e sud del paese.

Ed aveva nel Tavoliere di Puglia, nella Capitanata, il suo epicentro.

Così io mi trovai, insieme con altri, nel punto focale dello scontro. Nel crogiolo di una battaglia che si combatteva tra il mondo del lavoro e gli agrari foggiani (che qui avevano un indiscusso ed indiscutibile peso). Ma di un confronto che coinvolgeva anche altri fronti ed altre forze.

Infatti il piano Tecnagro, fu la controproposta al nostro progetto. Il piano Tecnagro prevedeva il mantenimento di coltivazioni estensive, soggiogava l’agricoltura ad una nuova dipendenza dall’industria fossero esse macchine agricole (grande parte del progetto era finanziato dalla Fiat, produttrice di macchine per l’agricoltura) o prodotti per concimare la terra (la allora grande industria chimica sia pubblica che privata). Avea, il progetto Tecnagro, fra i suoi più importanti consiglieri, alcuni agronomi israeliani, fautori di un mondo agricolo sostanzialmente subalterno alla produzione industriale. Un mondo agricolo che doveva “ricevere” ed utilizzare i prodotti della grande industria, espellendo dal ciclo produttivo la gran parte dei lavoratori agricoli, ovvero rendendoli sostanzialmente “schiavi”, così come oggi accade nelle campagne del foggiano, utilizzando la manodopera immigrata (neri, pachistani, nord africani) a sottosalario e con il lavoro nero.

Ma anche all’interno del movimento politico sindacale la nostra proposta produceva uno scontro. Tra i lavoratori e i rappresentanti sindacali dei dipendenti delle grande industria i quali sostenevano piani di riconversione produttive per le loro aziende finalizzate proprio ad una visione “industrialista” del rapporto con la terra. Nella Cgil il confronto era aspro e senza esclusione di colpi. Ricordo le grandi discussioni tra i fautori della realizzazione delle grandi opere (soprattutto gli edili dipendenti dalle fabbriche di produzione di tubi e condotte per l’irrigazione) che con grande difficoltà erano disponibili ad uscire dalla logica, appunto, delle grandi opere e a ragionare sulla finalità ultima delle realizzazioni irrigue; ricordo il confronto con i chimici (l’Enichem di Manfredonia e poi l’Ajnomoto Insud); ricordo il confronto con i metalmeccanici dell’industria pesante (l’attuale Ilva di Taranto). E nel partito lo scontro non era meno aspro, tra quanti sostenevano la nostra battaglia e quanti, più “modernamente”, sostenevano la proposta di una industrializzazione sempre maggiore finalizzata ad uno “sviluppo” incessante ed indefinito della economia nazionale e sovranazionale.

Quanto quest’ultima idea fosse vana ed insufficiente, lo dimostrano purtroppo le attuali condizioni dell’economia del nostro territorio e del nostro paese. Ma questa è un’altra storia.

In quella battaglia e in questo confronto non fu piccolo il ruolo che giocai io, Peppino Trulli e Mario Santostasi. Ovviamente l’ordine gerarchico e valoriale, va invertito.

Mario Santostasi era membro della segreteria regionale della Cgil, da cui passò, successivamente, a dirigere il partito. Era una mente sottile, era colui che comprendeva i processi, ne sviluppava le connessioni e le aricolazioni meno evidenti, proponeva la strategia generale. Peppino Trulli, da sempre un combattente, dirigeva la Federbraccianti regionale e poi la Cgil; legava alla capacità del fine intellettuale, il diuturno impegno nella organizzazione concreta delle masse e dei lavoratori, orientandoli verso obbiettivi e conquiste che delineava con accortezza e con realismo. Io ero quello che sviluppava concretamente i progetti, accorpavo le proposte e dietro le indicazioni degli altri due, elaboravo le iniziative e gli interventi necessari.

Tuttavia nel nostro agire quotidiano, questa differenziazione era molto labile, nel senso che costituivamo un gruppo sostanzialmente unito e compatto, che lavorava in maniera decisa e determinata, sotto l’ombrello politico fornitoci dal segretario generale (Peppino Iannone) della Cgil regionale.

E’ sempre con grande piacere e anche con commozione che ricordo le occasioni in cui lavoravamo insieme per preparare riunioni, convegni, congressi. Nella preparazione di un importante congresso lavorammo per tre giorni, chiusi, a casa di Mario. Io portai mia moglie da Foggia, che rimase in compagnia delle compagne di Peppino e di Mario, mentre noi tre scrivevamo, ci leggevamo reciprocamente i pezzi scritti, rielaboravamo, correggevamo bozze, completavamo ragionamenti. La casa di Mario era allora quasi alla punta estrema del Lungomare di Bari, e nelle sue stanze lavoravamo, mangiavamo e dormivamo (quest’ultima attività era in verità, fortemente limitata). In particolare ricordo che il pavimento si era tutto “sollevato”, a causa di infiltrazioni di non so che genere, e risultava difficile camminare su quelle mattonelle che scricchiolavano ad ogni passo.

Il rapporto con i miei due “superiori” era improntato alla massima lealtà e franchezza ed anche al massimo cameratismo. Lavoravamo fianco a fianco, gomito a gomito. Eravamo impegnati nella costruzione di un mondo migliore.

E ricordo le tante volte che mi fermai (occasionalmente anche con mia moglie), a casa di Peppino Trulli, a pranzo, o anche per discussioni fuori e/o dopo il lavoro. Chiacchierate con un bicchiere in mano, con i giochi dei figli che invadevano il soggiorno e con la figlia, l’ultima, piccolina, che muoveva i suoi primi passi.

Bei ricordi in cui la battaglia politica e l’impegno in essa profuso, si intrecciano con momenti di vita quotidiana, con situazioni di serenità nelle quali guardare con distacco e freddezza ai compiti e alle azioni realizzate; momenti di soddisfazione per quanto di positivo avevamo realizzato, momenti nei quali razionalizzare lo sconforto a fronte delle sconfitte conseguite.

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Una risposta a Il Piano Federbraccianti

  1. marita ha detto:

    Bellissimo racconto. Mi interessa molto l’intervento israeliano e approfondire il livello di scontro che ha prodotto il vostro lavoro e il percorso che ha portato alle scelte che hanno prevalso.

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