Vigilanza democratica

Questo racconto fa parte della serie dedicata alle mie vicende di militante della sinistra e del Partito Comunista Italiano, nel quale mi distinsi, come mio solito, per l’impegno, la dedizione e la partecipazione costante ed attiva alla sua organizzazione e, più in generale alla battaglia e alle iniziative di progresso civile, politico e culturale.
Erano gli anni settanta, i famigerati anni settanta, l’Italia pervasa da tensioni politiche estreme, un clima di grande fermento e una situazione percorsa da pericolose tentazioni provenienti dalla estrema destra come dalla estrema sinistra. Gli anni della “tensione e della provocazione”; più che anni quasi due decenni segnati da grandi lotte, grande impegno politico, grandi movimenti di masse e di popolo, ma anche da attentati, stragi, sangue, morti, tentativi di colpo di stato, veri o presunti.
In questo racconto voglio ricordare una particolare occasione, l’arresto del generale Miceli nel 1974. Meglio vi voglio raccontare quale fu la mia esperienza, come vissi quella vicenda nella mia particolare e peculiare condizione di militante del Partito.
In verità, all’epoca non ero più un semplice militante. Avevo, nonostante la mia giovane età fatto esperienza nel movimento studentesco ed operaio, avevo partecipato a manifestazioni e cortei, ero entrato organicamente nel partito e dirigevo, in qualità di segretario, la sezione Togliatti del PCI, che aveva la sua sede in Corso Giannone.
Una sede importante, con numerosi iscritti, in una zona per metà ancora popolare e per metà di ceto medio. Corso Giannone era all’epoca, infatti, costituita in parte da vecchie abitazioni a due o massimo tre piani, abitate da piccoli commercianti, bottegai, operai; queste case avevano sul retro semplici costruzioni ad un piano, costruite intorno a cortili e vicoli, nelle quali abitavano frange di sottoproletariato urbano, reminiscenze di braccianti agricoli, venditori ambulanti di frutta e verdura, qualche carrettiere sopravvissuto. In questo tessuto urbano ed edilizio, si facevano largo, con prepotenza, gli insediamenti della speculazione urbana: grossi condomini che abbattevano le costruzioni esistenti e si protendevano in altezza per recuperare il maggior numero possibile di abitazioni da destinare ai nuovi ceti medi emergenti della città: impiegati dello stato, bancari, piccoli dirigenti.
Probabilmente fui scelto come segretario proprio per questa ragione: l’esperienza nei movimenti e nelle lotte operaie e studentesche degli anni sessanta, che si aprivano al confronto con i ceti medi urbani con i quali io, proveniente proprio da quella classe, potevo colloquiare in maniera più congeniale rispetto ai precedenti dirigenti che avevano difficoltà a misurarsi con quel tipo di realtà sociale. Erano gli anni in cui il PCI si misurava con i concetti di egemonia gramsciana e non più con quelli del partito come semplice (o semplicistica) avanguardia politica.
E i ceti medi erano intrinsecamente pervasi da una tensione profonda, indecisi tra la scelta progressiva determinata dal tumultuoso sviluppo che conteneva l’ansia di cambiamento e di progresso (e quindi tendeva decisamente verso sinistra), e l’ancoraggio al conservatorismo più bieco e deleterio, a sostanziale difesa dei privilegi già acquisiti.
La notizia dell’arresto del generale Miceli, cadde in quella situazione, in un crogiolo di tensioni e di contraddizioni inespresse che però procedevano nella carne viva del conflitto sociale in corso.
Vale la pena ricordare brevemente che il generale Miceli, allora capo del SID, il potente Servizio Informativo della Difesa, in pratica i servizi segreti italiani, venne arrestato perché sospettato di organizzare un tentativo di colpo di stato in collegamento con le trame nere che sconvolgevano il paese in quegli anni, tra attentati, depistaggi e favoreggiamenti di vario genere.
L’allarme fu grande. Il partito si mobilitò con grande rapidità e chiamò alla “vigilanza democratica”. Questa la parola d’ordine riportata sul giornale di partito, questa la risposta dei dirigenti nazionali di partito intervistati dalla televisione nazionale, questo l’indicazione politica fornita dalla segreteria nella riunione del Comitato Federale convocato in tutta fretta. Ma alla domanda di cosa fosse la “vigilanza democratica”, cosa si intendesse con quelle due parole, la risposta erano gli sguardi muti dei dirigenti di federazione, accompagnati da un prolungato silenzio e dal serrarsi delle labbra.
Finalmente arrivò una indicazione più precisa: andate nelle sezioni e presidiatele. Questo sì che sapevo farlo. I compagni più fidati, in gran parte giovani della mia stessa età, erano già in attesa o furono chiamati in gran fretta con rapide telefonate o direttamente a casa loro. La bandiera della sezione esposta fuori in bella evidenza a proclamare la nostra vigile presenza a difesa dell’ordine democratico, sospeso il gioco delle carte e il consumo di bevande, un piccolo gruppo di noi fuori dalla sezione a fare volantinaggio e un gruppo poco più numeroso dentro, con qualche bastone e qualche martello da carpentiere.
Ben misera difesa se avessimo dovuto opporci alle armi di militari organizzati per la realizzazione di un colpo di stato. Questa preoccupazione la feci presente al responsabile di federazione che venne a farci visita nel pomeriggio. A queste perplessità rispose con un laconico: “Ci abbiamo già pensato noi”. E a sera, le luci della sezione accese e la porta spalancata, ancora una volta per dare plastica dimostrazione della nostra “vigilanza democratica”, si presentò la risposta concreta alla mia domanda.
Sulla strada davanti alla sezione si fermò un furgone ed un’auto da cui scesero una decina di persone: erano i compagni di un comune della provincia giunti a dare manforte. Erano guidati da un omone alto due metri, grosso e nerboruto. Era Giovanni, detto Giovannone, reggeva una damigiana di venti litri di vino, mentre gli altri portavano pagnotte di pane e abbondante companatico: salumi e formaggi. Se avessero altro con loro non so e non lo chiesi.
Giovanni e i suoi poggiarono le vettovaglie, dettero una rapida occhiata alla stanze della sezione, apprezzarono con sguardi muti la porta sul retro che dava sul cortile e sui vicoli posteriori, sistemarono i tavoli e le sedie lungo le pareti lasciando ampio spazio al centro; poi Giovanni mi disse: “Adesso voi andate a casa e non preoccupatevi, ci vediamo domattina; la bandiera lasciatela fuori”.
Io dissi che qualcuno di noi voleva rimanere presente, che avevamo voglia di misurarci anche noi con le esigenze e le necessità del momento, che non volevamo tirarci indietro rispetto ad un passaggio difficile ed importante della vita del partito, insomma che non avevamo paura.
Giovannone mi prese sottobraccio e mi portò amichevolmente fuori dalla sezione e mi disse: “Tu sei il segretario, convinci i tuoi ad andare a casa; noi sappiamo cosa fare se succede qualcosa. Voi dovete tornare domani a fare il lavoro politico”. Parole semplici, chiare. Non ammettevano replica, ma al contempo illuminavano con chiarezza ed estrema linearità ciò che bisognava fare, ciò che il partito voleva e ciò che era necessario fare.
Fortunatamente non accadde nulla, il tentativo di colpo di stato evaporò nel vuoto assoluto, le vicende giudiziarie si prolungarono per anni (ed inutilmente) sulla vicenda Miceli; Giovannone e i suoi al mattino tornarono al loro paese e alle loro attività quotidiane, noi continuammo nel lavoro politico. Tutto si disperse progressivamente nel magma voluttuoso della maggioranza silenziosa che avrebbe ingerito, senza nulla evacuare, ben altri momenti di tensione, di violenza, di disperazione e di rabbia nel/del nostro paese.

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