Il mio orto

Mi “sono fatto l’orto”. Nel senso che coltivo, gestisco un orto. Ho fatto domanda al Progetto orto-giardino della Cooperativa Emmaus e ho ricevuto una delle novanta particelle da trentasei metri quadri da coltivare ad orto.

L’organizzazione è abbastanza efficiente. Le particelle sono disposte in ordine compatto su un quadrato di terra e delimitate le une dalle altre in modo sufficientemente chiaro, con paletti e robuste corde. Ogni particella vive di vita autonoma, con una presa di acqua ciascuna, ma è vicina alle altre, in modo che non solo i confinanti siano vicini, ma che si possano realizzare relazioni, confronti, integrazioni di carattere personale e produttivo anche con gli altri conduttori di appezzamenti meno vicini.

Insomma una bella famiglia che si scambia consigli, opinioni, esperienze, scelte “agronomiche”, o semplicemente una occasione di fare due chiacchiere dopo le quotidiane attività agricole di zappatura, irrigazione o di eventuale raccolta dei prodotti.

Ed è simpatico dialogare o fumare una sigaretta con amici di vecchia data o altre persone conosciute, che magari svolgono le attività più disparate (impiegati di banca, insegnanti, pensionati, casalinghe) e che si ritrovano in stivali e pantaloncini a svolgere lavori inconsueti e poco conosciuti, e con essi scambiare pareri opinioni, idee su cosa sia meglio fare, su cosa coltivare e come.

Io ho ricevuto l’affidamento della mia particella (la particella numero sessantotto) a maggio e dopo una intensa attività è adesso già in produzione.

Dico subito che Tommaso, il compagno di mia figlia, non solo si è reso disponibile, ma è stato così entusiasta della cosa, che non ha esitato ad impegnarsi enormemente nel lavoro di preparazione, semina, irrigazione, organizzazione e conduzione del terreno, tanto che posso dire senza infingimenti, ne è il principale artefice. Quindi, nel corso del racconto, tenete sempre presente questa premessa fondamentale.

Il campo era abbandonato da qualche tempo e quindi non coltivato, il terreno duro e pieno di erbacce cresciute alte ad abbondanti. La prima operazione è stata dunque quella di dissodare (e abbiamo scelto di farlo a mano) il terreno. Ho cominciato con una zappa ed un rastrello prestatomi da mio zio. Materiali vecchi e poco efficienti, per cui ho “preso in prestito” una zappa appartenente ad un altro conduttore e con quella ho cominciato a lavorare il terreno. La fatica è stata grande sia perché il terreno era nelle condizioni prima descritte, sia per l’assoluta misconoscenza delle tecniche e delle pratiche adeguate. Ci era stata fatta la proposta di una aratura meccanica, ma, nella nostra incoscienza, abbiamo rifiutato e proceduto al lavoro con le nostre mani e i nostri mezzi.

In altre parole, mi sono rotto la schiena.

Con la carriola a disposizione della comunità ho trasportato, a più riprese, ben sette carichi di erbacce nella zona all’uopo destinata, lasciando solo una pianta di rosmarino ben sviluppata e un piccolo limone nano anche se inizialmente esso appariva in precarie condizioni. Solo verso la fine della zappatura del terreno, qualcuno ci ha suggerito di usare la forca, che risulta assai meno faticosa da utilizzare, e, al contempo, produce buoni risultati nella azione di “sovescio” (si dice cosi ?) del terreno. Insomma siamo riusciti a portare a termine questa prima attività con sufficiente soddisfazione e un discreto risultato tecnico. Magliette bagnate di sudore all’inverosimile, dolori diffusi alle mani e nel resto del corpo, ma abbastanza soddisfatti.

Mi sono dovuto allontanare per una decina di giorni e avevamo rinviato al mio ritorno le operazioni di semina, ma Tommaso, che si è dimostrato bravissimo, oltre a documentarsi in maniera sufficientemente adeguata, ha realizzato impianto di irrigazione, acquistato e seminato le piantine. Cosicchè, quando sono rientrato ho trovato l’appezzamento con un impianto irriguo già correttamente realizzato e con le piantine già messe a dimora: peperoni, melanzane, cipolle, insalate, zucchine, cetrioli. A questi si sono aggiunti quattro piante di peperoni turchi (datemi da un amico che conduce un altro appezzamento vicino), e alcune piante di fagiolini e di meloni (fornite da un altro confinante).

Messe a dimora le piante abbiamo iniziato ad irrigare il terreno, tutte le sere, dandoci il cambio, secondo anche gli impegni e le esigenze di lavoro di ognuno di noi due. Oppure ci siamo dati il cambio (uno passava ad aprire l’acqua, l’altro, più tardi, a chiuderla.

Abbiamo fatto un secondo intervento di zappatura, questa volta utilizzando principalmente il forcone (memori della precedente esperienza). Ora, considerate che ho detto che il forcone è più facile da utilizzare, ma bisogna intendersi sul termine facile. Al termine della operazione (che devo dire peraltro, l’esperto del campo ha giudicato di buon e adeguato livello, dal punto di vista tecnico), io ho ricavato: una ferita alla mano destra, per una bolla che ancora non si cicatrizza, uno strappo all’alluce del piede sinistro in conseguenza delle spinte fatte con il piede sul forcone per infilare questo nel terreno, dolori vari alle ossa, un persistente dolore all’altezza del seno sinistro che mi produce fitte lancinanti che non so se attribuire alla “fuoriuscita” del polmone a seguito dei quarantacinque anni di fumo di sigarette, pipe, e sigari che mi porto dietro o al sudore che si raffredda sul corpo.

Sia come sia, l’attività è stata soddisfacente, tanto che più d’uno, ha ammirato il lavoro fatto dicendo che seppure partiti in ritardo (ripeto alla fine di maggio abbiamo avuto l’affidamento del terreno), abbiamo saputo recuperare efficacemente.

Le piantine crescono, e questo vi assicuro che dà una grande soddisfazione. Non so se e cosa raccoglieremo, ma il semplice fatto di vedere, giorno dopo giorno, i lenti ma decisi progressi delle singole pianticelle, regala decisamente un impeto di orgoglio per una attività che è stata realizzata con le proprie mani.

Una piccola digressione. In tutta Italia c’è un proverbio, declinato secondo i diversi dialetti, che dice: “l’orto fa l’uomo morto”. Tommaso l’ha scritto sul manico della zappa che ha acquistato, e da quanto ho potuto ricavare dalla lettura e dalle ricerche fatte in merito, questo proverbio vuole indicare due aspetti della coltivazione dell’orto. La prima è che si tratta di una coltivazione faticosa, che richiede impegno forte (sudore e fatica) e contemporaneamente costanza nel fare continuamente e giornalmente tutti i lavori necessari alle coltivazioni; la seconda è che non sempre questo impegno fornisce i risultati sperati (infestazioni, malattie), e questo porta alla perdita dei raccolti e quindi del risultato della fatica e degli impegni profusi.

Tuttavia, io che ho fatto quest’orto non per sopravvivere e men che meno per ricavarne un reddito, devo dire che di benefici ne ho già visti. Innanzitutto la soddisfazione nel vedere un campo di erbacce trasformarsi in un terreno coltivabile prima e coltivato dopo; poi quella nel vedere le piante crescere e svilupparsi progressivamente (anche l’alberello di limone nano si è “rimesso”, ha messo le foglie e i fiori, forse l’anno prossimo farà anche dei limoni).

E poi è un’attività, così fatta, che mi procura grande rilassamento.

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