La Cappella Sansevero

Ogni volta che mi avvicino a Napoli sono pervaso da una sensazione di disagio. Ho provato a comprenderne le ragioni e penso che questo mio stato, questa condizione, derivi dal misto di timore e stupore che mi procura il trovarmi in questa città.
Il timore credo derivi essenzialmente dall’immaginario collettivo che dipinge la città di napoli come “pericolosa”, luogo di scippi e rapine, se non di atti ed eventi ancor più gravi e luttuosi, dove si spara con facilità; ma anche dall’attraversare luoghi nei quali è palpabile un degrado progressivo, una “sporcizia” diffusa, un “decoro” urbano inesistente, un palpabile sovraffollamento di auto, motori, persone.
Lo stupore deriva dal fatto che in un luogo come questo, emerga una presenza altrettanto diffusa di luoghi e di “momenti” artistici di elevata qualità, quasi un reticolo di meravigliose opere d’arte, di cultura e di ingegno umano, che si contrappongono e insieme si sovrappongono, si intersecano, si “mischiano” con quel tessuto urbano del quale parlavo prima.
Strana città quella di Napoli. E’ l’unica grande città che conosca, dove il centro cittadino non è stato aperto e sventrato dalle ruspe della speculazione, dove agli antichi insediamenti non si è sostituito l’aggressiva e dirompente stupidità dei ceti emergenti, dove l’antropologia umana non ha trovato una netta separazione tra case, palazzi e quartieri.
Ma a ben guardare non è un coacervo diffuso e confuso: esiste una progressiva stratificazione, storica, sociale e antropica nel centro, nel ventre di questa città. Una progressione nella quale il “nuovo” non caccia il vecchio preesistente, ma si sovrappone ad esso. Probabilmente non ne so abbastanza, ed il mio è solo un approccio dilettantesco, ma questa è l’impressione che ne ricavo, ogni volta che visito Napoli.
Una palpabile conferma di questa mia sensazione è San Lorenzo Maggiore. Qui è possibile visitare e quindi verificare effettivamente come al primigenio insediamento ellenistico (resti di una monumentale opera idraulica), si sia integrata e sovrapposta una vasta area di botteghe commerciali ed artigianali di epoca romana; per dar luogo successivamente a costruzioni tardo antiche e medievali, cui è succeduto l’impianto della prima chiesa (VI sec. D.c.), ricostruita successivamente dai d’Angiò e poi ancora rimaneggiata in stile barocco, arricchendosi progressivamente di affreschi trecenteschi, di bassorilievi cinquecenteschi, di statue e ornamenti settecenteschi. Tutte queste fasi sono chiaramente visibili nel loro intrecciarsi ed integrarsi nel corso di una visita a questo importante complesso monumentale.
Vale solo annotare, giusto per un vezzo di romanticismo, che in questa chiesa Boccaccio conobbe la Fiammetta della sua Elegia.
E’ in questa città, stratificata e multiforme, si incontrano vere perle di arte, cultura, scienza e conoscenza.
In altra occasione ho parlato dell’Ercole Farnese, oggi vorrei raccontarvi della Cappella Sansevero. Una piccola cappella gentilizia, il cui ingresso, ancorchè nobilitato da un portale scolpito, si perde nel fitto reticolo dei vicoli di napoli, i cui assi principali si sono, anche in questo caso, semplicemente sovrapposti ai decumani di impianto romano.
Qui arte, scienza, religione ed esoterismo si mescolano in una realizzazione che contiene splendide forme artistiche e segreti percorsi iniziatici.
Senza sostituirmi alle guide e alle descrizioni esistenti, che potete trovare e leggere a vostro piacimento, voglio qui sottolineare soprattutto come all’interno di una piccola cappella gentilizia (detta anche S.Maria della Pietà e soprannominata “Pietatella”), è realizzato uno splendido ambiente con soffitto affrescato e pavimento con ricchi marmi colorati ed intarsiati, sia presente una statuaria di indubbio valore ed alta qualità tecnica.
La qualità delle statue, di artisti coevi, rappresenterebbe una sorta di percorso iniziatico a tappe, oltre ad avere l’obbiettivo esplicito di onorare i migliori rappresentanti della famiglia. Il tutto culmina nella statua del cristo velato, posto al centro della cappella, mirabile opera dello scultore Giuseppe Sammartino (1753), statua di stupefacente verismo e finezza, che sarebbe anche simbolo della verità assoluta e ultimo (supremo) grado della conoscenza massonica.
La statua rappresenta un Cristo morente adagiato ed interamente ricoperto di un velo di marmo che fa corpo unico con la statua stessa e con il giaciglio sulla quale è stata scolpita. Lo straordinario è che le fattezze del Cristo (gli occhi, il naso, la bocca, i muscoli delle braccia) si intravedono da sotto il velo; lo spettacolo è veramente stupefacente.
Devo dire che la sua visione non ha provocato in me le medesime sensazioni e le vivide emozioni registrate nella visione delle “pietà” michelangiolesche, prima fra tutte la Pietà di Firenze (con il corpo del cristo che sembra quasi fuoriuscire da quello di Nicodemo) o quella di Milano (la Pietà Rondanini), tuttavia lo stupore e l’impressione che coglie il visitatore è davvero forte.
La visita comprende anche un porzione di pavimento a disegno labirintico (anche questo segnalato come un significativo percorso iniziatico) e, infine la visita di due “macchine anatomiche”. Si tratta di due modelli anatomici di grandezza naturale costituiti da due scheletri umani (una donna e un uomo) su cui è incastellato il solo albero sanguigno di colore differenziato blu e rosso.
Come nel caso della statuaria, le leggende e le versioni popolari su come siano state ottenute abbondano di particolari anche macabri. Si parla persino di una “metallizzazione” del circuito sanguigno, ottenuta “iniettando” un composto particolare di due persone che erano ancora in vita.
Ma questo fa parte della leggenda e delle numerose ipotesi che hanno circondato l’intera vita di Raimondo di Sangro. Una personalità estremamente controversa: da alcuni marchiata persino di stregoneria, da altri elevata a livello quasi messianico.
Di certo c’è che questa mirabile opera (la Cappella Sansevero) si deve alla mente geniale, alla intelligenza acuta, allo studio intenso e anche alla fede massonica di Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, personaggio emblematico della napoli settecentesca che ebbe, appunto, fama di negromante, ma fu soprattutto inventore, letterato, scienziato e gran maestro della massoneria.
Senza dilungarmi in una pedissequa biografia (anche su questo chi fosse interessato può trovare ampie notizie bibliografiche e numerosi siti dedicati attraverso internet), basterà dire che costui era per discendenza un grande di Spagna, vissuto dal 1710 al 1771, e divenne principe di Sansevero, duca di Torremaggiore, oltre a diversi altri titoli e proprietà.
Studiò dai gesuiti a Roma e la sua cultura si estese dalla retorica alla filosofia, alla logica, alla matematica, alla geometria, alla fisica, e alle lingue ( conosceva il latino, il greco, l’ebraico e il tedesco). Inoltre aveva una capacità applicativa delle conoscenze assai significativa, tanto da saper tradurre nozioni teoriche in esperimenti pratici e nella realizzazione di opere di meccanica, ingegneria ed altro.
Certo un personaggio difficile da dimenticare !

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