San Menaio Garganico

Poche case, quasi spruzzate a caso, in uno spazio poco più lungo di un chilometro, e per la larghezza consentita dalle immediate e ripide salite che dal litorale si alzano subito verso il monte circostante. Un albergo sulla riva del mare e una colonia per bambini, per metà retaggio degli antichi fasti del ventennio e per metà ambita meta di quei figli delle classi più povere che anelavano ad una condizione di vita migliore, negli anni dell’immediato dopoguerra, prima dell’affacciarsi dei primi segni di boom economico.

Padrona era la natura, meglio l’intensa e ombreggiante pineta che degradava da ogni lato verso la lunga striscia di sabbia, e poi al mare. Una grande pineta, nella quale si aprivano pochi e radi spazi coltivati, sottratti con grande impegno e molta difficoltà alla più selvaggia natura circostante e al fitto sottobosco che sembravano quasi assediare quei minuscoli fazzoletti di terra.

E per la verità anche in quegli spiazzi coltivati, di terra ce n’era poca: un sottile ed umido strato che copriva il tessuto pietroso che con determinazione tendeva ad affiorare e sul quale, appunto, trovava migliore fortuna la vegetazione spontanea piuttosto che una coltivazione organizzata.

Popolavano queste rade abitazioni contadini poveri, appunto, o piccoli pescatori di paranza che ricavavano da questa attività ridotta sussistenza, essendo ben altri i porti che nel passato storico e in quello più recente offrivano strutture per una pesca meglio organizzata e strutturata, come per esempio Rodi o Peschici, se non la più lontana Vieste. Spesso l’attività di pesca integrava quella agricola, e viceversa.

Pochi abitanti, quindi, in una natura ricca ed ubertosa che si affacciava su un mare limpido e scintillante. Un caleidoscopio di colori: il verde intenso dei pini, il biancore della sabbia, l’azzurro del mare. Colori che all’alba e al tramonto sfoggiavano una miriade di variazioni e di diverse e sempre mutevoli sfumature, illuminate dal disco luminoso del sole. Pochi abitanti che cominciarono ad accogliere nelle loro modeste abitazioni, le prime famiglie di villeggianti che si avventuravano fino lì, durante i primi anni cinquanta.

Questi villeggianti costituivano le prime avanguardie di quel turismo che si sarebbe pian piano rinforzato ed ingrossato, fino a raggiungere dimensioni di massa e che avrebbe non poco contribuito, con una scarsa cultura dell’ambiente, e insieme alla insipienza di governanti e amministratori locali, allo scempio e al depauperamento di quel meraviglioso e ormai decisamente degradato, ambiente naturale.

La stessa particolarità del luogo, il bosco ombroso e fresco, la lunga spiaggia di sabbia dorata, il mare la cui profondità procedeva con estrema lentezza, tanto che a cinquanta metri dalla riva ancora si toccava il fondo, favoriva peraltro un particolare tipo di insediamento turistico, fatto di nuclei familiari di quattro, cinque persone, bambini piccoli, coppie da poco sposate. Per cui prima singoli villini vennero realizzati da alcuni notabili del capoluogo, altre ville furono realizzate successivamente da famiglie dell’alta borghesia, medici, avvocati, ingegneri; e poi via via case su case, costruzioni, abitazioni della natura e foggia più disparata, mano mano che procedeva la crescita della media e piccola borghesia urbana: tutti ambivano a raggiungere l’ambizioso obbiettivo della casa al mare. E la meta privilegiata fu, per molti anni S.Menaio; almeno per quanti volevano sottrarsi alla più vicina, ma sovraffollata spiaggia di Siponto, affogata dalle migliaia di presenze che lì si riversavano dal capoluogo, a causa della brevissima distanza, e che aveva come fondale le brutte e intimorenti strutture del polo chimico di Manfredonia.

Così crebbero condomini al posto degli alberi, abitazioni che sostituivano le poche coltivazioni esistenti, persino case e villini costruiti nel greto di un torrentello asciutto che, nel caso di eccezionali ma ricorrenti temporali estivi, si riempie di acqua provocando non pochi problemi alle aree immediatamente adiacenti. Il verde sempre più in alto e lontano, la spiaggia cosparsa di rifiuti, le acque non sempre limpide, nonostante gli ingenti lavori per realizzare la fognatura e l’impianto di disinquinamento, i pochi parcheggi sempre occupati, un traffico continuo che ostruisce l’unica strada che è al contempo strada provinciale, via di passeggio, luogo di intrattenimento.

La spiaggia, la meravigliosa spiaggia è ormai ossessivamente occupata da stabilimenti balneari, sdraio, ombrelloni, la musica proveniente dai medesimi stabilimenti soffoca e opprime il rumore del mare che si adagia sulla riva; la sabbia, una volta coperta di gusci di conchiglie dai mille diversi colori, che bagnate dall’acqua, rilucevano sotto i raggi del sole è ora ricettacolo degli avanzi di plastica e di altri rifiuti che il mare porta a riva, subitamente raccolti e rimossi dai bagnini in una diuturna battaglia di sedicente pulizia della spiaggia. Questo dove ci sono i lidi; le spiagge libere, ridotte a scarni moncherini, su cui si ammassano le famiglie di quanti non possono o non vogliono sottostare all’imperante dominio della balneazione organizzata, restano preda di tutti i rifiuti che lì arrivano e si condensano in cumuli più o meno grandi.

La pineta, sospinta sempre più lontana, ridotta e impoverita dagli incendi che si sono succeduti negli anni, non è più meta di passeggiate dalle famigliole, non è neppure luogo romantico di incontri di giovani adolescenti che sperimentano primi intensi desideri e immaturi tentativi di appagamento, neppure più ricetto per la raccolta di pochi prodotti del sottobosco come asparagi, origano, malva. Malridotta e abbandonata è difficile ritrovare i vecchi sentieri che conducevano  a piccole casupole abitate da viandanti e pastori nomadi; i nuovi portano in radure sporche e puntellate di aghi e di siringhe, di merda e di vomito.

Rimpiangere ciò che abbiamo contribuito, volenti o nolenti, a determinare non solo è inutile, ma anche ipocrita. Avremmo voluto e dovuto agire diversamente per determinare condizioni di utilizzo migliori del territorio, promuoverlo, insieme alla possibilità della sua fruizione, in modo che fosse garantita una sua migliore e più adeguata tutela. Non l’abbiamo fatto e comunque non ci siamo riusciti.

Recriminare è inutile e stupido.

Forse la decrescita infelice, che tanto ci coinvolge, determinerà per forza di cose e non per scelta consapevole, uno scenario diverso. Chissà. Io preferirei contribuire a cercare soluzioni e a determinare azioni positive, piuttosto che subirle; ma non sempre si riesce a fare ciò che si vorrebbe.

Ad ogni modo anche quest’anno ritornerò in quel luogo di villeggiatura, a trascorrere le mie due settimane di ferie estive, con mia moglie e, forse, se si convinceranno, con le famiglie dei miei due figli.

E come sempre mi assalirà il ricordo del primo viaggio a S.Menaio, su un’auto presa a nolo, lungo la vecchia strada statale, che si inerpicava lungo le coste della montagna. Una strada stretta e tutta piena di curve, tante curve. La strada costeggiava le pendici del Gargano, saliva a Sannicandro Garganico e poi continuava a mezza costa guardando i due laghi dall’alto, per poi scendere progressivamente verso Carpino, Ischitella e Rodi, fino a raggiungere S.Menaio. Una strada che si incrociava caparbiamente con il tracciato della ferrovia, un’altra istituzione del luogo, un trenino piccolo, lento, che seguiva anch’esso un percorso tortuoso, a volte invisibile in mezzo agli alberi o nelle forre di una gola di montagna, per poi sbucare, dopo un estenuate e lungo percorso fino al mare.

Anche il trenino ha la sua storia. Inizialmente unica alternativa al viaggio con vecchie “corriere”, poi puntellato da politiche clientelari o di mera sopravvivenza che hanno impedito la trasformazione di questo mezzo di locomozione in alternativa reale al viaggio su gomme o ad un suo utilizzo turistico diverso, come accaduto in altre zone del nostro e di altri paesi. I tentativi di rivitalizzarlo hanno prodotto ben poco.

E noi tutti abbiamo preso a percorrere con disinvoltura e dispendio di risorse la nuova strada a scorrimento veloce che con maggiore rapidità conduce nei luoghi della villeggiatura.

Domani accenderò il fuoco nella mia fornacella (odio chiamarlo barbecue), sul balcone di casa e cucinerò un bel cefalo fresco, comperato sul posto.

Buone ferie a tutti !

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