Tra Oriente e Occidente

Anzitutto una precisazione.
La questione dello sviluppo. Non solo io ritengo che il mancato sviluppo del mezzogiorno (d’italia, dell’ europa e del mondo), sia la conseguenza del modello di sviluppo dominante, ma affermo che sia necessaria una opposizione, una alterità, una guerra al modello di sviluppo esistente, al fine di arrestarlo e tentare di costruire qualcosa di totalmente diverso.
Per intenderci non un altro modello di sviluppo, ma un altro modello economico che sia in grado di costituire una alterità totale rispetto a ciò che esiste. Se non interiorizziamo questo concetto di assoluta radicalità, non potremo andare da nessuna parte.
E’ un po’ come il finale del fil “Worgame”: non si può vincere giocando a questo gioco; è necessario ribaltare il tavolo da gioco, non giocare più e scegliere un altro gioco.
Le domande che si pongono, in maniera non esaustiva e del tutto semplificativa sono di duplice aspetto.
Il primo. Riguarda il livello di conoscenza delle relazioni e dei rapporti esistenti tra le diverse realtà del mediterraneo; le dinamiche dell’interscambio esistente, il loro livello, la concretezza. Quali sono gli enti, gli istituti, le istituzioni pubbliche o private che detengono queste informazioni e la disponibilità delle informazioni medesime. Chi sono i soggetti operanti a livello economico, istituzionale, politico ed aziendale (nel senso più ampio del termine, ivi comprese le azioni di collaborazione/cooperazione). Quali sono i processi economici e produttivi in atto, quali le strategie e le opzioni in cantiere, previste e programmate a livello di singoli enti, istituzioni imprese (di qualsiasi natura, genere o entità).
Il secondo. Qual è il livello di elaborazioni teorica e politica, (nel senso più ampio del termine) sul tema del mediterraneo e delle sue prospettive e potenzialità. Quali le azioni, i movimenti, la progettualità e le opzioni degli stessi. Questo secondo tema è connesso, ma può procedere separatamente dal primo, soprattutto relativamente alla temporalità del lavoro e della ricerca.
L’obbiettivo è dichiaratamente quello di rendere centrale un punto di vista alternativo e diverso; trasformare la “nostra” debolezza e la “nostra” marginalità in punto di forza.
Questi concetti, che io espongo ancora in maniera astratta e per grande approssimazione, germinano all’interno di una ineluttabile ed ineludibile esigenza, che è quella di una apparato teorico, prima ancora che politico, sul quale incentrare una politica “altra”.
Di sforzi, in questo senso, ne ho visti pochi (forse per mia ignoranza)nell’ultimo periodo. Oltre alle continue e reiterate polemiche (importanti e positive) di Stiglitz (che permangono inascoltate, se non addirittura incomprese), l’unico recente scritto che ha tentato di dare una lettura “sistemica” all’andamento della crisi ed alla sua evoluzione (almeno fino al 2011), è il libretto di Riccardo Bellofiore (La crisi capitalistica, la barbarie che avanza, Asterios Editore, 2012), nel quale viene fornita una ipotesi operativa di qualche respiro.
Riporto qui brevemente un passo. “La ragione di fondo della crisi (…) sta in una interazione tra ristrutturazione dei processi di estrazione di plusvalore da una parte, e inclusione subalterna delle famiglie dentro il capitale, dall’altra. Precarizzazione e finanziarizzazione (…) hanno prodotto una centralizzazione senza concentrazione e una sussunzione reale del lavoro alla finanza e al debito che, prima, hanno dato vita ad una crescita reale drogata, poi hanno determinato il ritorno della instabilità e la fine di quel modello. (…) La questione di un diverso modo di lavorare e di un diverso modo di organizzare la riproduzione come condizioni dell’uscita da questo mulinello sempre più infernale, tornano per questo più attuali che mai. La sfida è ancora quella di riattivare un conflitto di classe che si prolunghi in un intervento di politica economica che ponga in primo piano la questione della ridefinizione strutturale dell’offerta, oltre che della domanda, e dello stesso modo in cui si svolge l’attività umana” (cit, pagg.70-72).
Ciò di cui mi vado convincendo (ma, torno a ripetere, c’è necessità di una più approfondita analisi conoscitiva) è che, a fronte del perdurare delle frizioni all’interno dell’ Unione europea, e al sempre più confliggente dibattito su come essa debba operare e di come debbano operare i suoi più importanti strumenti operativi (leggi BCE), una possibile alternativa è costituita (unicamente ?) da un “nuovo luogo”, dove organizzare, come prima scritto “un diverso modo di lavorare e un diverso modo di organizzare la riproduzione”: il mediterraneo.
In altre parole, se procede ulteriormente un processo configgente con le politiche di austerità propagandate dai tedeschi, non abbiamo altro da fare che stabilire una politica incentrata sul mediterraneo come centro di potere.
Mi rendo conto che questa affermazione può risultare apodittica ed astratta, ma essa va riempita di contenuti con le analisi cui prima accennavo.
Voglio concludere questa parte di progressivo “avvicinamento” analitico, citando qui di seguito alcune riflessioni riportate in un intervento di Francesco Festa ad un convegno tenuto nel settembre 2013 a Passignano sul Trasimeno (Provincializzare l’Europa per costruire un’Europa dei movimenti, in europassignano2013.wordpress.com).
“Come se questi aspetti”(clientele, ruberie, corruzione, parassitismo, ma aggiungerei anche e soprattutto disoccupazione, marginalità e sottosviluppo), “non appartengano invece all’organizzazione del capitalismo finanziario e del processo politico stesso, volto a conservare lo stato di cose presenti, i rapporti di forza e le gerarchie sociali” (cit.)
E più avanti
“La crisi intensifica l’uso dei dispositivi di controllo e di dominio (…) nei confronti delle regioni meridionali d’europa. E tuttavia un dispositivo è tale anche e soprattutto per la sua reversibilità, il capovolgere l’ordine discorsivo dominante. Laddove la governante ha ceduto alla verticalizzazione delle decisioni e nuove forme di accumulazione e estrattivismo devastano il tessuto sociale, economico e ambientale (…) le mosse di sottrazione messe in campo dai movimenti segnalano altri modelli di sviluppo e una produzione di comune. Nel senso di singolarità che si legano in termini biopolitici e danno vita a nuovi legami organizzativi, fondati sulla prossimità e sul fare comunità, riappropriandosi dei beni pubblici, di quel patrimonio che viene dismesso e da cui si estraggono nuove accumulazioni. La riappropriazione sul piano della riproduzione e della produzione di reddito dà vita a condotte e costruzioni di altri modelli” (ibidem, cit.)
Tornano qui gli elementi prima visti in Bellofiore, legati ad una proposta di movimento che è presente con i suoi sforzi e i suoi limiti sulle diverse sponde del mediterraneo.
Festa ne fa una proposta operativa, insieme ambiziosa e interessante. “Forse varrebbe provincializzare il discorso europeo, cioè muovere dalle periferie per costruire reti fra i movimenti del sud europa intorno a una piattaforma puntuale: con nuove politiche di welfare, reddito e libertà di movimento. E da qui, curvare i dispositivi di comando e puntare dritto ai regimi di austerità e alle politiche neoliberiste.(…) Non vi sono espedienti: l’identità e la progettualità del piano transnazionale è una indicazione strategica che emerge dalle lotte contro la povertà e la precarietà, per la libertà di movimento, e dalla nuova composizione del lavoro”. (ibidem, cit.).
Conclusa, con questo secondo scritto, la parte di definizione “concettuale” entro cui intendo muovermi, i prossimi interventi riguarderanno il merito del duplice ordine di ricerca e di intervento concreto che mi sono prima dato.

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