Oriente e Occidente

E’ difficile ragionare oggi, mentre i network di ogni genere trasmettono le brutali e vergognose immagini degli sgozzamenti di inermi cittadini (occidentali e orientali), delle diverse ragioni in campo e quindi delle reali possibilità di “appianare” conflitti in atto e, addirittura, invertire quei pericolosi processi in corso, che qualcuno autorevolmente ha definito come terza guerra mondiale. Ancor più difficile rilanciare in queste ore e tra queste contraddizioni un processo di relazioni alternative all’interno del bacino mediterraneo.
Eppure, proprio per la cogenza degli avvenimenti, ciò diventa una urgenza e, comunque un tema da mettere all’ordine del giorno, proprio e soprattutto per quanti si “sentono” parte di uno schieramento progressista e di sinistra.
Anzitutto diventa necessario fermarsi sul termine ragionare.
Prenderò qui in prestito un passo di un vecchio lavoro (ma pur sempre attuale) di Franco Cassano. “L’ occidente dovrebbe smettere di guardare con un orrore comodo e superbo alla barbarie del fondamentalismo, del nazionalismo e dell’economia criminale e tentare di combatterli iniziando con il controllare il proprio fondamentalismo, quello dell’economia. (…). Prendere atto del lato oscuro ed aggressivo della propria cultura significa finalmente uscire dall’etnocentrismo. (…). Se ogni cultura prendesse atto del proprio lato oscuro, di quei frutti avvelenati che essa produce, si potrebbe iniziare a parlare. Finchè gli nomine prodotti dalle altre culture saranno considerati soltanto stadi intermedi sulla via del raggiungimento dell’ homo currens sarà perfettamente normale che i perdenti non accettino di stringere la mano a coloro che hanno imposto il gioco nel quale vincono sempre”. (F.Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, Roma-Bari, 1966).
Laddove l’ homo currens, sia detto in estrema sintesi e con grande approssimazione, ed anche a rischio di una rozza semplificazione,è l’individuo operante in una società dominata dal liberismo e dai dettami dell’attuale fase dell’economia capitalista.
Chiarito quindi in che termini utilizzare il concetto di “ragionare”, appaiono nella loro più completa ed ampia crudezza le posizioni assunte recentemente in sede Onu,e, prima ancora Nato, con la proposta di una grande alleanza contro il nuovo, pericoloso protendersi delle minacce dell’Isis.
In questo quadro risulta illuminante la “cronaca” di Thierry Meyssan, sulla nascita e l’evoluzione dell’ “Emirato Islamico”, articolo ben documentato e riportato sul sito di SEM – Sinistra Euro Mediterranea (www.sinistraeuromediterranea.it); a questo articolo rimando direttamente al fine di non effettuare ulteriori deviazioni rispetto all’obbiettivo di questo scritto.
Che questo “nuovo” conflitto non sia relegabile al “lontano oriente”, lo conferma il recentissimo sgozzamento dell’alpinista francese (Gourdel si chiamava, se non erro) in algeria, ma soprattutto il fatto che, guarda caso e ancora una volta, queste guerre si muovano intorno ed hanno per centro grandi interessi economici e vitali, e inoltre coinvolgano le nostre aree in termini di relazioni economiche importanti e significative: il petrolio anzitutto, ma anche l’uranio arricchito e, non dimenticate mai, il potere del nucleare oggi nelle mani di israele che tende da sempre a destabilizzare l’intera regione puntando oggi a chiudere definitivamente (tradurre con far scomparire del tutto) la palestina e insediare un altro governo fantoccio in Siria.
Ma soprattutto questo conflitto ci riguarda perché mette in evidenza e all’ordine del giorno una questione assai più importante e cioè la lotta per il controllo di risorse e la riproposizione di un modello di sviluppo planetario (quello liberistico imposto dal capitalismo finanziario a livello globale). Una lotta che non prevede il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni e dei popoli, non prevede alcuna istanza di “libertà” e di democrazia, allo stesso modo come non prevede alcuna possibilità di miglioramento, di crescita e di “sviluppo” delle aree marginalizzate, delle masse precarizzate, delle “sacche” di sottosviluppo che esistono su queste altre sponde del mediterraneo, in Italia, in Spagna, in Grecia e persino (ormai) anche in Francia.
Queste guerre, questa guerra, è con palmare evidenza speculare alle tracce di mancato decollo delle economie del sud dell’europa, di quei paesi (i famosi PIGS, ve li ricordate ?) che non hanno “saputo” stare al passo con i “processi evolutivi” dettati dalla logica imperante della troika.
L’impossibilità reale (che, intendo dire, è alla basa dei fatti) di arrivare a condizioni comuni in cui tutti (paesi e popoli della terra), raggiungano una salvifica condizione di benessere e pari condizioni di vita, come una immagine salvifica e illuminata del liberismo vorrebbe far sognare, anzi l’immagine illusoria che esso (il liberismo dominante) propaganda strombazzando ai quattro venti che il suo progresso ( a livello planetario) si traduce in progresso, crescita e miglioramento per tutti, è antitetico alla sua stessa natura e, per sua natura, genera il conflitto, lo scontro, la guerra.
Non paia forzato questo accostamento.
Un mio amico mi ha “passato” un interessante intervento di Giuseppe Allegri (ricercatore universitario) sulla recente pubblicazione di un libro di Christophe Guilly (“La France periferique. Comment on a sacrifiè les classes populaires”). Tralasciando altri aspetti che intendo trattare in scritti successivi, mi limito a riportare alcuni brani che mi paiono significativi.
“Da una parte i pochi, grandi centri metropolitani (…). Dall’altra la periferica marginalità in cui vivono milioni di persone che subiscono il lato più oscuro del capitalismo finanziario globale. Così nelle metropoli francesi si concentrano i vincitori della mondializzazione, mentre nelle periferie (delle metropoli, come della “nazione”) vengono relegati gli sconfitti, i dannati del progresso”.
Troppo facile stabilire similitudini tra questa “descrizione” e la situazione greca, spagnola e italiana (soprattutto nel mezzogiorno).
Questo in medio oriente, sulle sponde del nord-africa e nel mezzogiorno d’europa. In altre parole nel mediterraneo, quel fondamentale punto di congiunzione tra culture, economie e società che in un passato non troppo remoto, hanno saputo costruire elementi e momenti assai alti ed importanti di livelli economici, sociali e politici. (E che potrebbe tornarlo ad essere, modificando, ovviamente, i modelli di riferimento).
Una ipotesi di alternativa, insomma, non per lo sviluppo (che credo assurdo e impensabile continuare a perseguire), ma allo sviluppo, inteso come modello economico dominante.
Mi rendo perfettamente conto che in queste brevi note mancano molti “puntini” di congiunzione per delineare un disegno ancorchè incompleto. Né mi illudo di poterlo fare con le mie sole forze, o con la possibilità delle mie limitate capacità.
Intanto sarebbe interessante indagare (tenterò di cercare materiali in tal senso) su quali siano i livelli di interscambio economico (e non solo) a livello di area mediterranea. Con qual soggetti, finalità, articolazioni e valori.
E poi, nel grigiore generale della situazione attuale (esiste una proposta alternativa, esiste una sinistra, di cosa discute e quali sono le ipotesi in campo, esistono movimenti in atto ?) seppure a macchia di leopardo ci sono iniziative e interventi di qualche interesse. Anche su questo ho intenzione di indagare e rendere conto, seppure con gli approssimativi mezzi a mia disposizione.

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