Il tecnicismo

Il tecnicismo è una truffa sociale.

Per dimostrare questa affermazione occorre anzitutto definire “tecnicismo”, o quantomeno cosa io intenda con questo termine.

Per tecnicismo intendo tutte quelle forme di comando che, sotto le millantate spoglie di una capacità, o meglio di una “necessità” tecnica di gestione, si impongono oggi come modello di efficienza e di controllo dei processi produttivi.

Tali modelli vengono di volta in volta spacciati come modelli di flessibilità, di competitività (sul piano nazionale ed internazionale), di dinamismo economico e forieri (sic!) di una ripresa dello sviluppo economico “languente” da oltre un decennio.

Essi nascondono la sconfitta del capitalismo “industriale”, l’affermazione del virulento capitalismo finanziario che con i suoi pluricitati (da me, ma non solo) epigoni di Wto, Fmi e Bce, i quali hanno determinato i guasti irreparabili in cui viviamo, o meglio ci dibattiamo, con le catastrofiche conseguenze sul terreno economico e sociale che continuano a devastare il nostro corpo già ampiamente piagato.

La vergognosa affermazione che una presunta capacità di ordine meramente tecnico, e cioè che sapere gestire, controllare ed usare i termini della conoscenza acquisita, possa determinare una uscita dalla situazione determinata è, ancorchè priva di fondamento, del tutto falsa e fuorviante. Per una semplice e fondamentale ragione: che essa stessa ne è la causa e l’origine e perseguendo questa non solo non appare nessuna luce alla fine del tunnel, ma non esiste neppure la fine del tunnel, anzi, così proseguendo non si fa altro che continuare a scavare un tunnel ancor più profondo, buoi ed oscuro.

A questa io contrappongo una visione diametralmente opposta (come ho già avuto modo di scrivere). La vera soluzione si può trovare elusivamente in un radicale e totale ribaltamento del modi di affrontare e vivere la realtà di oggi, perseguendo linee evolutive diametralmente opposte, rimettendo al centro l’essere, l’individuo, l’uomo, nella sua condizione sociale, economica e produttiva.

Per questo scopo è fondamentale l’individuazione di politiche industriali che rovescino l’attuale realtà, ponendo come obbiettivo fondamentale il recupero delle risorse e non il loro utilizzo, consumo e spreco totale. Una politica industriale (meglio al plurale), che faccia dell’ambiente, del suo recupero e del suo rilancio la base fondamentale ed effettiva di qualsiasi intervento.

Non faccio queste affermazioni perché commosso dallo spiaggiamento delle balene, perché soffro nel vedere i delfini soffocati dalla plastica, perché colpito dal progressivo e inarrestabile depauperamento del patrimonio ambientale mondiale, a cominciare dalle riserve boschive dei cinque continenti che vanno progressivamente e in maniera inarrestabile esaurendosi.

Non faccio queste affermazioni perché spinto da un miracolistico quanto utopistico richiamo ad un mitico mondo naturale perduto e non più riguadagnabile, non sono coinvolto da mirabolanti quanto improbabili richiami alla “decrescita felice”, della quale, nella realtà fattuale verifichiamo, purtroppo ed al contrario una infelice decrescita.

Propongo questa strada come unica possibile per ricostruire un contesto vivibile dagli esseri umani entro un quadro di relazioni sociali ed economiche evolute, all’interno delle quali tornare a sviluppare (qui si il termine sviluppo mi pare cogente) delle relazioni, anche conflittuali, positive.

Dilungatomi sul “tecnicismo” vediamo ora perché la considero una truffa sociale.

In parte l’ho già detto: esso mistifica la realtà dei rapporti e delle relazioni e pretende di riportarle entro astratte ed asettiche formulazioni.

Ma ciò che è ancora più grave è che così facendo vincola e costringe i singoli individui ad una spasmodica quanto inutile ed anzi dannosa ricerca di pratiche efficientistiche, puntate a cercare al di fuori della iniziativa individuale, della ricerca personale, della costruzione propria, la soluzione ai problemi e alle contraddizioni e alle inefficaci situazioni entro cui il sistema li costringere a vivere non per loro incapacità, ma per i limiti del sistema medesimo.

Non voglio dire banalità, ma ogni vera “rivoluzione” cognitiva, ogni nuova esperienza, ogni nuova invenzione, o anche ogni semplice ma originale conoscenza ha sempre avuto alla sua base non un quadro tecnico applicabile e riproducibile in maniera asettica ed astratta (e/o estraibile dal contesto specifico), bensì ha avuto origine da una esperienza nuova, originale e creativa.

La riuscita di una impresa, o se vogliamo di una “intrapresa” è sempre derivata (ma non ne faccio una questione storicistica, bensì gnoseologica), da un atto di genialità, intendendo per esso un atto nuovo, originale e creativo della mente umana.

Dunque una buona struttura dirigenziale dovrebbe cercare di stimolare, promuovere e favorire questa tipo di ricerca e di operatività reale, ampliando gli spazi di confronto e di discussione, ampliando la possibilità di verifica e anche di errore e non piuttosto chiudersi nella piatta applicazione di schemi e disegni astratti ed “uguali” gli uni dagli altri, peggio ancora se derivati da esperienze esterne o mutuati da condizioni diverse.

Non pretendo certo di ricominciare ogni volta il lavoro daccapo; non intendo questo e non mi fate dire idiozie. La base dell’esperienza propria o altrui è ovviamente e necessariamente fondamentale, ma da questa esperienza e da questa conoscenza si può e si deve partire per realizzare qualcosa di nuovo ed originale che risulti non solo innovativo di per se (“non è nuovo ciò che è nuovo, ma che nuovo, che nuovo, che nuovo”), ma di reale efficacia per il sistema all’interno del quale si opera.

Altrimenti siamo nel campo della truffa sociale. Mi vuoi far credere che io abbia un ruolo creativo e dirigenziale, in realtà sono condannato ad un mero esercizio pedissequamente esecutivo ed imitativo nel quale devo realizzare scelte, schemi ed azioni predefinite e a cui debbo attenermi.

Schemi questi che ancor prima di definire un sistema autoritario, risultano meramente assai poco funzionali ad un sistema che invece deve essere non solo necessariamente dinamico, ma, proprio per quelle condizioni di crisi e di arretratezza che attraversiamo, deve riuscire ad inserire forti dosi di innovazione (e quindi di creatività), per muoversi dinamicamente e per recuperare i gap accumulati.

Ciò che è ancor peggio è che chi tenta di resistere al richiamo delle sirene (si fa per dire), e mantiene, o tenta di mantenere con le sue limitate forze (relativamente alla preponderante forza avversa), una propria intima coerenza ricercando o tentando semplicemente di mantenere al di sopra del livello di pedissequa imitazione la propria azione e la propria iniziativa, diventa sic et simpliciter, il diverso, il disadattato, il malato.

Gli altri, quelli che ci condannano al permanere in questa vita di subalternità e schiavitù, sarebbero i normali.

Questa è la truffa sociale !

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