Mediterraneo: Cpt 3 – Turchia

In questo capitolo cercherò di riportare alcuni dati (e ipotesi) circa la situazione dei rapporti con la Turchia. In verità non avevo intenzione di affrontare le relazioni con questo paese come prima questione, ma la drammatica coincidenza con le cronache di questi giorni, mi ha portato ad operare tale scelta.
Si tratta di prime note elaborate sui dati, invero ancora piuttosto limitati, a mia disposizione.
Anzitutto riprendendo il ragionamento sugli scambi commerciali, il rapporto dell’ ICE del 2014, riassume una situazione di peggioramento della bilancia commerciale tra Italia e Turchia, che vede, rispetto al 2013, un sensibile calo delle esportazioni, combinato con un aumento delle importazioni.
Secondo il rapporto ICE (elaborato su dati ISTAT), il valore dell’export italiano in turchia nel 2013, è stato di 10.084 milioni di euro (pari al 2,6% del totale delle esportazioni italiane) segnando un peggioramento del 4,8% (2013 su 2012), mentre l’anno precedente (2012 su 2011) questo aveva segnalato un aumento del 9,9%.
Il valore dell’import è stato di 5.507 milioni di euro (l’1,5% del totale delle importazioni) con un aumento sull’anno precedente del 4,8%; mentre l’anno precedente (2012 su 2011), questo aveva registrato un calo del 12,1%.
Complessivamente il saldo finale (con la Turchia) è di 4.576 milioni di euro rispetto ai 5.334 del 2012. Ciò risulta in controtendenza con il saldo totale che passa dai 9.890 milioni di euro del 2012 ai 30.400 del 2013.
Secondo quanto riportato dal Rapporto ICE, ciò risulta essenzialmente conseguenza del deprezzamento della lira turca, che si sarebbe accentuato nel corso del 2013.
Il Rapporto ICE riporta poi una disamina specifica circa i settori interessati all’interscambio. “Le esportazioni verso la Turchia, nono mercato di sbocco per le merci italiane, si sono contratte soprattutto nel settore della meccanica, ma anche della metallurgia e del coke e prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio. A trainare l’import italiano dalla Turchia sono stati invece il settore degli autoveicoli, in particolare i motori, le parti e loro accessori, i prodotti tessili e della metallurgia; in quest’ultimo caso probabilmente anche in sostituzione di quelli italiani penalizzati dalla crisi della produzione siderurgica” (cit, cap.3, pag.114).
Il rapporto, dunque, ipotizza alcune linee di approfondimento. Alcuni dati interessanti li possiamo dedurre dalle sintesi dei citati rapporti annuali di SRM. Verifichiamo anzitutto che quello dei macchinari è la prima voce dell’export verso la turchia, con il 23,5% sul totale delle esportazioni; seguono i prodotti della raffinazione petrolifera con una quota del 20% e quello delle parti per motori e veicoli poco sopra il 10%. Questi i dati contenuti nel Rapporto Annuale del 2013.
Ancora più interessanti sono alcuni dati circa la presenza e le caratteristiche delle imprese italiane in Turchia.
Nel Rapporto Annuale 2012 di SRM, è indicato in 911 il numero di imprese italiane che operano in Turchia, con 125 mila dipendenti e un fatturato complessivo stimato a 16,6 miliardi di euro (elaborazioni SRM su dati del Ministero dell’Economia della Turchia). Il rapporto presenta anche una comparazione con la presenza tedesca in turchia, che sarebbe numericamente superiore (4.790 imprese presenti), con un maggiore impiego di forza lavoro (166 mila unità), ma con un fatturato complessivo inferiore (15 mld di euro).
Sempre secondo SRM (Rapporto Annuale 2013), il numero di imprese sale, l’anno successivo, a 1044 aziende, concentrate in aziende “capital intensive” (metallurgia, meccanica, raffinazione e mezzi di trasporto). Il 33% delle imprese è proprio concentrato nel settore “metalli, macchinari e mezzi di trasporto”.
Da quanto sin qui esposto e dalla conoscenza specifica di alcuni casi (ad esempio quello della Indesit che riprenderò più avanti), è possibile avanzare l’ipotesi che, nei confronti della Turchia, il nostro paese abbia attuato una politica sostanzialmente di delocalizzazione degli impianti ovvero di realizzazione di pezzi di attività produttive esternalizzate da parte delle grosse aziende nazionali. La qual cosa non mi sembra appartenere ad un ciclo virtuoso dell’economia.
Infatti la scelta di utilizzare capitali crescenti per investimenti internazionali di questa natura, se nel breve periodo favorisce l’accumulazione di surplus dal lato del capitale, ha per effetto quello di indebolire la base produttiva interna e di deprimere la crescita, segnalando altresì, una più ravvicinata fase di declino.
Tanto più nel caso italiano dove queste risorse, a differenza (per esempio) della Germania che vi destina il surplus della propria notevolmente attiva bilancia commerciale, sono prese direttamente dal surplus produttivo interno.
E qui veniamo al caso della Indesit. Non ripercorrerò l’intera vicenda di questa azienda; rimando per questo alla oculata analisi dei fatti preparata, elaborata ed esposta dai Clash City Workers (vedi in http://www.clashcityworkers.org, Indesit- storia di una delocalizzazione, 10.10.2013). Mi serve sottolineare, ai fini del ragionamento che sto qui sviluppando, il fatto che la famiglia Merloni, abbia operato verso questa delocalizzazione non solo e non tanto in base alla redditività aziendale, quanto ai problemi “(…) del portafoglio della Fineldo, composto per lo più da partecipazioni in diverse banche, dove le svalutazioni cominciano ad essere importanti”. (cit, pag. 2).
La Fineldo è la finanziaria (…) dove finiscono tutte le attività acquistate con i proventi dell’attività industriale (…), negli anni i Merloni hanno investito principalmente in titoli bancari ed in particolare in Unicredit, attività che sono state estremamente remunerative fino a prima della crisi ma che poi hanno subito un drastico deprezzamento. (…) Non è un caso che puntuali tutti i progetti di ristrutturazione sono sopraggiunti in corrispondenza dei momenti di maggiore svalutazione dei titoli bancari. In pratica per recuperare rispetto alle perdite riportate nella gestione del patrimonio di famiglia, Vittorio e figli non hanno avuto di meglio che spremere come un limone l’unica attività di cui effettivamente hanno il controllo, cioè l’Indesit”. (Ibidem, pagg. 4-5).
E’ da queste esigenze che sono progressivamente aumentate nel tempo le delocalizzazioni attuate da Indesit in Polonia e in Turchia e, in maniera corrispondente alla crisi finanziaria e alla chiusura degli stabilimenti in Italia.
La verifica di quanto enunciato prima, mi sembra palmare.
A questo punto avrei voluto esporre un esempio, o quantomeno un progetto “virtuoso” di economia “altra” (nel senso che ho definito nei capitoli di impostazione generale). Purtroppo al momento non sono riuscito ad ottenere informazioni utili in tal senso.
Pertanto, spinto anche dalla drammaticità degli avvenimenti che in contemporaneità di tempi si stanno sviluppando in quel paese, citerò quanto stanno cercando di realizzare i curdi, seppure sotto la minaccia e la pressione delle armi che proviene loro dall’Isis (da un lato), e dalla Turchia (con i suoi alleati occidentali Nato e Usa). Questi ultimi che si imbellettano di una lotta contro il terrorismo (quello dell’Isis) che non solo hanno favorito, ma che ora contemplano senza intervenire, mentre fa strage di curdi e di altre etnie presenti nella zona.
Anche qui rimando al bellissimo ed intenso articolo di Sandro Mezzadra su Kobane (Il Manifesto, 9.10.2014, pagg. 1 e 9). Voglio solo riprendere alcuni punti della Carta della Rojava, che costituisce la base e insieme fornisce il senso della disperata lotta intrapresa dai curdi in quelle zone. La Carta, che è alla base di una confederazione di “curdi, arabi, assiri, caldei, turcomanni, armeni e ceceni” che vivono in quelle zone e si sono costituiti in provincie autonome, contiene molti principi di “libertà, eguaglianza, giustizia, dignità e democrazia”.
Ma ciò che mi ha profondamente colpito è che, seppure stritolati dalla feroce tenaglia, tra Isis e Turchia (e suoi alleati occidentali), abbiano trovato modo di scrivere, all’art. 39 della Carta: “La ricchezza e le risorse naturali sopra e sotto il suolo sono beni pubblici appartenenti alla società”. (Carta del Contratto sociale della Rojava, febbraio 2014).
Un esempio di alternativa al dominio del capitale e non solo.

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