Dino Frisullo

In questo scritto vi racconto di come ho conosciuto Dino. Una occasione semplice e per certi versi divertente, niente di eroico o di sublime, solo una normale occasione di incontro. Solo un breve, brevissimo periodo di vita trascorsa insieme serenamente e con tranquillità, come dovrebbe essere per tutti, come dovrebbe essere anche per tutte quelle persone, a favore delle quali Dino si è battuto nel corso della sua pur breve vita.
Non voglio insomma raccontarvi la vita di Dino Frisullo, le cronache ve le potranno narrare con dovizia di particolari, e ci sono anche articoli, resoconti e libri (cito soltanto di Matteo Pucciarelli “Gli ultimi mohicani, una storia di Democrazia Proletaria”, Roma, 2011), che lo potrebbero fare meglio e più compiutamente di me, che ho seguito la sua vita e la sua attività attraverso le informazioni giornalistiche e le cronache (sempre poche in verità), che raccontavano del suo impegno, della sua lotta, del suo fare quotidiano e continuo per battaglie difficili e dure, per le quali, molto spesso era difficile vedere la possibilità di un esito positivo.
Ma Dino non era preoccupato dal successo, dalla soddisfazione della vittoria, dal raggiungimento dell’obbiettivo; egli sentiva, e profondamente, le sofferenze, l’ingiustizia, l’oppressione, la sopraffazione che in questo mondo sono ben lungi dall’essere superate e sorpassate, anche ora che un nero è arrivato a fare il presidente degli Stati Uniti d’America. Perché non basta fare una legge che abolisce la schiavitù per eliminare la schiavitù dal mondo; non basta fare una Corte Internazionale per i Diritti Umani per eliminare le ineguaglianze, i soprusi e dare diritti a persone, genti, popoli che da anni diritti non ne hanno alcuno.
Perché le leggi, i legislatori, le corti di giustizia, nazionali o sovranazionali che siano, rispondono sempre, solo e soltanto ad una logica: quella di chi governa, quella di chi ha più forza, che detiene la supremazia a livello nazionale e sovranazionale, a livello mondiale.
Per questa ragione Dino ha imbracciato con subitaneo impegno la lotta per la libertà della Palestina, quella a favore dei migranti e quella per la libertà del popolo curdo (insieme alle lotte per la pace e per la smilitarizzazione del territorio). Tutte battaglie difficili, che pretendono impegno di lunga lena e attività di lunga durata, confronti pieni di contraddizioni anche all’interno di un fronte democratico e progressista, che spesso cita ed afferma obbiettivi di questo genere, ma che nel concreto non si sa sottrarre ai pesanti condizionamenti dell’economia e della politica internazionale-
Così magari è certamente possibile trovare persone che sostengono una Palestina libera, ma che non guardano se i pompelmi, o i datteri, o la frutta che comperano arrivano dalle terre espropriate ai palestinesi. Trovi anche gli alleati per inneggiare all’autonomia del popolo curdo, ma tutto diventa più complicato quando si tratta di avere per le mani una patata bollente che porta il nome di Ocalan.
Dino è andato a sventolare la bandiera palestinese sotto la sede della presidenza della repubblica israeliana, ha organizzato manifestazioni contro la presenza degli stand espositivi alla Fiera del Levante a Bari, ha organizzato le manifestazioni in memoria di Jerry Masslo (ve lo ricordate ?), ha organizzato manifestazioni antirazziste a favore dei lavoratori immigrati. E’ andato in Turchia, nel Kurdistan, a sostenere le lotte del popolo curdo, per la loro autonomia, è stato arrestato ed è stato nelle carceri turche per questa ragione.
E in quegli anni, guarda caso, i curdi, la loro lotta per l’autonomia, per l’indipendenza della regione, per uno stato curdo erano fumo negli occhi per le potenze occidentali, per la mitica europa che oggi spavaldamente (e meschinamente) regala loro le armi perché combattano per loro conto altri nemici: quelli dell’Isis; il tutto, come sempre, con la protervia di chi fa combattere altri per proprio conto, per propri interessi, per salvaguardare il proprio benessere, o, come si sente dire ipocritamente per “la democrazia”.
Dino a questi calcoli era del tutto estraneo, era semplice, immediato, spontaneo. Era una bella persona.
Ma l’ho fatta troppo lunga. Veniamo nella banalità del mio racconto, alla mia conoscenza di Dino Frisullo.
Ci siamo conosciuti al mare, un’estate, durante una villeggiatura. Sì, niente di romantico, di avventuroso, di rocambolesco, ve l’ho detto; una normale semplice conoscenza estiva di due ragazzi che si incontrano in una località di mare, a San Menaio, frazione di Vico del Gargano, durante le vacanze. Non eravamo ancora maggiorenni, all’epoca.
Erano anni di impegno e di militanza e, anche se le abitudini e le convenzioni non ci permettevano ancora di liberarci dall’ancoraggio alle nostre famiglie durante il periodo delle ferie, eravamo presi dalla voglia di fare, dal desiderio di operare, dalla volontà di cambiare, di cambiare il mondo.
Per conoscerci non ci mettemmo molto: bastava l’atteggiamento, il modo di comportarci, le barbe incolte e i capelli lunghi. A questo aggiungete poche frasi di circostanza e il più era fatto.
Anche le diverse appartenenze alla variegata nebulosa delle organizzazioni di sinistra contavano poco in quel frangente, in un luogo dove c’era spiaggia, ombrelloni, mare e non certo sedi di circoli e di organizzazioni politiche.
E la “rivoluzione” non andava in vacanza ! Ma che fare ? Cosa organizzare in quel luogo ameno, meta della piccola e media borghesia urbana che protendeva le sue spirali di progressiva “crescita” economica e sociale, e insieme le sue ambizioni di educato perbenismo nei confronti delle istituzioni ?
La decisione fu presa in fretta: una affissione di manifesti che rendesse evidente come anche lì, anche d’estate le idee di cambiamento e di rinnovamento del paese, del mondo non andavano in vacanza.
Già. Una affissione. E dove fare i manifesti ? Dove stamparli ? Timide prese di contatto con la sezione del PCI a Vico Garganico, ci fecero presto desistere. Non avevamo contatti, né collegamenti con simpatizzanti sicuramente presenti, ma a noi misconosciuti. Trovammo una tipografia, ma alla prima richiesta di preventivo capimmo subito che non avevamo le necessarie risorse finanziarie, neanche a farci anticipare dalle nostre famiglie le “paghette” dell’intera estate.
Così facemmo da noi. Non mi ricordo con quale scusa recuperammo dalla sede della CGIL di Vico alcuni vecchi manifesti; con i pennarelli comprati nella edicola-cartoleria-libreria del paese scrivemmo i nostri slogan dietro i manifesti, sulla parte bianca per capirci. Una scatola di colla, un secchio e una scopa trafugati dalle nostre abitazioni.
Poi sul lungomare, aspettando il diradarsi del passeggio, l’allontanamento degli ultimi gruppi di ragazzi che tornavano alle proprie case (in proprietà o in fitto), il rientro delle ultime coppiette che si disputavano gli ultimi baci prima di andare a dormire.
Aspettando e, ovviamente, fumando.
Non ricordo assolutamente che cosa scrivessimo su quei manifesti, né qual era l’oggetto, il messaggio di quei manifesti.
Ma avevamo dato il nostro contributo alla “rivoluzione”. Anche lì. Al mare. D’estate. In villeggiatura.

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