Onirico (3)

Ed eccoci ad un altro sogno. Sogno strano. Nel grande parco di una villa (sembra una di quelle ville inglesi, con un grande prato prospiciente la grande casa padronale), sono apparecchiati due tavoli. Sono apparecchiati riccamente per un pranzo: piatti, posate, bicchieri, ecc. Seduto ai tavoli un uomo, che sembra più un maggiordomo per l’abbigliamento, e già mastica qualcosa; più lontano, su un sedile, una donna. La donna indossa un lungo e leggero abito e in testa un cappello a larghe falde: è l’amante del padrone di casa. Lui, il padrone di casa, il marito, chiunque sia, ha cucinato e sta servendo in tavola. La moglie è in piedi vicino ai due tavoli apparecchiati; si intuisce che è nervosa, non le piace quella situazione. Il marito, tranquillo, continua a servire in tavola (tra le pietanze vedo distintamente in primo piano una allettante frittura di carciofi). Alla fine la moglie fa sedere a tavola l’amante del marito. Lei rimane ancora in piedi, adesso non sembra più nervosa e preoccupata; il marito, invece adesso è preso in contropiede da ciò che sta accadendo …. È un po’ stranito dalla situazione.
Ed io mi sveglio.
Mi assopisco sul divano; più che sogni, sono frammenti di immagini. Una donna vestita anni ’50-‘60, con quei vestiti ampi a campana e il corpetto aderente e stretto in vita, il tessuto di quei colori vividi a fiorellini (o comunque con piccoli disegnini); i capelli scuri a caschetto e con la frangetta incorniciano l’ovale del volto. Un volto con due, tre, tanti occhi, tutti uguali, tutti perfettamente tondi, circolari; ognuno contiene un piccolo disegno colorato all’interno, i disegni sono tutti diversi l’uno dall’altro. Poi il mio sguardo si sposta leggermente verso l’alto e vedo tante giacche scure, allineate, appese alle grucce in file ordinate parallele, sono tante, tante giacche, appese su tante, tante file, una lunga distesa….
Mi svegliano, devo andare.
Di nuovo sul divano; vedo tutto attraverso una rete, mi sembra una retina di quelle che si mettono alle finestre o ai balconi contro le zanzare ed altri fastidiosi insetti. Due ragazze si baciano, hanno entrambe i capelli neri, il volto ovale, chiaro. Spiccano invece gli occhi, segnati da un trucco molto pesante.
Ma siamo già al sogno di un sonnellino pomeridiano. Più che un sogno, anche questa volta, si tratta di brani, pezzi ricordati di una trama che sembra più un brutto film dell’orrore. Peraltro i film dell’orrore non mi piacciono, con la sola eccezione di quelli di Mario Bava (ma sono più del terrore, che dell’orrore). Ma torniamo al sogno. Un uomo è in prigione, una di quelle prigioni “all’americana”, con tre pareti di mattoni e una, frontale, tutta di sbarre. Una donna, una ragazza è davanti alle sbarre; lui si avvicina, non può toccarla (forse ha le mani e le braccia legate); si avvicina, l’annusa piano, lentamente dall’alto verso il basso percorre con il solo olfatto l’intera figura della ragazza. Negli occhi dell’uomo non c’è alcuna voluttà, nessuna sensualità, sembra solo un comportamento animalesco, ferino. Tuttavia all’improvviso la scena si anima quando l’uomo giunge al livello del ventre della ragazza; l’uomo non si muove, non si avvicina ulteriormente, ma è come se il suo olfatto si materializzasse e, attraversando una dimensione di spazio e tempo, giungesse al momento del primo rapporto sessuale della ragazza, un momento di violenza e di dolore che lei ha vissuto anni prima, vittima di un altro uomo (probabilmente un suo docente), che ha abusato di lei. L’uomo in cella, attraversando questa dimensione spazio-temporale, raggiunge quel momento e quel luogo di violenza; sul pavimento è caduto il sangue della perduta verginità della ragazza e l’uomo l’assapora con lo sguardo e la lingua; poi, subitaneamente, con un sorriso che sembra quello di Jack Nicholson ormai assorbito dalla follia in una delle scene di Shining, diventa libero.
Mi sveglio e sono preoccupato dal fatto che non sono minimamente spaventato dalle immagini che la mia mente ha prodotto.
Questo avviene in una notte d’estate, un po’ sotto la spinta dell’angosciata insonnia che mi prende alle quattro del mattino, un po’ perché il giorno prima “ho mangiato pesante” e né il cefalo arrostito sulla brace, né la pizza con due birre da tre quarti la sera, hanno contribuito alla sobrietà del sonno. Del sogno ricordo anzitutto una donna, abbastanza giovane, molto vitale che si allontana a bordo di una grossa moto di colore argento e nero, dalle cromature splendenti in una luce tersa che procede verso l’imbrunire. Lei è di spalle, ovviamente vestita di nero, in un aderente (immagino, ma non vedo) completo nero da motociclista. Intuisco che chiude la lampo della giacca e si volta per uno sguardo verso di noi. Più che dagli occhi, parzialmente celati dalla visiera del caso, intuisco dal suo sorriso che è calma, serena, quasi felice. E’ un attimo, si gira e parte lentamente allontanandosi da noi. A vederla partire siamo infatti in due: io ed MS, mio mentore e “capo” nel partito e nel sindacato, tanti e tanti anni fa. La vediamo partire, ci guardiamo, silenziosi. I nostri profili (a te quarti), si stagliano su un cielo limpido e sereno.
Questa immagine mi rimane nella mente e si accavalla con un’altra sequenza che non riesco a ricordare se nel sogno venga prima o dopo dell’altra. Siamo sempre io e MS, seduti ad un tavolo. Sembra la stanza di una riunione, di fronte a noi immagino ci siano una ventina di persone sedute su delle panche. Particolare che mi viene subito in mente è che le panche sono nuove, in legno chiaro; per il resto non vedo le persone, né i loro volti: sono concentrato sui fogli che ho davanti e ascolto quello che dice il mio mentore. Sui fogli sono stampate delle tabelle, nomi e cognomi cui corrispondono delle valutazioni; leggo la mia: 109, non so a cosa corrisponda, capisco che ci troviamo in un momento di valutazione, in una sede di giudizio. Potrebbe essere ugualmente la piccola aula di un seminario di studi, o l’occasione di una valutazione del potenziale. Il mio mentore corregge alcuni voti che sono scritti sulla tabella, modificandone il totale, però dice che la scala di valori lo convince e pertanto non va modificata. Io gli sussurro che con le modifiche da lui apportate, la scala di valori viene modificata e quindi lui, dopo avermi ascoltato, ad alta voce, comunica al pubblico presente che una piccola commissione (io e lui), avremmo lavorato nella notte alla stesura definitiva della graduatoria e al mattino successivo ne avremmo comunicato i risultati.
Del sogno non ricordo altro se non vividamente, il tavolo con tutti i fogli sparsi sul suo piano. Fogli bianchi, il cui immacolato candore è coperto, senza esserne infranto, dalle tabelle relative alle valutazioni.
Pomeriggio sul divano. Mi “appapagno” brevemente ed ecco un sogno rapido.
Una piazza, ampia, ma non grandissima, sembra quella davanti alla scuola media De Santis; il mio sguardo è su un lato della piazza, quindi la vedo tutta. Intorno a me una folla di ragazzini festosi ed urlanti che corrono, allontanandosi da me. Volano per aria pezzi di carta. Banconote ? No, sono dei fogli rettangolari, sembrano dei fac-simile di banconote, ma l’importante è che volino, “fanno allegria”, festa, gioco, divertimento. Mentre la folla di bambini continua a gridare e a correre.
Altro sogno breve. Il pulviscolo luminoso si distingue su uno sfondo nero di pece, scuro, piatto ed infinito; adesso il pulviscolo sembra diventata una retina a maglie strette, del tipo di quelle che si mettono alle finestre per impedire alle zanzare e agli altri insetti di entrare. Lo sfondo è diventato più chiaro e luminoso, la rete più fitta. Io vedo la retina, ma sento su di me lo sguardo di altri occhi, tanti occhi, decine di occhi che mi circondano, che sono intorno a me.
Ancora una volta sono sveglio.

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