La diffusione de “L’Unità”

Da alcuni giorni, settimane ormai, la testata de L’Unità non occhieggia più tra quelle dei quotidiani in vendita. Ha cessato le sue pubblicazioni.
Avevo smesso da tempo di comprare e di leggere questo giornale. Distanze politiche sempre più marcate, differenziazioni sempre maggiori, varchi sempre più larghi con le opinioni e la linea editoriale (ma soprattutto con la linea del partito che ne ispirava l’identità), mi hanno portato sempre più lontano dalle sue posizioni e dalla voglia di leggerlo e di acquistarlo.
Ma il mio rapporto con il giornale fondato da Antonio Gramsci, è sempre rimasto un vincolo di natura quasi viscerale. Se posso fare un paragone (e vi assicuro che non esagero), è lo stesso rapporto che un normale individuo della mia generazione ha con il suo primo amore, con la sua prima donna: quella incontrata sui banchi della prima liceo di un qualsiasi istituto statale. L’amore prima dichiarato nei sogni e nella immaginazione, poi scritto su biglietti di carta (la definizione “pizzini” è molto recente e legata a fatti di mafia che non c’entrano nulla con la storia della mia personale memoria). Biglietti che venivano passati di mano in mano e di banco in banco prima di giungere a destinazione. Amore fatto di sguardi, di occhiate, di sorrisi, di lunghe telefonate fatte a bassa voce dal telefono di casa (anche i cellulari ancora non esistevano), durante le quali si parlava di tutto, o si taceva semplicemente, a lungo. Amore fatto di fuggevoli incontri, nelle strade meno frequentate, per timore che i suoi genitori potessero vederci; è poi di lunghi abbracci, di baci furtivi e veloci, nei coni d’ombra delle medesime strade. Solo più tardi, e con il maturare degli anni e della frequentazione, i primi “palpamenti”, gli abbracci più insistenti, i corpi che si toccavano sempre più in profondità sui sedili posteriori di qualche auto, se non nell’atrio di qualche portone. E soltanto dopo anni di questa incredibile e lunga odissea (nel senso di lunga proprio come il viaggio di Ulisse per rientrare alla sua casa), un rapporto completo, maturo.
Più che una esperienza emotiva, una esperienza di vita, anzi un pezzo di vita, meglio ancora un pezzo del proprio corpo, della propria carne che è cresciuta con noi, insieme a noi, che è stata parte di noi e del nostro stesso corpo, della nostra evoluzione emotiva, del nostro crescere più intenso e profondo.
E poi, come accade nella maggioranza dei casi, il primo amore si abbandona, viene superato per altre esperienze, forse più mature, più stabili, ma certamente non più vivide del primo. Che rimane lì, quale pietra miliare fondamentale, come una runa scolpita nella pietra, mentre altre e più vivaci esperienze (il matrimonio, i figli, i nipoti) arricchiscono il verde giardino della nostra vita.
Non ridete. Plasticamente vi ho descritto il parco di Uppsala, l’antica capitale della Svezia: alberi secolari, una natura lussureggiante, giardini verdeggianti tra i quali spiccano, a perenne ricordo del passato, grandi massi con iscrizioni runiche.
Beh, senza inutili esagerazioni, al di fuori di ogni metafora e senza superficiale retorica, è questo il rapporto che mi lega a quel giornale, e lo dichiaro proprio ora che quella esperienza non è più (in edicola).
Bene, seppure ampiamente trascorso e superato, il legame con l’Unità, con quel giornale, anzi con “il” giornale, lo sento proprio allo stesso modo.
Ho cominciato a conoscere L’Unità leggendola a Luigi Conte, apprezzato dirigente del PCI, il quale aveva da poco subito un intervento agli occhi. Non potendo leggere personalmente, la Federazione gli aveva affidato un giovane ancora imberbe (io), per leggergli il giornale. Io, dunque leggevo, ma lui mi ha insegnato a leggere un giornale: gli articoli di fondo, l’editoriale, il pezzo di spalla, la mitica “terza pagina”(ormai non esiste più in nessun quotidiano); mi ha insegnato termini come titolo, occhiello e via discorrendo. Ho “imparato” a leggere un giornale e, debbo dire, ciò mi è tornato di grande utilità anche successivamente.
Poi ci sono stati gli episodi buffi, quando con altri amici, al fine di raccattare simpatie da qualche compagna, facevamo a gara a leggere il giornale, per essere i primi, e di buon mattino a fornire le notizie più aggiornate e i commenti più interessanti. All’epoca, anche questo era utile per ottenere le grazie dell’altro sesso.
E poi le diffusioni domenicali o delle edizioni straordinarie. La diffusione dell’Unità è entrata nella storia. C’era chi si organizzava scientificamente con gli elenchi degli iscritti e dei simpatizzanti e ogni domenica mattina faceva il giro delle abitazioni, a volte ad orari indecenti, per vendere le copie che gli erano state affidate. C’era chi preferiva fare la diffusione per strada, vendendo il giornale ai passanti, cercando di interessarli con brevi commenti sulle notizie del giorno. Ognuno aveva il proprio metodo: mitica una compagna della mia sezione che riusciva a vendere decine di copie con uno splendido sbattere di ciglia che curava specificamente ed in modo particolare per la mattina della domenica quando c’era la diffusione del giornale.
I pacchi di giornali arrivavano in sezione e noi, organizzati per tempo, prendevamo le nostre copie e partivamo per la “diffusione”. Il segretario della sezione, o un altro compagno di fiducia, segnava i nomi e il numero delle copie prese, faceva un elenco e, al ritorno, prima dell’ora di pranzo, spuntava l’elenco e raccoglieva i soldi delle vendite da consegnare poi in federazione.
Ovviamente si faceva a gara a chi vendeva più copie, chi era più bravo, chi riusciva a portare i migliori risultati. Era un impegno ed un divertimento insieme. Era un modo di far politica, di diffondere le posizioni del partito (si diceva “la linea” del partito), ma anche un modo di stare insieme, di affermare la propria identità, la propria scelta e la propria collocazione politica. Non c’era, allora, molta distinzione tra la persona come individuo e la sua militanza politica, almeno tra quelli, come noi, maggiormente “impegnati”.
Ovviamente se qualcuno di noi si trovava fuori città per impegni personali, o per le ferie o per altri impegni, era d’obbligo prendere contatti immediati con la sezione del posto e dare la propria disponibilità per la diffusione domenicale del giornale. Ricordo una giornata a Milano, nevicava, io mi trovavo lì, in Bovisa e dovemmo attraversare un grande parco, con venti centimetri di neve, per andare a fare la diffusione a Quarto Oggiaro. Non ero certo attrezzato per quella evenienza e tornai a casa con le scarpe e i pantaloni bagnati, fradici della neve che mi aveva inzuppato fino alle ossa.
Era anche un modo di sfidare il perbenismo che ci circondava, di affermare le nostre convinzioni e le nostre scelte. Il giornale piegato, con la testata bene in evidenza; nei periodi freddi infilato nella tasca dell’eskimo, nella bella stagione infilata nella tasca posteriore dei jeans, non doveva mai mancare: era una parte dell’abbigliamento, un ornamento, un fregio, un vanto.
Le Feste de l’Unità, sono poi un argomento a parte, sulle quali ho già raccontato alcune esperienze e delle quali parlerò ancora; qui solo per accennare al fatto che costituivano una ulteriore occasione per sottolineare l’importanza e il valore di un giornale, che era una vera e propria scelta di campo, una forma di “globalizzazione” identitaria, un valore “ante litteram”.
Forse anche per questa ragione, per il venir meno cioè proprio di questi elementi fondativi e fondanti, è giusto che il giornale, che l’Unità, abbia cessato le sue pubblicazioni; lo dico ovviamente con grande amarezza. E’ cambiata un’epoca, è cambiato il mondo.
Ma la fenice, mito della ricerca e della conoscenza che supera ogni ostacolo, dalle sue ceneri risorge.

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